Didattica, nessun nuovo modello di formazione senza il digitale

di Gianfranco Scialpi
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La crisi della scuola rimanda a diversi aspetti. Sicuramente il suo modello ottocentesco non funziona più.

La via d’uscita sta nella mediazione progettuale tra la tradizione e il nuovo caratterizzato da un’iper-esposizione informativa e dalla presenza di linguaggi diversi da quello della scrittura. Diversamente è la fine.

La crisi della scuola e il suo modello ottocentesco

La crisi della scuola è di natura sistemica. E’ praticamente impossibile stilare una graduatoria. Gli aspetti di rivendicazione sindacale s’intersecano con quelli organizzativi, strutturali, didattici…
Sicuramente il   profilo storico basato sul testo scritto, la trasmissione orale e l’alta densità relazionale fisica non funziona più. In un contesto contadino e industriale risultava vincente, in quanto la scuola deteneva il monopolio della conoscenza e dell’informazione. Il suo punto-forza era la prospettiva che puntava alla costruzione di un profilo di persona alfabetizzata e integrata nel contesto sociale.

Il modello tradizionale non è più efficace

Nel contesto postmoderno sempre più digitalizzato dove l’informazione risulta eccessiva, contraddittoria e non sempre verificabile, la scuola non riesce a riconoscersi e quindi a darsi un’identità credibile. La reazione è l’arroccamento che si declina nell’affermazione del modello ottocentesco.
Indubbiamente esistono delle situazioni critiche che giustificano la scelta di proseguire con il già sperimentato. Ci sono Istituti scolastici che presentano laboratori con dispositivi obsoleti nella componente hardware e software. Altri, invece hanno una dotazione strumentale adeguata, ma confinata nel laboratorio, contravvenendo al principio ispiratore del PNSD che punta a far sperimentare l’informatica nella didattica. Senza dimenticare che una didattica che fa entrare il laboratorio d’informatica nelle aule necessità di una connessione a banda larga. Secondo un’indagine commissionata dall’Associazione Nazionale Presidi (ANP) e presentata questo mese, solo il 12,5 degli istituti possiede una connessione superiore ai 30 Mbps

La tecnologia senza una visione è inutile 

Esiste un problema di approccio al mondo dell’informatica che identifica la soluzione nella presenza aggiornata dei diversi dispositivi (pc, tablet, sistema-lim, videoproiettori interattivi…). Ci sono istituti che presentano la loro dotazione tecnologica all’utenza, dimenticandosi però di mettere in altrettanto risalto la progettualità che dovrebbe supportarla. Ci si concentra sul presente, sorvolando sulla prospettiva. Quest’ultima rimanda alla domanda: quale configurazione di persona vogliamo consegnare al futuro?
M. Heidegger associava il termine “pro-getto” alla dimensione del futuro. Il suo significato, infatti, riferito all’esser-ci (uomo), significa “gettato avanti, verso”. Ora la dimenticanza progettuale riduce il digitale ad un uso strumentale, distorto e rischioso che caratterizza significativamente il nostro contesto, schiacciato in un onnipresente, asfittico e innaturale per l’uomo.
L’ utilizzo dei dispositivi privi di un’anima pedagogica è estraneo alla scuola che vive di futuro e per il futuro. Non serve! In questo caso è preferibile lasciar fuori il digitale. Condivido quanto scrive Dianora Bardi, professoressa e presidente di ImparaDigitale: ” Per salvare il digitale, insomma, dobbiamo dimenticare il digitale

Onlife una prospettiva quasi certa

E’ indubbio che la tecnologia faccia parte del quotidiano del ragazzo e non solo. Non è possibile ignorare questo avanzare del digitale, definita dal filosofo L. Floridi La quarta dimensione (2017) che ipotizza una prospettiva di progressiva identificazione del virtuale con il reale (Onlife). Questa espansione della Infosfera dove “viene superata  la distinzione tra reale e virtuale e nel quale analogico e digitale si fondono e confondono, si intrecciano e si rinforzano vicendevolmente” sta modellando progressivamente la dimensione macro (l’economia, la comunicazione politica) e quella micro o pulviscolare come  il cognitivo, il linguaggio, le relazioni, i sentimenti che caratterizzano i nativi digitali (M.Prensky 2001).
Qualche settimana fa ho scritto su OrizzonteScuola ” la Generazione Z cioè i nati tra il 1995 e il 2010 e quindi di età compresa tra i 9 e i 24 anni. In Italia sono 9,3 milioni (Fonte Istat 2018). La lettera Z sta a indicare la differenza con la generazione precedente del Millennials, definita anche con la lettera Y.
Diverse sono le specificità che distinguono la generazione Z da quest’ultima. Qui però ci interessa evidenziare le assonanze con il quadro del pensiero acritico.
Essi sperimentano un rapporto simbiotico, compulsivo totale con il Web.  Vivono più nel virtuale che nel reale, fino ad arrivare ad estraniarsi quasi completamente dal contesto concreto. M. Rita Parsi li ha ridefiniti Generazione Hikikomori “.

L’eccessiva informazione e la multimedialità

Il futuro si baserà sull’informazione. Il Web che rappresenta un immenso database favorisce l’ iper-esposizione informativa (information overload) spesso contraddittoria e gonfiata emotivamente fino a divenire fake news. Quest’ultima presenza favorisce l’informazione che piace e colpisce ( G. Lipovetsky). In altri termini sempre meno si cerca di capire  se un’informazione è vera o meno (autorevolezza dell’autore, aggiornamento…) Ci si limita a sentirla emotivamente , se questo avviene allora è vera.
Questo bisogno di restare connessi e rincorrere continuamente l’informazione comporta l’insorgere della sindrome da affaticamento informativo che conduce a un lungo elenco di sintomi tra cui difficoltà a concentrarsi, irritabilità, ansia, affaticamento e burn out, dimenticanze, insonnia…
In questo contesto diventa difficile elaborare le informazioni, scegliere e decidere. Scrive M. Prensky “I saggi digitali distinguono fra la saggezza digitale e la semplice destrezza digitale, e fanno del loro meglio per sradicare la stupidità digitale. Essi sanno che il semplice sapere come usare una tecnologia non rende più saggi di quanto non lo faccia il semplice saper leggere le parole. Saggezza digitale non significa agilità nel manipolare la tecnologia, bensì capacità di prendere decisioni più sagge in quanto potenziate dalla tecnologia”.
L’informazione però si presenta supportata da immagini, video (Homo videns) suoni e musica. Spesso queste espressioni risultano prevalenti e più efficaci dello scritto. Da qui il ricorrente riferirsi a un mutamento antropologico che presenta la multimedialità come la nuova prospettiva.

Due idee per un nuovo modello di scuola

Su questi aspetti la scuola può fare molto, favorendo l’affermazione di un’identità coerente con il contesto 2.0, senza però disconoscere la sua tradizione. Accenno a due possibili itinerari. Della prima ho già scritto su OrizzonteScuola.
L’uso interattivo e collaborativo delle mappe e degli schemi, come strumenti orientativi nella ricerca delle informazioni nel Web, supportati dalla generazione di testi strutturati in paragrafi. L’approccio consente di andare oltre l’informazione, generando conoscenze significative (Ausubel), perché collegate alla propria rete concettuale preesistente. Il punto forza di questa circolarità tra schemi, mappe e testo è la possibilità di ampliare il linguaggio che rappresenta il proprio mondo (L. Wittgenstein).
Il secondo aspetto, spesso legato al primo è lo studio dei linguaggi (iconico e sonoro) e la necessità di renderli coerenti con lo scritto, che può essere prodotto anche in un secondo momento.
L’alternativa è la difesa dell’esistente, del già sperimentato da diversi secoli con l’esito certo della scomparsa della scuola.

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