Didattica è guardarsi negli occhi, parlarsi, dialogare. Lettera

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inviata da Filippo Cavallari – Un’esperienza come quella che la scuola sta vivendo per affrontare l’emergenza del coronavirus sarà forse, nella vita scolastica di molti docenti, unica e incancellabile.

E’, infatti, accaduto che mentre la vita lavorativa degli insegnanti proseguiva in maniera del tutto ordinaria (si andava a scuola, si stava coi propri alunni, si faceva lezione, si tornava a casa e si preparavano le lezioni del giorno dopo), ad un tratto, tutto è stato sconvolto da un annuncio: “scuole chiuse per almeno tre settimane”.

Ed è caos. Non si possono abbandonare per tutto questo tempo i ragazzi. Ed ecco che allora si mettono su, in tempi lampo, le più svariate piattaforme online per impostare la cosiddetta “didattica a distanza”. E
qualcosa che funziona c’è sicuramente: gli insegnanti mantengono il contatto con i propri alunni, fanno sentire la loro vicinanza, e gli studenti a volte reagiscono positivamente.

E da questo momento in poi, però, parte una retorica interminabile sull’uso e sui vantaggi della tecnologia.

Parte un susseguirsi di “la scuola dopo questa esperienza non sarà più la stessa”, “la scuola non abbandonerà più l’uso della tecnologia”, “le piattaforme possono rivoluzionare la didattica”, “dovevamo
aggiornarci prima”, e tanto altro ancora.

Comprendo certamente la voglia dei docenti di apparire aggiornati e all’avanguardia. Fa piacere a tutti sentirsi moderni. Ma in merito al concetto di base, voglio andare fortemente controtendenza.

Non c’è infatti, esperienza migliore di quella che stiamo vivendo per ora, che possa dimostrare come la scuola sarà sempre la stessa. Non credo ci sia stata una singola classe in tutto il paese che non abbia rimpianto la scuola di sempre. Innumerevoli le frasi, da parte degli studenti, del tipo “ma quando torniamo a scuola?”, “ma per quanto continueremo così?”, “prof, mi manca”, eccetera eccetera. Certamente la tecnologia è un innegabile supporto alla didattica e può essere molto utile: se si deve condividere un
materiale con un’intera classe, molto meglio allegare un semplice file su una piattaforma online che fotocopiare 25 volte la stessa pagina e sprecare carta. Nessuno nega simili ovvietà.

Ma la didattica è altro e questi mesi stanno dimostrando che ciò che gli insegnanti possono trasmettere ai loro studenti può essere trasmesso autenticamente solo con i metodi tradizionali, quelli della scuola del
maestro Perboni nel romanzo “Cuore” di De Amicis per intendersi.
Condividere lo stesso spazio fisico, guardarsi negli occhi, parlarsi, dialogare. Questi sono e saranno per sempre gli strumenti ineludibili della scuola, della didattica e della trasmissione del sapere. E’ stato così inpassato, è stato così quest’anno prima dell’emergenza, e sarà così anche nella scuola del 2090. Ormai possiamo essere certi di questo. Il coronavirus ha messo in totale crisi (anzi ha proprio distrutto) l’implicazione, decantata da molti, secondo la quale una didattica innovativa sarebbe una buona didattica.

Non c’è nulla di più falso. E se questo periodo di scuola a distanza non sarà del tutto vanificato il merito non sarà certo degli strumenti digitali, ma dell’impegno impagabile e insostituibile degli insegnanti.

 

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