Diplomati magistrale, “Si può morir… di Tar”. Lettera

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Inviata da Paolo Della Valle – È nota a tutti ormai, anche ai non addetti ai lavori, la intricata vicenda giuridica che oggi imbriglia gli insegnanti “diplomati magistrali”.

In un periodo in cui la scuola soffre, anche a causa del Covid 19, c’è penuria di docenti, difficoltà nel reperire docenti di sostegno specializzati nella pur delicata “materia” della
disabilità; ci sono difficoltà di budget per l’indizione dei concorsi (oggi quasi tutti bloccati); e attualmente c’è difficoltà nel reperire anche i banchi adatti all’emergenza sanitaria in corso.

Ebbene, in tale scenario già di per sé apocalittico stiamo riuscendo ad andare ancora più oltre… verso l’infinito e oltre.

Gli insegnanti diplomati magistrali, chiamati ad assumere servizio quest’anno poiché inseriti nelle vecchie GAE (graduatorie ad esaurimento) in base alla normativa che
prevedeva il valore abilitante del loro diploma, si vedono costretti ad “autolicenziarsi” poiché non hanno presentato tanti anni fa un ricorso entro il termine ridicolo di
decadenza di 60 giorni.

La prescrizione nel diritto civile è di dieci anni, ma, si badi bene, nella materia amministrativa il termine di ricorso è di 60 giorni, scaduti i quali qualsiasi abominio giuridico, ingiustizia o sopruso, si può “cristallizzare” per dirla con termini intellettuali.

D’accordo con questo assunto incostituzionale è anche la Corte di Cassazione a Sezioni Unite, che ha deciso di riconoscere la giurisdizione del TAR negando alle istanze degli
insegnanti il rango di diritto, ma affermando che invece si tratta di un mero interesse legittimo tutelabile solo dinanzi al TAR nei termini ridotti di 60 giorni.

L’Avvocatura di Stato, in un parere, ha confermato la statuizione delle due Corti in ossequio a tecnicismi giuridico-procedurali degni dei migliori paradossi made in Italy.
Lo stesso TAR ha negato la rilevanza costituzionale della questione (ovviamente per non andare contro se stesso).
La politica tace, facendo appello ad una inesistente meritocrazia, che comunque in questo caso c’entrerebbe ben poco.

Conclusione? Chi propose il suo ricorso il 59esimo giorno ha una vita serena e felice con un contratto a tempo indeterminato con la P.A., chi lo ha proposto solo 2 giorni
appresso, invece, ha perso l’unica opportunità di ottenere un lavoro stabile, pulito, e regolare vedendosi catapultato in un inferno incomprensibile di costosi ricorsi e appelli.
Da qualche giorno è iniziato uno sciopero della fame proprio per questi motivi. A scioperare non sono i prigionieri politici, non scioperano i detenuti o le vittime di violenza, no!

In Italia scioperano le maestre delle scuole elementari, quasi a evidenziare come lo Stato persista nel suo accanimento verso le classi più deboli e indifese.
Attualmente le Istituzioni, sia quelle giurisdizionali che quelle politiche, fanno orecchie da mercante (è proprio il caso di dire, visti i soldi che girano), ma forse come sempre si
attende qualche vittima prima di intervenire, allora sì che il caso diventerà degno di interesse.
E quindi possiamo validamente affermare che oggi nel 2020 vige in Italia la legge della jungla, se arrivi prima dei 60 giorni vivi, se arrivi dopo muori di fame. “Ogni mattina in Italia un insegnante sa che dovrà correre più veloce del TAR, o morirà di fame”. (Proverbio italiano)

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