DISAL. necessari criteri e indicazioni per organico potenziato e scelta docenti

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Ezio Delfino, presidente Disal, lancia un messaggio chiaro: le scuole, almeno nella prima fase di avvio della riforma, hanno bisogno di indicazioni e criteri chiari per interpretare al meglio le novità contenute nella Buona Scuola, specie per ciò che riguarda gli organici potenziati.

Ezio Delfino, presidente Disal, lancia un messaggio chiaro: le scuole, almeno nella prima fase di avvio della riforma, hanno bisogno di indicazioni e criteri chiari per interpretare al meglio le novità contenute nella Buona Scuola, specie per ciò che riguarda gli organici potenziati.

Dando ormai per scontato che la riforma Renzi-Giannini diventi legge del nostro Stato, pensa che i dirigenti scolastici riusciranno a gestire in maniera efficace l’avvio del prossimo anno scolastico? La tensione con i docenti non accenna a diminuire.

“E’ una bella domanda, mi auguro che il Ministero provveda nelle prossime settimana a predisporre circolari con regolamenti e criteri chiari. Solo in questo modo credo che si potrà riuscire a calmierare i contenziosi e la confusione organizzativa che si preparano in queste ore”.

Parlando di criteri allude a quelli per la chiamata dei docenti che entreranno a far parte dell’organico potenziato?

“Esatto, mi auguro che già a partire dalle prossime ore vengano diramate indicazioni chiare un po’ per tutti, visto che già per questo 2015/2016 si dovrà attingere agli albi territoriale e agire in base a scelte discrezionali.”.

Aspettare indicazioni dal Ministero significa però anche rinunciare a una parte delle propria autonomia.

“Credo moltissimo nell’autonomia e perciò nell’idea che le scuole debbano assumersi le proprie responsabilità, su tutti i piani, ma in questa primissima fase di avvio della riforma penso anche che i presidi trarrebbero un vantaggio non indifferente dall’arrivo di indicazioni operative dal centro, così da scongiurare il rischio di interpretazioni sbagliate o di libertà eccessive. Questo almeno per il primo anno, dall’anno successivo le scuole dovranno, invece, essere libere di agire”.

Tra Governo e lavoratori lo scontro è stato durissimo, a livello di immaginario collettivo come ne escono gli insegnanti? E i dirigenti?

“A mio parere in questo anno di dibattito sono mancati due aspetti: il primo riguarda l’oggetto in sé, che si è spostato dallo studente al posto di lavoro. Lo scopo della scuola è che uno studente possa andare incontro a un’avventura culturale e formativa di sostanza, orientativa per il suo avvenire, non quello di creare posti di lavoro per i docenti. L’altro elemento che mi pare sia passato in secondo piano è la responsabilità dei soggetti, posto che tra gli obiettivi di una scuola rientri anche quello di affidare un compito educativo a figure responsabili. Questi due aspetti, che a mio avviso avrebbero potuto qualificare il dibattito, sono stati poco enfatizzati, mentre l’accento si è spostato, come abbiamo visto tutti, sui poteri, su chi comanda che cosa, sui premi. L’opinione pubblica ne ha, ovviamente, risentito, non riuscendo a farsi un’idea compiuta e veritiera sulla riforma”.

L’opinione pubblica è stata forse stordita da quello che è successo negli ultimi mesi.

“Il Governo ha voluto legare le assunzioni alla riforma, nell’idea giusta che le prime non potessero bastare a un rilancio del nostro sistema di istruzione. C’è chi strumentalmente ha visto in tutto questo un ricatto, ma io non sono di questo avviso. Personalmente ho partecipato a diverse audizioni e, almeno inizialmente, ho trovato una fascia trasversale ad associazioni, sindacati e partiti aperta al dialogo”.

Poi che cosa è successo?

“Sono prevalse le logiche di partito e di schieramento, la scuola è stata usata come terreno di battaglia per discutere e decidere altri aspetti. Non punterei il dito sull’una o sull’altra parte, ci sono delle corresponsabilità evidenti che hanno impedito a questo Ddl di restituire una idea unitaria e complessiva di scuola. A leggerlo viene fuori una sorta di puzzle, risultato evidente di una procedimento conflittuale”.

L’altro nodo grosso che ha affrontato la riforma è la valorizzazione del merito dei docenti. Siamo nella direzione giusta?

“Finalmente è stata introdotta l’idea, non ancora presente nel nostro ordinamento, di utilizzare il merito come leva di valorizzazione del lavoro docente. Devo, tuttavia, riconoscere che il modello di bonus è ancora molto ‘padronale’, mentre avremmo bisogno di una vera e propria carriera che consentisse di organizzare e diversificare l’attività didattica, individuando figure di sistema. Inoltre, i bonus elargiti a fine anno dal dirigente non saranno soggetti a contributi pensionistici e creeranno malcontenti e antagonismi di cui davvero non si sentiva il bisogno”.

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