Diplomati magistrale in GaE, emendamenti bocciati. Anief: licenziamento dei maestri

di redazione
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Anief – L’Aula della Camera boccia gli emendamenti salva-scuola all’articolo 4 al Decreto Dignità e prepara il terreno al più grande licenziamento di dipendenti pubblici della storia della Repubblica italiana, avallando un concorso straordinario, voluto dai parlamentari delle Commissioni Cultura e Lavoro,

che metterà in palio un numero di cattedre irrisorie, appena 12 mila a fronte di oltre 50 mila diplomati magistrali che lavorano stabilmente e ancora più laureati in Scienze della formazione primaria abbandonati al loro destino, con il risultato di scatenare una concorrenza spietata tra i docenti e costringere tutti gli esclusi al rivolgersi al tribunale per avere giustizia.

Dopo le discussioni sulle richieste di modifica di ieri, terminate in piena notte, tutte sistematicamente bocciate per via del muro alzato dai parlamentari del M5S e della Lega, questa sera, alle ore 21.00, l’Aula passerà alle dichiarazioni di voto che non dovrebbero portare alcuna sorpresa. Pertanto, si può dire sin d’ora che la Camera dei Deputati perde l’opportunità di risolvere il problema del precariato, a partire da quello delle tante maestre e maestri della primaria e dell’infanzia che dopo anni e anni di supplenze, invece di vedere realizzata la loro stabilizzazione, dovranno riiniziare daccapo dalle graduatorie d’istituto che offrono l’opportunità di lavorare solo in 15-20 istituti.

L’aspetto più grave di questa vicenda all’italiana è che l’opposizione ha presentato una serie di emendamenti specifici, ad iniziare dalla riapertura delle GaE per tutti gli abilitati, che avrebbero dato una valida risposta politica all’insignificante proroga di 120 giorni, decisa dal governo per dare esecuzione delle sentenze su decine di migliaia di diplomati magistrale a seguito della decisione del Consiglio di Stato, con l’Adunanza plenaria del dicembre 2017, che li tira fuori dalle GaE, precludendo loro le concrete possibilità di stabilizzazione, anzi licenziandone addirittura 7 mila che già avevano sottoscritto il contratto a tempo indeterminato e anno di prova annesso.

Si sta certificando il licenziamento, dal prossimo 30 giugno, di tanti maestri che avevano già erano stati assorbiti nei ruoli delle Stato – commenta Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal – a cui si vanno ad aggiungere altri 43 mila docenti della scuola dell’infanzia e primaria che hanno sottoscritto un contratto annuale da GaE. E poi ci sono tutti gli altri abilitati. Pensare di risolvere tutto questo con un ‘concorsino’ per 12 mila posti, appare l’ennesima manovra da fumo negli occhi. A questo punto, possiamo dire sin da adesso che il prossimo anno scolastico si ricorderà per essere tra i più disorganizzati e caotici”.

Con un decimo del personale della scuola precario – continua Pacifico – non può essere quella dei concorsi la strada da prendere. Ancora di più perché in grandissima parte i 100 mila insegnanti che vengono chiamati ogni anno per coprire altrettanti posti disponibili, sono già stati scelti, formati e abilitati all’insegnamento. Ci ritroveremo in alcuni corsi di studio, quali appunto la primaria e la scuola dell’infanzia, per non parlare del sostegno e di alcune aree geografiche, in una situazione di vuoti da riempire che getterà i presidi nello sconforto”.

“Quella che sta prendendo il Parlamento – dice sempre il sindacalista autonomo – è una soluzione che scontenta tutti e crea le basi per una guerra interna alla docenza italiana. Perché ancora una volta non si sono salvaguardati coloro che hanno svolto supplenze fino al 30 giugno, non certo per colpa loro, ma perché spesso collocati sui tutti i posti finti in organico di fatto. Inoltre, nell’ideare il concorso straordinario ci si è dimenticati di pezzi interi di categorie, anche queste già abilitate, solo perché non hanno svolto 24 mesi di servizio oppure perché la scuola non è statale, come ha osservato pure il servizio studi del Parlamento analizzando proprio il Decreto Dignità, rappresenta una scelta che costerà carissima allo Stato: si va verso, in questo modo, uno dei più grandi ricorsi della storia della Repubblica italiana, che costringerà a rivedere l’impianto normativo che si sta approvando e a risarcire i docenti danneggiati”, conclude Pacifico.

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