Dirigente incapace nei rapporti relazionali, docente insegna senza titoli. Due casi di licenziamento, sentenze

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Due interessanti sentenze della Corte dei Conti, vengono segnalate dall’ARAN, e riguardano due fattispecie diverse ma che hanno in comune la scuola, dove emergono dei principi di diritto interessanti e di cui dover tener conto.

Il caso della docente condannata a restituire 100 mila euro per aver insegnato senza titoli

La Sezione giurisdizionale Regione Liguria sentenza n. 7/2010, interviene, come rende noto l’ARAN, “relativamente alla responsabilità erariale, riconosciuta ad una insegnante, per avere ricevuto incarichi annuali sulla base di titoli privi di validità; il Collegio, respinge l’eccezione di prescrizione “alla luce della giurisprudenza consolidata di questa Sezione giurisdizionale, secondo la quale la scoperta del doloso occultamento deve considerarsi avvenuta all’esito (e non all’inizio) degli accertamenti in sede penale,ossia dalla richiesta di rinvio a giudizio.” Si afferma il principio consolidato di diritto secondo il quale “ricade sul Giudice contabile un vero obbligo, ai sensi della vigente normativa, di tener conto dei vantaggi conseguiti dall’Amministrazione onde escludere che possa verificarsi un ingiustificato arricchimento della stessa (cfr. Sezione I d’appello, n. 160 del 18 aprile 2018); nel caso in specie, infatti, ricorrono tutti i criteri in base ai quali deve trovare applicazione il principio della compensatio lucri cum damno: “l’effettività della utilitas conseguita, lo stesso fatto generatore del danno e del vantaggio, l’appropriazione dei risultati da parte della PA o della comunità amministrata, la rispondenza dell’utilitas ai fini istituzionali dell’Amministrazione che la riceve” (cfr. Sezione appello Sicilia, n. 32 dell’8 marzo 2019)”.

I giudici hanno riconosciuto nel caso in questione la ricorrenza degli estremi “per addivenire ad un, sia pure parziale, accoglimento della richiesta difensiva, anche in considerazione,del fatto che non emerge, dalla documentazione versata in atti, che vi siano state contestazioni o provvedimenti relativi a insufficiente qualità delle prestazioni professionali rese dalla convenuta, pur dovendosi presumere che “tali prestazioni debbano essere state inferiori a quelle che avrebbe fornito una insegnante abilitata. In via equitativa, si valuta l’utilità conseguita nella misura di un terzo della retribuzione illecitamente percepita dalla convenuta, e si pronuncia dunque la condanna della stessa al pagamento, in favore del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, di € 100.774,03 (pari a due terzi di quanto contestatole in citazione) con rivalutazione monetaria’ a decorrere dalla data dei singoli ratei stipendiali percepiti, e interessi legali dal deposito della presente sentenza”.

Il caso di una dirigente licenziata per non aver saputo gestire serenamente i rapporti nella scuola

La Corte dei Conti dell’Emilia Romagna con deliberazione n. 15/201 si pronuncia sulla legittimità del decreto di conferimento dell’incarico di direzione, come rende noto l’ARAN, “presso un’istituzione scolastica, ad un docente che già in precedenza era stato licenziato per mancato superamento del periodo di prova, ribadendo che: “trova applicazione la disciplina di cui all’art. 2, terzo comma, del d.P.R. 9 maggio 1994, n. 487 – che impone il divieto di accesso al pubblico impiego a coloro che sono stati destituiti o dispensati dall’impiego presso una pubblica amministrazione – trattandosi di una fattispecie particolare che rientra nella categoria generale di dispensa dal servizio per persistente insufficiente rendimento” (ex multis Cons. Stato sez.IV sent. n. 884/2017; Corte Cassazione 12 luglio 2019 n.18810)”.

La risoluzione del rapporto di lavoro per mancato superamento della prova

All’interno della sentenza i giudici osservano che la risoluzione unilaterale del rapporto lavorativo per mancato superamento del periodo di prova configura una specifica ipotesi di dispensa dall’impiego, come risulta dal dato letterale dell’articolo 439 del d.lgs. n. 297/1994, rubricato “esito sfavorevole della prova”, per cui “in caso di esito sfavorevole della prova, il provveditore agli studi[…] provvede: alla dispensa dal servizio[..da ultimo,si osserva che sussiste identità di ratio tra la dispensa per il mancato superamento del periodo di prova e quella per persistente insufficiente rendimento che, per consolidata giurisprudenza, “[…]risponde innanzitutto all’esigenza di tutelare la funzionalità e l’assetto organizzativo della pubblica amministrazione nei riguardi del comportamento del dipendente, che, complessivamente, denoti insufficiente rendimento dell’attività da lui prestata,con riguardo all’insussistenza di risultati utili, per quantità e qualità, alla funzionalità dell’ufficio, ed ha pertanto natura diversa da quella disciplinare …”(cfr. ex multisCons. St., sez. IV, sent. n. 884/2017).Infatti, nella fattispecie in esame, la risoluzione del precedente rapporto dirigenziale per mancato superamento del periodo di prova era intervenuta in ragione della “dimostrata incapacità di gestire serenamente i rapporti con le diverse componenti interne ed esterne all’istituzione scolastica[…che] dimostrano l’incapacità della persona in questione di applicare concretamente gli apprendimenti teorici circa il ruolo dirigenziale e la sostanziale violazione del profilo come disciplinato dall’art.25 del d.lgs. 165/2001”, venendosi, pertanto,a configurare la fattispecie di insufficiente rendimento lavorativo in entrambi i casi.

Per la risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro basta l’inadeguatezza al servizio

Osservano i giudici che “il presupposto per la risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro da parte della pubblica amministrazione non è legato ad una specifica violazione degli obblighi di servizio –tipica del licenziamento disciplinare che porta alla “destituzione”dall’impiego –ma è rappresentato dall’oggettiva inadeguatezza dell’apporto lavorativo del dipendente alle esigenze dell’amministrazione medesima per un apprezzabile lasso di tempo, ben sintetizzata dall’espressione “persistente insufficiente rendimento”.

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