Didattica “In Presenza” o “a Distanza”, lotta ideologica più che reale desiderio di soluzione. Lettera

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inviata da Giuseppe Bruno – Il discorso sulla scuola in presenza o a distanza si è trasformato in una questione “ideologica” invece di rispondere seriamente ad esigenze pratiche, come avrebbe dovuto essere. Perché? Difficile rispondere a questa domanda, anche perché i due partiti “pro in presenza” e “pro a distanza” non sembrano rispecchiare, come ci si aspetterebbe da una battaglia ideologica, gli schieramenti politici in campo, anzi la militanza nell’uno o nell’altro dei “partiti” appare quasi trasversale.

Per poter discutere serenamente di un argomento come questo che sta infiammando gli animi fino ad arrivare ai ricorsi, ai controricorsi, alle petizioni, alle azioni legale e alle manifestazioni di piazza sento, dunque, la necessità di precisare preventivamente la mia posizione a riguardo. Io per la mia lunga esperienza in campo educativo e didattico non posso non considerare la didattica in presenza come quella fondamentale nel processo formativo di ogni allievo, anche se, come tanti docenti aggiornati, conosco i vantaggi che la didattica a distanza offre.

Ovviamente quest’ultima non può sostituirsi a quella in presenza, ma solo integrarla. Non mi dilungo ulteriormente sui vantaggi psicologici e pedagogici della didattica in presenza dando per scontato che tutti dovrebbero concordare che sono innumerevoli e insostituibili. Né disconosco minimamente il grave danno che gli allievi stanno subendo nel poter fruire (quando possono: purtroppo c’è pure questo!) solo della didattica a distanza.

Detto questo, però, un conto è desiderare la didattica in presenza, un conto è poterla realizzare nelle condizioni in cui ci troviamo a causa della pandemia in condizioni di reale e comprovata
situazione di sicurezza per tutti, come dovrebbe essere secondo giustizia, senza danneggiare nessuno dei soggetti sociali direttamente o indirettamente coinvolti. Spingere dunque il discorso, come sta accadendo con ricorsi, controricorsi, atti legali, opposte petizioni e manifestazioni mi sembra fuori luogo e fuorviante.

Ma soprattutto lo ritengo negativo perché si presta a strumentalizzazioni reciproche di parte e, di conseguenza, non contribuisce a risolvere il problema, anzi lo esaspera e lo complica allontanandone, invece di avvicinarne – come si crede di fare con questi mezzi – la soluzione. Le manifestazioni e le petizioni sarebbero giuste se invece di “urlare” cose ovvie – tutte quelle da me rapidamente elencate in premessa – portassero o pretendessero da chi di dovere, dati realmente attendibili relativamente ai contagi, circostanziati zona per zona, e richiedessero le relative puntuali misure di prevenzione e di contenimento.

Tutto il resto è ideologia, politica spicciola, più o meno consapevole a volte del tutto inconsapevole, quando non da addirittura l'impressione a buona parte dell'opinione pubblica, vedi il caso dei ricorsi in Calabria – la regione meno attrezzata di tutte, come, purtroppo, è ufficialmente documentato, ad affrontare seriamente il problema – di essere solo scontro tra “poteri”, dove il più forte, gongolando, vince, restando il tutto nel consequenziale abbandono della cosa pubblica a se stessa e ben lontani dalla vera soluzione del problema.

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