Diplomati magistrale, Anief notifica primo ricorso alla CEDU. Obiettivo annullare la sentenza che li esclude dalle GaE

di redazione
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Anief – Mentre rimane bloccata la vicenda dei 50mila maestri con diploma magistrale, estromessi dalle GaE da un Consiglio di Stato che si è più volte contraddetto, Anief notifica il primo ricorso alla Cedu per annullare la sentenza dell’Adunanza Plenaria dello scorso 20 dicembre.

Il ricorso, patrocinato dagli avvocati De Michele e Galleano, per conto del presidente nazionale e di una maestra entrata di ruolo con riserva, dopo avere regolarmente superato l’anno di prova, intende denunciare la violazione della Carta europea dei diritti dell’uomo, dei diritti fondamentali UE, del trattato dell’Unione europea e della direttiva UE sul precariato.

L’iniziativa segue la denuncia Anief alla Commissione di petizione del parlamento UE e al Consiglio d’Europa e precede il prossimo deposito in Cassazione del ricorso per l’annullamento della suddetta sentenza per eccesso di giurisdizione. Sono diversi i punti che i legali del giovane sindacato hanno messo in evidenza. Ad iniziare dalla violazione dell’Art.1 del Protocollo n.1 della Convenzione EDU, in combinato disposto con l’art.14 della Convenzione EDU, in relazione alla violazione delle clausole 4, n.1, e 5, nn.1 e 2, dell’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, recepito dalla direttiva 1999/70/CE e dell’Art. 6, par.1, e art. 13 Convenzione EDU, in relazione alla violazione dell’art. 47 della Carta dei Diritti fondamentali UE, e dell’art.4, comma 3, del Trattato dell’Unione europea

Tra le righe del ricorso si cita anche la recente sentenza della Cedu sul ricorso Mazzeo che ha censurato proprio l’operato del Consiglio di Stato, che “ha stigmatizzato ai punti 35-39 proprio la prassi giudiziaria del Consiglio di Stato, per favorire ingiustificatamente le pubbliche amministrazioni, di modificare o ritardare l’applicazione delle decisioni precedentemente adottate in subiecta materia e la conseguente violazione degli artt.6 e 13 della Convenzione”.

La Corte rammenta anzitutto che il diritto a un processo equo deve essere interpretato alla luce del preambolo della Convenzione, che enuncia la preminenza del diritto come elemento del patrimonio comune degli Stati contraenti. Ora, uno degli elementi fondamentali della preminenza del diritto è il principio della certezza dei rapporti giuridici, che tende soprattutto a garantire alle persone soggette alla giustizia una certa stabilità delle situazioni giuridiche e a favorire la fiducia del pubblico nella giustizia. Questo principio è implicito in tutti gli articoli della Convenzione e costituisce uno degli elementi fondamentali dello Stato di diritto.

La Corte ha poi considerato in varie cause che, anche in assenza di annullamento di una sentenza, il fatto di rimettere in discussione la soluzione apportata a una controversia per mezzo di una decisione giudiziaria definitiva nell’ambito di un altro procedimento giudiziario poteva violare l’articolo 6 della Convenzione in quanto poteva rendere illusorio il diritto a un tribunale e violare il principio della certezza del diritto. Peraltro, la Corte ha detto molte volte che il diritto all’esecuzione di una decisione giudiziaria era uno degli aspetti del diritto a un tribunale. Se così non fosse, le garanzie dell’articolo 6 della Convenzione sarebbero private di ogni effetto utile. La protezione effettiva della persona sottoposta alla giustizia implica l’obbligo per lo Stato o a uno dei suoi organi di eseguire la sentenza. Se lo Stato rifiuta o omette di dare esecuzione, o tarda a farlo, le garanzie dell’articolo 6 di cui ha beneficiato tale persona nella fase giudiziaria della procedura perderebbero ogni ragione di essere.

Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario Confederale Cisal, “comunque, ancora di più alla luce degli ultimi accadimenti, la soluzione rimane solo quella politica, sulla scia della soluzione legislativa proposta dall’Anief: dall’8 gennaio scorso, abbiamo promosso due scioperi, l’ultimo nel giorno d’insediamento delle Camere dei deputati per chiedere a gran voce la riapertura straordinaria delle GaE dopo essere riuscita nella XVI legislatura a riaprirle due volte al personale docente abilitato. Ci sono quasi 50 mila maestre e maestri che aspettano di sapere se sono in possesso di un titolo – il diploma magistrale – che è ritenuto dai giudici valido per l’insegnamento ma non per l’immissione in ruolo. Mentre altri docenti con lo stesso titolo, grazie a sentenze passate in giudicato, sono confermati nei ruoli. È una situazione assurda e chi governa la scuola non può attuare la politica dello struzzo”, conclude il sindacalista autonomo.

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