Dimensionamento scolastico, Uil Scuola Rua: “In 30 anni meno 40% di scuole. Così risparmi per 88 milioni di euro”

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Sul dimensionamento scolastico arriva un dossier a cura del sindacato Uil Scuola Rua in cui si fotografa la situazione del fenomeno anche alla luce dell’incontro fra amministrazione e sindacati.

Riportiamo di seguito il documento dell’organizzazione guidata da Giuseppe D’Aprile.

In tema di dimensionamento scolastico la Federazione Uil Scuola Rua, nel ribadire la propria contrarietà rispetto ad una procedura legislativa che per sua natura risponde esclusivamente a criteri di risparmio e di contrazione della spesa e non possiede alcun valore volto agli interessi della scuola e in generale del sistema di istruzione statale, ha sottolineato l’esigenza di rivedere nel suo complesso la filosofia di fondo che sottende al dimensionamento scolastico chiedendo con forza che la prospettiva da cui affrontare il problema svolga una torsione di 360 gradi è assuma come punto focale “la riduzione del numero di alunni per classe”.

Fare il bene della scuola e del sistema di istruzione statele significa costruire una visione che non guardi alle contingenze, meno che mai a quelle di esclusiva natura finanziaria, ma sia tesa a disegnare la scuola dei prossimi decenni. Un punto di partenza ineludibile è la denatalità, una questione che implica serie ed approfondite analisi di natura sociologica, ma che a nostro avviso, in questo frangente, per quanto concerne la scuola, possa seriamente rappresentare una grande opportunità al fine di innalzare la qualità dell’insegnamento e la concretizzazione di processi educativo e didattici altamente più incisivi.

In tema di dimensionamento scolastico la Federazione Uil Scuola Rua, nel ribadire la propria contrarietà rispetto ad una procedura legislativa che per sua natura risponde esclusivamente a criteri di risparmio e di contrazione della spesa e non possiede alcun valore volto agli interessi della scuola e in generale del sistema di istruzione statale, ha sottolineato l’esigenza di rivedere nel suo complesso la filosofia di fondo che sottende al dimensionamento scolastico chiedendo con forza che la prospettiva da cui affrontare il problema svolga una torsione di 360 gradi è assuma come punto focale “la riduzione del numero di alunni per classe”.

Fare il bene della scuola e del sistema di istruzione statele significa costruire una visione che non guardi alle contingenze, meno che mai a quelle di esclusiva natura finanziaria, ma sia tesa a disegnare la scuola dei prossimi decenni. Un punto di partenza ineludibile è la denatalità, una questione che implica serie ed approfondite analisi di natura sociologica, ma che a nostro avviso, in questo frangente, per quanto concerne la scuola, possa seriamente rappresentare una grande opportunità al fine di innalzare la qualità dell’insegnamento e la concretizzazione di processi educativo e didattici altamente più incisivi.

Nel corso dell’incontro abbiamo evidenziato anche alcuni elementi storici e normativi che, se letti nella loro giusta prospettiva, aiuterebbero a costruire quella visione di scuola moderna che per noi rimane l’unica attuabile.

Non è superfluo ricordare che il ‘fare cassa’ sulla scuola è usanza della stragrande maggioranza dei Governi che si sono succeduti e trova la sua origine a partire dalla riforma Gelmini, che ha previsto il taglio di 10 miliardi al bilancio di scuola e di università, di cui 8,5 miliardi all’istruzione e 1,5 miliardi all’università. Il taglio che ha visto sparire l’organizzazione modulare dalla scuola primaria.

Come confermato anche da diversi studi della Commissione europea, quella ‘riforma’ ha generato: la riduzione dell’organico per 130 mila unità tra insegnanti e il personale ATA, la soppressione delle scuole sottodimensionate e l’accorpamento degli istituti con meno di 500 iscritti dando così inizio al dimensionamento “selvaggio”.

Che quella fosse una ‘riforma’ solo a parole con cui si mascheravano esclusivi interessi economicistici è dimostrata dalla realtà. Infatti, la parte più consistente dei soldi sottratti alla scuola operata con le leggi numero 133/08, 169/08 e 240/10, sono stati usati per ‘salvare’ Alitalia dall’acquisizione da parte di Air France. Salvataggio inutile, dato che la compagnia di bandiera si è trovata quasi immediatamente di nuovo in perdita. Nel frattempo, i tagli della riforma hanno tolto al sistema di istruzione italiano 10 mila classi, 90 mila cattedre, 30 mila supplenti e 44 mila posti per il personale non docente. Mentre sul fronte universitario portò i finanziamenti sotto la media europea, dimezzando le risorse destinate ai servizi per studentesse e studenti.

Un tema, quello dell’attuale dimensionamento, voluto dal governo precedente a guida Mario Draghi, patron del PNRR all’italiana, avrebbe dovuto indurre l’attuale Governo Meloni, chiamato a ridisegnare il progetto del dimensionamento, a guardare alla riduzione del numero di alunni per classe. Ma così non è stato.

Inclusa tra gli interventi necessari all’attuazione del PNRR in Italia (a detta del governo in carica allora e pure di quello in carica ora a cui la Corte costituzionale ha dato definitivamente ragione), la razionalizzazione delle autonomie scolastiche (sostanzialmente la loro riduzione) si era già arenata nella Conferenza Stato-Regioni del 29 giugno del 2022.

Il conflitto era basato su previsioni numeriche decisamente distanti tra di loro. Le Regioni chiedevano di fissare il numero medio di alunni per istituto a 750 e di escludere dal dimensionamento le scuole dell’infanzia e le primarie dei piccoli comuni. Di contro il governo proponeva una quota minima di 900 alunni per autonomia scolastica riguardante le scuole di ogni ordine e grado.

Al no della Conferenza Stato Regioni, Draghi aveva reagito dichiarando la volontà di procedere unilateralmente con un decreto interministeriale entro il 31 agosto 2023. Poi è caduto il governo e la nuova maggioranza aveva gettato il cuore oltre l’ostacolo già nella legge di bilancio del 2022 con un meccanismo che intendeva rispettare le esigenze di razionalizzazioni del Ministero delle Finanze.

Nel 2021-22 hanno funzionato 41.193 plessi, più o meno quelli già esistenti negli anni scorsi e che, saranno sostanzialmente confermate nella loro entità nel 2022/23. Si tratta di un film già visto, perché la riduzione del numero di istituzioni scolastiche è in corso da un ventennio: nel 2000-01 erano 11.592, nel 2012-12 9.139, nel 2021-22 8.160. Ora si prevede che nel 2031-32 saranno 6.885: in trent’anni le istituzioni scolastiche (quindi anche il numero di presidi, Dsga, etc…) si sarà ridotto del 40%.

L’unico beneficio per il dimensionamento riguarderà le casse dello Stato, mentre non ci sarà nessun vantaggio per tutto il personale scolastico e, in una certa misura, neanche per alunni e genitori.

Oggi abbiamo il palliativo, introdotto dal decreto “mille proroghe”, della riduzione del 2,5% delle scuole da dimensionare, che permetterà alle regioni di limitare il danno dell’intervento di dimensionamento e di “salvare” 181 autonomie scolastiche a livello nazionale, ma la norma rappresenta una risposta congiunturale e valida solo per il 2024/25 con oltretutto l’impossibilità di considerare quelle scuole disponibili per la mobilità. “La toppa peggio del buco”!

A tutto ciò si aggiunge il continuo finanziamento alla scuola paritaria che servirà anche per compensare il calo degli iscritti avvenuto durante i due anni di pandemia. Ciò non avviene per la scuola statale che, al contrario, subisce tagli dinanzi al calo dovuto alla denatalità.

Un esecutivo lungimirante, che crede che attraverso la scuola passi il futuro del paese, dovrebbe trasformare il problema della denatalità in una opportunità e non in una penalizzazione, intervenendo a grazia della scuola statale e non cercando di affossarla.

DOSSIER COMPLETO UIL SCUOLA RUA

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