Didattica total tablet. I dubbi dell’esperto: “in assenza di certezze meglio essere cauti”

di redazione
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di Eleonora Fortunato – Le nuove tecnologie migliorano l’apprendimento? A giudicare dalla fretta con cui i sistemi scolastici di tutto il mondo stanno migrando verso una didattica integralmente digitale la risposta dovrebbe essere sì. Invece il dibattito è più che mai aperto. Marco Gui, sociologo della Bicocca di Milano che ha curato il primo studio italiano sull’argomento, avverte: “Per come sono concepite oggi le tecnologie hanno un elevato potenziale distrattivo, minano la memoria e la concentrazione”. Chissà che il perenne e cronico ritardo dell’Italia questa volta non si riveli provvidenziale…

di Eleonora Fortunato – Le nuove tecnologie migliorano l’apprendimento? A giudicare dalla fretta con cui i sistemi scolastici di tutto il mondo stanno migrando verso una didattica integralmente digitale la risposta dovrebbe essere sì. Invece il dibattito è più che mai aperto. Marco Gui, sociologo della Bicocca di Milano che ha curato il primo studio italiano sull’argomento, avverte: “Per come sono concepite oggi le tecnologie hanno un elevato potenziale distrattivo, minano la memoria e la concentrazione”. Chissà che il perenne e cronico ritardo dell’Italia questa volta non si riveli provvidenziale…

Dottor Gui, nel nostro Paese solo il 6% delle classi è interamente digitale, a fronte del 37 % europeo (dati Eurispes). Questo nostro ritardo alla luce dei suoi studi potrebbe essere positivo?

“E’ una buona domanda, ma direi di no. Penso che la tecnologia debba essere integrata nella didattica, i cittadini hanno il diritto di formarsi all’uso critico dei media. Diverso, invece, è affermare che la tecnologia migliora i livelli di apprendimento,  che è l’ambito specifico dei miei studi. Ad oggi questa evidenza non c’è, ma anzi, anche nei Paesi europei in cui ci si è spinti molto in avanti con la digitalizzazione della didattica, per esempio la Gran Bretagna, il dibattito resta acceso”.

Di conseguenza, come valuta le classi integralmente digitali? Di recente all’interno di una scuola elementare romana, la “Iqbal Masiq”, c’è stata una levata di scudi dei genitori contro il progetto “Classe 2.0”.

“Non vorrei prendere una posizione, ma se si trattasse di mio figlio, sarei cauto, questo senz’altro sì. I benefici della didattica tradizionale sono ben noti, mentre quelli della didattica integralmente digitale sono tutti da dimostrare. Gli studi che sono stati condotti finora e che io in prima persona sto portando avanti mettono in evidenza che quei benefici che implicitamente ci si aspettava dall’uso intensivo di internet nello studio in realtà non ci sono. Giusto, invece, che in questa fase di transizione ci siano delle sperimentazioni condotte su piccoli numeri e con un’osservazione attenta e costante dei risultati, in modo da poter correggere il tiro se le cose non andassero come ci si attende”.

Lei è autore del primo studio che nel nostro Paese incrocia i dati tra i risultati dei test Invalsi e quelli di un questionario sull’uso di internet. Ce ne vuole parlare?

“La ricerca è stata svolta su un campione di 2500 studenti di scuole superiori della Lombardia, attraverso un questionario sull’utilizzo di Internet incrociato poi con i risultati conseguiti dagli studenti nei test INVALSI 2011/2012. Le domande nel questionario andavano dalle ore di utilizzo quotidiano dei social network a quelle impiegate per giocare online o per lo studio. E in tutti i casi i grafici, come quello allegato, mostrano una correlazione negativa tra utilizzo intensivo del web e risultati scolastici, mentre a una frequenza moderata del web corrispondono risultati migliori”.

Questa corrispondenza potrebbe però essere letta in un altro modo: chi non ha voglia di studiare tende a stare più tempo su Internet…

“E’ vero, infatti non possiamo affermare che ci sia un rapporto diretto di causa-effetto, però è un dato che merita attenzione e che va approfondito. Sicuramente esiste un problema di concentrazione collegato all’uso intensivo della rete: i mezzi tecnologici, almeno per come sono concepiti oggi, hanno un elevato potenziale distrattivo che può nuocere alla profondità dell’analisi. Accanto a questo aspetto negativo bisogna però anche ricordare l’elevato potenziale di coinvolgimento che questi strumenti hanno. A questo proposito vorrei citare una recente indagine della Fondazione Agnelli sui ragazzi che frequentano  classi 2.0, in cui la didattica è interamente digitalizzata. Questa ricerca ha evidenziato che i mezzi tecnologici hanno incrementato i risultati scolastici degli allievi in partenza meno brillanti, mentre ha visto un lieve peggioramento di quelli più bravi. Ciò ci lascia immaginare, appunto, che i benefici della didattica digitale riguardino più l’aspetto del coinvolgimento che non quello cognitivo”.

Alla luce di quanto ci ha appena detto, condivide la condanna del filosofo Roberto Casati, autore di “Contro il colonialismo digitale”?

“Io sono uno studioso empirico, ma su molti aspetti sento di dargli ragione e inviterei i decisori politici a una grande cautela. Questo non vuol certo dire che sia secondario cablare le scuole o far sì che abbiano un’ottima dotazione tecnologica. Quello su cui bisogna discutere è, invece, l’opportunità del passaggio a una didattica integralmente digitale, total tablet per intenderci, prima che la scienza dimostri i reali effetti dei nuovi mezzi sul nostro cervello. Su questo è legittimo avere dei dubbi e continuare a fare ricerca”.

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