Disagio. La solitudine del docente e il timore di fronte all’accertamento medico

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La storia di Valeria ci dimostra che la sola preparazione culturale, e tantomeno le sue due lauree, non sono sufficienti a contrastare l’usura psicofisica conseguente all’insegnamento.

La storia di Valeria ci dimostra che la sola preparazione culturale, e tantomeno le sue due lauree, non sono sufficienti a contrastare l’usura psicofisica conseguente all’insegnamento.

Più di una volta mi sono imbattuto in casi clinici di docenti che, seppure plurilaureati o pluridecorati sul campo per meriti speciali, sono schiantati increduli sotto lo stesso peso della helping profession. Il malcapitato appare solitamente schiacciato, inerme e drammaticamente solo nell’affrontare quel disagio che non sa riconoscere, prevenire e soprattutto contrastare.

Valeria si rivolge al sottoscritto per essere accompagnata in Collegio Medico di Verifica (CMV), ma vi rinuncia in un secondo tempo. Tuttavia è in stato d’ansia e non riesce a comprendere bene come attrezzarsi per la visita medica collegiale: mischia i timori, confonde le precauzioni e gli accorgimenti con i rischi. La condizione di panico assoluto la indurranno ad affidarsi al caso piuttosto che affrontare scientemente la visita in CMV. Nessuno potrà aiutarla: chi le sta vicino perché non comprende il mistero del burnout, né il sottoscritto per il muro di paure che oramai isola Valeria.

Al solito riportiamo di seguito la lettera della docente cui seguiranno i commenti e le considerazioni finali.

Gentile dottore, le scrivo con un certo imbarazzo, perchè eravamo rimasti d’accordo circa la stesura di una sua relazione. E invece… le direi di no: al telefono non ci riesco e ci provo scrivendo.

Da quando mi è arrivata questa convocazione a visita medica, sono entrata in una confusione, ansia, depressione in modo incredibile.

Si, perchè è iniziata la ricerca di certificati medici riassuntivi della mia storia clinica: una vera e propria caccia all’oggetto tra mille ostacoli e personaggi inimmaginabili: il medico che non trova le carte o non vuole scrivere diagnosi e prognosi (di cose assolutamente vere!); il curante che cerca valori clinici esorbitanti, o afferma che “le carte a disposizione, evidenziano problemi prevalentemente di natura scolastica piuttosto che medica”; il clinico che considera i certificati medici provenienti da struttura pubblica”; il camice bianco che è pessimista a prescindere perché sostiene che in Collegio Medico di Verifica si incontrerà gente che non capisce nulla del problema, magari un internista o un gastroenterologo anziché uno psichiatra e via dicendo.

E in mezzo a tutto ciò, le mie ansie, la paura, la vergogna, le riflessioni esistenziali sulla mia vita perché provengo da una famiglia di professionisti seri (mio nonno, grande professore cui è stata addirittura intitolata una strada), vengo da una cultura umanistica, e in parte anche religiosa, che mi dicono molto sull’importanza del lavoro professionale.

Dunque è difficile non vedere in tutto questo una sconfitta pesante. Comunque vada a finire questa visita, posso solo scegliere tra l’incertezza e la sconfitta.

Sa quante volte, entrando in classe, ho invidiato la badante di mia nonna, che poteva, a fine giornata, provare l’appagante sensazione di aver svolto un lavoro socialmente utile? Di essere servita davvero a qualcuno? Di aver svolto un ruolo di cura indispensabile, senza il quale l’altro non può vivere?

So bene che considerare l’insegnamento, un lavoro socialmente inutile è, a dir poco, un’assurdità! Ma, pur provenendo dalla cultura classica, l’esperienza di tanti anni mi ha portato a tali conclusioni depressive.

E purtroppo, il lavoro svolge una funzione importantissima nella valutazione di sé, nonché nel “distrarre” l’uomo da quel senso esistenziale di vuoto che, se provato a lungo, porta dritto alla depressione profonda. Quella di chi si chiede con angoscia: che vivo a fare? A chi servo? Chi ha bisogno di me? Perchè non so fare il mio lavoro? Eppure tutti intorno a me dicono che è una professione facile, la più adatta ad una donna e tante altre cose del genere. Sono tanto, troppo stanca.

Blocco qui il mio papiro. Volevo solo dirle che credo non ci sia bisogno che lei scriva una relazione su di me. Al momento, ne ho già qui, almeno 2 o 3. Preferisco essere fatalista: se Dio vuole troverò gente “umana” in collegio medico. E poi, anche se mi dessero ragione, cosa succederebbe? Io per carattere, odio i cambiamenti, figuriamoci una cosa terrorizzante di questo tipo che ovviamente gestisco da sola. Mio marito, poveretto, è buonissimo, ma non riesce a capire come una docente possa essere ridotta così, da non reggere neanche il part-time. Mi chiede incredulo: “Neanche 10 ore riesci a lavorare? Pensa a me, che ne faccio 36”.

E quindi, mentre io vado in giro per sistemare carte e certificati, mi canzona dicendomi: “Nell’epoca in cui tutti fanno il secondo lavoro, tu fai il part-time e ti stai arrabattando tra carte e certificati per non lavorare!”.

Non voglio occuparmene più fino al giorno della visita: sto male, piango sempre e prendo litri di ansiolitici perchè non mi va di prendere psicofarmaci. Ho troppa paura di finire male.

Scusi tanto per tutto il fastidio e gradisca un saluto.

Ecco di seguito alcune riflessioni sul caso.

  1. Valeria propone in maniera dettagliata e puntuale il disorientamento dei vari medici (fuori e dentro la CMV) di fronte al mondo della scuola, delle sue malattie professionali e dei relativi provvedimenti. I medici del Collegio infatti non sanno quali effettivamente sono le patologie professionali dei docenti e sono anche loro schiacciati dai soliti stereotipi. I medici esterni (tra questi anche il medico di parte) stentano a credere alla scuola come causa dei mali del proprio assistito e chiedono inoppugnabili certificati specialistici, magari accompagnati da cartelle cliniche attestanti un ricovero in regime di TSO. Purtroppo Valeria, in preda all’ansia, assume una decisione errata (arrangiarsi da sé) di fronte a una premessa corretta (rappresentanza medica inadeguata).
  2. La questione dei certificati medici è stata più volte affrontata in questa rubrica, ma è bene cogliere l’ennesima occasione per ricordare che sono ritenuti validi dalla CMV tutti i certificati rilasciati da struttura sanitaria pubblica. Inutile dire che la documentazione deve essere recente per attestare le attuali condizioni mediche del docente sotto esame. E’ tuttavia assai utile esibire documentazione anche meno recente ma attestante la storia clinica e il periodo di tempo da cui il lavoratore affronta la patologia (es: depressione maggiore in farmacoterapia da 15 anni con pregresso ricovero). Ultimo accorgimento consiste nell’organizzare la propria documentazione con relazione anamnestica del medico di parte (sempreché si intenda avvalersene) accompagnata da allegati (certificati medici originali attestanti le patologie del soggetto).
  3. Considerazione a parte merita la farmacoterapia seguita da Valeria e soprattutto le stravaganti ed errate convinzioni della docente in merito alla stessa. L’insegnante afferma di consumare litri di ansiolitici (nella fattispecie indica delle benzodiazepine), ma di non voler fare uso di psicofarmaci per non ridursi come un automa. Posto che gli ansiolitici come i sonniferi rientrano di diritto nel più ampio gruppo degli psicofarmaci, il loro ruolo non deve essere demonizzato a priori. Lo psicofarmaco, lungi dal rappresentare la soluzione di tutti i mali, se cautamente e oculatamente usato dallo specialista, può essere di aiuto transitorio in una fase di particolare severità clinica.
  4. Gli stereotipi sulla professione docente ci seguiranno sempre. Li ritroviamo ben radicati nel marito, ottimo compagno di Valeria da una vita e nei medici che si rifiutano di credere alla scuola come una potenziale polveriera per la psiche dei docenti. Tuttavia restano ben radicati tra gli stessi insegnanti che stentano a credere a quelle patologie documentate dagli studi clinici di confronto tra categorie professionali. E questa incredulità, figlia degli stereotipi e dello stigma per la patologia mentale, porterà gli insegnanti a non condividere tra loro il disagio psichico che opererà, indisturbato e a loro danno, il disastro in solitudine.

A Valeria dunque facciamo i migliori auguri, invitandola a non rinchiudersi in un angolo buio e isolato, perché lei stessa ha chiaramente riconosciuto di non farcela da sola. La soluzione consiste per il momento nell’affidarsi a una persona (medico specialista) da seguire e in cui avere fiducia. La solitudine invero porta paura, pianto e depressione, ma questo Valeria lo sa.

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