Dislessia: una diagnosi su sei arriva dalla scuola

L’Associazione italiana dislessia (Aid) affronta ormai da venti anni e su cui in questo weekend, il 24 e 25 settembre, ha fatto il punto della situazione, in occasione del XVI convegno nazionale a Modena “Dsa, le nuove sfide di Aid”, in vista della prima edizione della Settimana nazionale della Dislessia dal 4 al 10 ottobre.

Le persone dislessiche in Italia sono 1.900.000, di cui 350mila casi sono stati diagnosticati a scuola. “I Dsa si manifestano la prima volta in età scolare perché è la fase dell’apprendimento” spiega Giuseppe Aquino, psicologo e consigliere dell’Aid. “Già nel primo anno della scuola primaria compaiono i primi sintomi ma spesso possono essere confusi come una normale e soggettiva difficoltà nell’apprendere. È alla fine della seconda classe primaria che si può fare una diagnosi di Dsa (disturbi specifici dell’apprendimento) se le difficoltà permangono”. Con la legge 170 del 2010 per la prima volta si tutelano gli alunni affetti da Dsa, di cui deve farsi carico la struttura scolastica.

“È sui banchi di scuola che avviene la diagnosi precoce, ma gli insegnanti non sempre sono preparati per riconoscere la dislessia” spiega il presidente dell’Aid Franco Botticelli. “Perciò abbiamo creato un corso e-learning di 40 ore con test finale, ‘Dislessia Amica’, proprio per dare ai docenti gli strumenti adatti per riconoscere i Dsa. Io stesso sono padre di un bimbo dislessico che alle elementari ha sofferto tantissimo per il suo disturbo ma alle medie ha trovato un professore di italiano che ha capito le sue difficoltà e lo ha valutato sulla base delle sue capacità e possibilità non sulla base di standard precostituiti”.

“Oggi la tecnologia è un grande aiuto anche se non è il toccasana” continua Botticielli. “In questo senso, come associaizone abbiamo stretto un accordo con l’Associazione degli editori per distribuire gratuitamente i libri scolastici in formato digitale ai ragazzi con Dsa. Con i ‘libri-Aid’, dalle primarie e alle superiori, gli studenti possono interagire con i testi, ‘leggere con le orecchie utilizzando i software di lettura e realizzare delle mappe concettuali. L’importante è che l’alunno capisca secondo le proprie possibilità, anche magari mettendogli a disposizione qualche minuto in più (il 30% è sufficiente) nei compiti in classe e riducendo il numero degli esercizi” spiega Aquino. “In sostanza occorre adattare la didattica allo stile di apprendimento, adottando misure compensative e dispensative. Questo non vuol dire che i ragazzi con Dsa debbano essere facilitati rispetto ai compagni di classe. Anzi. In questo processo è fondamentale il ruolo dell’operatore sanitario che deve fornire il quadro generale della condizione del bambino per poter fare una diagnosi accurata del disturbo”.
“La legge 170/2010 ha fatto luce sull’inadeguatezza del sistema sanitario e scolastico. Spesso si sente dire che sono troppi i dislessici diagnosticati a scuola ma questa è una falsità: la legge ha consentito di far emergere il sommerso. Speriamo che col tempo i casi di Dsa escano sempre più dall’ombra”.

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