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Disforia di genere in classe: cos’è e l’importanza dell’inclusività

La parola “disforia” ha un’etimologia greca e indica una “mal sopportazione” di qualcosa: quando applicata alla sessualità, si parla di disforia di genere, ovvero un tipo di malessere percepito da un individuo che non si riconosce nel proprio sesso fenotipico (o genotipico) o nel genere assegnatogli alla nascita.

Identità sessuale

Per meglio comprendere cosa significhi “sesso fenotipico” è importante prima parlare di identità sessuale, di cui si evidenziano almeno 5 livelli.

1)SESSO GENETICO: è quello cromosomico (46 xy nell’uomo e 46xx nella donna)

2)SESSO GONADICO: è quello degli organi genitali interni (testicoli maschili e ovaie femminili)

3)SESSO CORPOREO: è quello che si potrebbe definire “dei genitali interni (gonadi) ed esterni (pene e vagina)”

4)SESSO DELLO STATO CIVILE: è dato dall’identità del soggetto così come registrata all’anagrafe.

5)SESSO VISSUTO: è l’identità di genere (così come definita per la prima volta da Robert Stroller, psichiatra americano).

Di solito (ma non sempre), il sesso fenotipico corrisponde a quello genotipico (o genetico). Siccome il primo deriva, in generale, dall’azione degli ormoni, così come in alcune specie anche nel genere umano un’alterazione del normale livello degli ormoni mascolinizzanti o femminilizzanti (per malattia, malformazione o rifornimento dall’esterno) può determinare caratteri sessuali fenotipici che differiscono dal sesso genotipico.

Disforia di genere

Il termine disforia è utilizzato nel DSM V in sostituzione del vecchio termine “disturbo”, per evitare di dar luogo a negatività nei confronti della condizione in questione e stigma nei confronti della persona che la presenta.

Eliminare il termine “disturbo”, infatti, è una chiara volontà della comunità scientifica di non identificare i soggetti disforici come “malati”.

Per cui, perché la disforia di genere sia identificata come un “problema”, è necessario e imprescindibile che la persona in questione provi del disagio (psichico, sociale o comportamentale) nei confronti della sua situazione di non conformità di genere.

IL DSM V fa una distinzione tra le linee guida per bambini e quelle per adolescenti/adulti. Per i primi, i criteri di elaborazione di una diagnosi si basano sulla presenza di un effettivo disagio circa la differenza tra il sesso attribuito alla nascita e il genere percepito – in un arco di tempo che duri almeno sei mesi. Inoltre, si considerano altre manifestazioni nel bambino, quali la tendenza al travestimento o la predilezione per abiti tipici del sesso opposto, nonché avversione per il proprio corpo (anatomicamente, non esteticamente inteso).

Nell’adolescente e nell’adulto, la tendenza è invece quella più palesata – per lo meno a sé stessi – di appartenere al genere opposto o di averne i tratti sessuali.

Anomalie dei cromosomi sessuali e del sesso gonadico

Non esiste solamente la disforia di genere, ma anche una serie di anomalie del sesso biologico, come quelle fondate sulle alterazioni dei cromosomi sessuali. Queste ad esempio sono:

– La SINDROME DI TURNER o MONOSOMIA X: come dice il nome, è caratterizzata (negli individui femminili) dalla presenza di un solo cromosoma X o dall’anomalia di uno dei due, o ancora dalla sua assenza di alcune cellule. Normalmente provoca sintomi corporei come assenza delle mestruazioni, collo “a vela”, bassa statura.

– LA SINDROME DI KLINEFELTER, caratterizzata dall’eccedenza di uno o più cromosomi X nelle cellule di un individuo maschile. Esso può comportare ginecomastia (ingrossamento di una o entrambe le mammelle) e, in generale, a una corporatura androgina del ragazzo (esile ed alto).

Anomalie del sesso gonadico sono invece ORGANICHE (pseudoermafroditismo maschile e femminile: si verifica quando gli organi genitali sono di aspetto ambiguo o opposto al sesso cromosomico, che risulta normale) oppure FUNZIONALI (pubertà precoce e ritardo nella pubertà).

L’importanza dell’inclusività

Qualunque sia la situazione di fronte a cui può trovarsi un docente, è bene ricordare che la chiave perché i ragazzi che presentano le succitate condizioni non siano discriminati dai propri compagni è l’educazione al rispetto dell’altro.

L’inclusività è fondamentale perché tutti si sentano a proprio agio in classe, e lezioni su cosa significhino i concetti di identità di genere, ad esempio, o piccole panoramiche di ciò che può succedere al nostro corpo (nonché alla nostra mente) durante lo sviluppo, possono essere tematiche affrontate non solo durante i corsi di educazione sessuale, ma anche in quelli di altre materie.

Si possono infatti affrontare le tematiche di cui sopra dal punto di vista biologico-scientifico, o ancora giuridico (con casi di studio presi dall’attualità e dal panorama internazionale), e ancora storico e letterario (prendendo in esame le vite di personaggi che si sono battuti per cause collegate alle tematiche fin qui trattate).

L’inclusività è dunque innanzitutto multidisciplinarietà e collaborazione tra i docenti nel comunicare i vari punti di vista del mondo e sul mondo.

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