Diplomati magistrale e laureati in SFP dialoghino per portare avanti rivendicazioni comuni. Lettera

di redazione
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inviato da Riccardo Circià – Il 20 Dicembre 2017 l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato ha espresso il suo parere negativo sull’ingresso dei diplomati magistrali ante 2002 nelle Gae di scuola primaria e dell’infanzia, assumendo un orientamento opposto rispetto ad alcune sentenze emesse, in precedenza, dalle singole sezioni del Consiglio di Stato stesso.

Di fronte a questa pronuncia il mondo degli insegnanti precari e degli aspiranti insegnanti si è letteralmente diviso in due: da un lato i diplomati magistrali, che hanno visto nella sentenza una violazione dei loro diritti, dall’altro i laureati in scienze della formazione, che l’hanno salutata con un sospiro di sollievo.

Da quel momento le due parti si sono spese in ogni modo per rendere visibili le loro ragioni agli occhi dell’opinione pubblica: sono state organizzate manifestazioni, rilasciate interviste e intavolati dibattiti sui social network, dando luogo a polemiche piuttosto aspre, che hanno accresciuto la distanza e l’incomunicabilità tra le rispettive posizioni.

In realtà a tutt’oggi, anche a causa di un’informazione superficiale e lacunosa, c’è molta confusione persino su che cosa abbia effettivamente stabilito il Consiglio di Stato e, ripartire dal contenuto di quella sentenza, appare un passaggio necessario per chi si prefigga l’obiettivo di ricostruire unità e solidarietà tra i lavoratori della scuola.

Innanzitutto bisogna ricordare che il Consiglio di Stato non ha vietato affatto ai diplomati magistrali l’ingresso in ruolo nel mondo della scuola, ma ha sancito che, per ottenerlo, essi dovranno necessariamente superare un concorso pubblico. Nella stessa identica condizione si trovano i laureati in scienze della formazione primaria nuovo ordinamento che, da quando le Gae sono state chiuse (2007), possono contare, per l’ingresso in ruolo, solamente sulla strada del concorso pubblico.

E’ comprensibile quindi che i nuovi laureati protestino contro il sistema dei ricorsi che, fino allo stop dato dall’Adunanza Plenaria, aveva consentito a decine di migliaia di diplomati ante 2002 di inserirsi nelle Gae, riempiendo così quelle graduatorie di cui si attende l’esaurimento da anni, e che, invece, stavano rischiando di diventare inesauribili.

Appare, inoltre, assai fondata la preoccupazione, espressa sempre dai laureati, che, attraverso il sistema dei ricorsi, entrassero in ruolo, accanto agli insegnanti precari, decine di migliaia di maestri per caso: persone che, avendo svolto tutt’altro nella vita, e solo in base al possesso di un vecchio diploma magistrale, decidessero di re-inventarsi insegnanti ed entrare nelle Gae, senza doversi sottoporre ad alcuna valutazione e selezione.

Guardando, poi, alle ragioni dei diplomati magistrali non si può dar torto alle proteste dei tanti precari della scuola che, per un lungo periodo di tempo, privo di concorsi per l’ingresso in ruolo (dal 1999 al 2012), hanno lavorato come supplenti, contribuendo a tenere in piedi il sistema scolastico. Per molti anni queste persone hanno investito nel mestiere dell’insegnante, maturando e arricchendo la loro professionalità e, oggi, chiedono con urgenza di poter raggiungere quella stabilità lavorativa a cui hanno diritto.

Per tirare le somme di quanto detto fin’ora, sembra che si possano trovare ragioni valide sia nelle posizioni dei laureati, sia in quelle dei diplomati e che, se questi due mondi cominciassero a parlarsi, potrebbero trovare diversi punti di contatto e portare avanti delle rivendicazioni comuni. In tal modo potrebbero lavorare più efficacemente per tutelare loro stessi e, cosa più importante, per tutelare il diritto dei bambini ad una scuola di qualità.

Alcune prime richieste congiunte, da inviare al Ministero dell’Istruzione, potrebbero essere che a scuola lavorino più insegnanti di ruolo e meno supplenti, che la pubblicazione dei concorsi avvenga con cadenza regolare e che, all’interno dei concorsi, venga valorizzata maggiormente l’esperienza sul campo, per esempio prevedendo prove anche di tipo pratico, oppure assegnando un punteggio speciale a chi può vantare una certa anzianità di servizio.

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