Diplomati magistrale, prevedere corso di aggiornamento propedeutico all’immissione in ruolo. Lettera

di redazione
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A seguito della pubblicazione dell’articolo di Stella si sono susseguiti interventi a favore o contro l’inserimento dei vecchi diplomati degli istituti e scuole magistrali nelle Graduatorie a esaurimento.

Personalmente sarei favorevole a inserire nelle GaE unicamente quei diplomati che non hanno potuto partecipare al Concorso del ’99, poiché ancora frequentavano il corso di studi, e che hanno poi conseguito il titolo entro il 2002.

Ho fiducia, comunque, che chi è preposto a decidere in via definitiva la questione saprà valutare adeguatamente le leggi e leggi ad hoc che si sono rincorse negli anni e che hanno determinato dei problemi di interpretazione della materia.

La questione di fondo non è però se i diplomati delle magistrali potranno essere inseriti in toto in queste graduatorie, bensì se si ripeterà l’errore politico e di prospettiva dello svuotamento istantaneo delle graduatorie, una volta riformatesi.

Infatti ritengo che la preoccupazione di Stella sulla qualità dell’insegnamento a seguito del riempimento in atto delle GaE sia fondata.

Già nel 2015, grazie alla L. 107/15, abbiamo assistito a un’immissione in massa di persone priva di logica, sia per il fatto che gli insegnanti sono stati spostati sullo Stivale secondo un criterio poco equo, sia per il fatto che non si è fatta l’unica cosa che l’Europa ci chiedeva, cioè assumere in via prioritaria tutti coloro che avevano raggiunto i 36 mesi di insegnamento, sia perché si è utilizzato il potenziamento senza tener conto veramente delle effettive richieste pervenute dalle scuole.

Il risultato è stato quello di aver scontentato molti e di aver alimentato ulteriormente i contenziosi, ma anche quello di non aver risolto i veri nodi della scuola: la progettualità in funzione del successo scolastico degli studenti, l’equa distribuzione del personale sul territorio ai fini del conseguimento degli obiettivi che stanno a fondamento dell’istituzione scolastica, la ricerca di adeguate risorse professionali in grado di far funzionare il percorso d’istruzione e formazione.

Noto inoltre che molti interventi legislativi vengono attuati in nome della continuità educativa, per esempio, e invece la struttura burocratico-organizzativa atta a sostenerli non favorisce minimamamente questa continuità (primo fra tutti il caso dell’inclusione scolastica degli studenti con bisogni educativi speciali: mancano strutturalmente gli insegnanti specializzati nel sostegno dei disabili, ma proprio i posti che questi dovrebbero ricoprire vengono in massa assegnati in deroga e quindi non compaiono come necessari quando vengono banditi i concorsi).

Di recente è stato risolto il problema dell’accesso all’insegnamento per la scuola secondaria tramite l’ideazione del meccanismo del corso-concorso.

Credo francamente che questo sistema possa funzionare, eccetto che per la questione del reperimento degli insegnanti di sostegno, proprio perché nelle Graduatorie a esaurimento della secondaria ormai permangono veramente poche persone e purché la fase transitoria sia ben gestita (rimane il problema di una presa in carico più stringente di chi ha già alle spalle più di tre anni di lavoro nella scuola).

Non esiste invece un progetto altrettanto solido per la gestione degli aspiranti docenti all’insegnamento nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria.

E’ passato quasi un ventennio dall’ideazione di un percorso universitario obbligatorio per la formazione di tutti docenti e c’è il rischio che ora vengano immessi nuovamente in massa nella scuola primaria non solo docenti unicamente in possesso di diploma magistrale (questo è un falso problema, dal momento che la maggioranza degli attuali insegnanti non ha frequentato SFP, ma è comunque idonea all’insegnamento), ma soprattutto docenti che non hanno mai insegnanto nella scuola o che vi hanno insegnato solo per brevi periodi e magari molti anni fa: credo che di questo si preoccupasse effettivamente Stella nel suo articolo.

Il sistema continuerà a prevedere una ripartizione delle assunzioni al 50% tra GaE e Graduatorie di merito dei concorsi, ma bisognerà stare molto attenti nei prossimi anni a bandirli puntualmente questi concorsi (per evitare che si venga assunti unicamente dalle Gae), infatti, se l’inserimento di tutti i vecchi diplomati delle magistrali nelle GaE verrà confermato, si determinerà nei prossimi anni, soprattutto nel Nord Italia, una cospicua immissione in contemporanea nelle scuole di persone non più aggiornate da anni né sulla legislazione scolastica e l’attuale organizzazione delle scuole, né sulle metodologie didattiche disciplinari e per l’inclusione, senza contare il generico sbiadimento delle conoscenze disciplinari apprese in un ormai lontano percorso di studi…

Ciò che fa paura, insomma, è la potenziale ignoranza che potrebbe caratterizzare un certo numero di persone che si potrebbero occupare nel breve periodo di insegnamento (i numeri sono consistenti) e che in qualche modo andrebbe colmata prima del loro accesso nelle aule scolastiche.

Al di là del diritto o meno, quindi, di inserimento nelle GaE, il legislatore dovrebbe chiedersi se possa bastare il periodo di formazione e di prova del primo anno di lavoro (io francamente ne dubito), a selezionare i competenti a insegnare dai non competenti. Perché non prevedere quindi, in fase transitoria, per i soli aspiranti docenti delle GaE inseriti con ricorso e con solo titolo di studio magistrale e mancanza del requisito di almeno un anno effettivo di insegnamento, la frequenza obbligatoria di un anno di corso di aggiornamento propedeutico all’immissione in ruolo?

Bisogna evitare di dare ancora una volta la precedenza agli eventuali diritti acquisiti a discapito dell’efficacia formativa delle nostre scuole.

Michela Giangualano

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