Didattica digitale: se non fosse tutto oro. Svolta precipitosa?

di redazione
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di Eleonora Fortunato – La spinta alla digitalizzazione integrale nella didattica è sempre più forte in Italia: il ministero dell’Istruzione saluta con approvazione e incoraggiamento le esperienze delle scuole 2.0. Eppure a livello internazionale è molto acceso il dibattito sulle possibili conseguenze negative di una didattica completamente e affrettatamente digitalizzata. Così qualcuno lancia l’idea di una moratoria…

di Eleonora Fortunato – La spinta alla digitalizzazione integrale nella didattica è sempre più forte in Italia: il ministero dell’Istruzione saluta con approvazione e incoraggiamento le esperienze delle scuole 2.0. Eppure a livello internazionale è molto acceso il dibattito sulle possibili conseguenze negative di una didattica completamente e affrettatamente digitalizzata. Così qualcuno lancia l’idea di una moratoria…

Per riprendere il nostro titolo, il digitale a scuola luccica, luccica eccome: attira iscrizioni, investimenti, interesse, il plauso delle istituzioni. Invece non ci risulta che queste ultime abbiano avviato una riflessione più approfondita per valutare l’impatto dell’uso intensivo delle tecnologie digitali nell’apprendimento e nella formazione dei soggetti in crescita, bambini ed adolescenti, nonostante a livello internazionale sia suonato più di un campanello d’allarme.

Probabilmente puzza di ideologico ogni tentativo di ‘frenare’ la spinta agli investimenti nel settore dell’innovazione digitale: “Da anni i governi riducono fortemente le risorse per la scuola pubblica”  leggiamo per esempio nel comunicato dei genitori della scuola Iqbal Masih di Roma in cui lo scorso 22 gennaio si è tenuto un interessante convegno proprio sui rischi di una eccessiva esposizione dei discenti alla didattica digitale. “Hanno tagliato oltre 8 miliardi di euro in tre anni – prosegue il documento In questo e nello scorso anno scolastico, il taglio di insegnanti elementari ha decretato la scomparsa del tempo pieno. Eppure il Miur  ha stanziato, solo nel 2013, nell’ambito del Piano nazionale scuola digitale (Pnsd), decine di milioni di euro per fornire le scuole di lavagne elettroniche e per ‘digitalizzare’ la didattica, modificando l’ambiente di apprendimento attraverso la dotazione individuale di tablet e computer ad un certo numero di alunni".

Ma da che cosa muove l’iniziativa della scuola romana? Su che basi si poggia? Studi condotti da oltre 15 anni negli Usa, in Nuova Zelanda ma anche in Paesi europei come la Francia e la Svizzera affermano che l’utilizzo precoce dei media digitali nei bambini ha conseguenze negative su diverse abilità cognitive quali attenzione, memoria, sviluppo del linguaggio e dell’intelligenza. Esso influirebbe sui processi emotivi, sull’autocontrollo, sulla socializzazione reale, fino a condizionare l’identità personale.

Una dettagliata e autorevole risposta ci arriva dall’Accademia delle Scienze di Parigi, una delle società scientifiche più famose al mondo, che nel gennaio 2013 ha pubblicato un comunicato dal titolo Il bambino e gli schermi (digitali). Per diversi mesi i ricercatori si sono posti domande come: quali sono i rischi di dipendenza o di regressione mentale ed emotiva in un bambino di fronte allo schermo digitale? Qual è il ruolo dei tablet interattivi nell’apprendimento e nella trasmissione dei saperi? Per rispondere, hanno attinto ai dati forniti da varie discipline: neurobiologia, psicologia, scienze cognitive, psichiatria, medicina. Sembrerebbe che l’uso di schermi digitali produca effetti sia positivi sia negativi: tra quelli positivi lo stimolo all’atteggiamento deduttivo (il bambino impara a dedurre i concetti attraverso un ragionamento logico partendo da una premessa), tra quelli negativi, invece, c’è una crisi del ragionamento di tipo induttivo, che poggia sulla capacità di osservare fatti e informazioni per formulare ipotesi. Se il ragionamento induttivo non viene allenato – dicono i ricercatori francesi – la mente del bambino acquisisce unicamente competenze razionali. 

E’ strano il ministero dell’Istruzione, torniamo a ripeterlo, mostri scarsa sensibilità di fronte a questo dibattito non esattamente ozioso o provinciale, mentre arriva dalla scuola più multiculturale della Capitale la proposta di una “moratoria temporanea dell’affidamento di gadget digitali e schermi ai bambini, affinché si possa realizzare un’analisi approfondita degli studi internazionali già esistenti e si avviino studi indipendenti, seri ed interdisciplinari". Un’idea che si pone in netta controtendenza rispetto ai processi di digitalizzazione integrale in atto ormai in moltissime scuole, da Nord a Sud: basti pensare all’Istituto Paritario “Frejus” di Bardonecchia, sulle Alpi piemontesi, ma anche al meridionalissimo istituto comprensivo “Leonardo Da Vinci” di Mussomeli in provincia di Caltanissetta.

A livello centrale la preoccupazione dominante sembra essere spronare il più possibile all’introduzione delle tecnologie emergenti nella didattica, sviluppando nuovi approcci formativi e studiando nuovi linguaggi comunicativi (ricordiamo il piano Scuola Digitale che ha sostenuto la diffusione delle lavagne interattive multimediali e di altre tecnologie digitali come e-book e tablet nelle classi).

Molti di noi forse ricordano che il primo vero impatto del digitale – non ancora 2.0, per carità – sulla scuola ci fu negli anni Novanta: fior di sperimentazioni nacquero allora per portare il linguaggio della programmazione persino nei licei classici (è in quel periodo che gli istituti si attrezzarono delle oggi ormai obsolete aule informatiche). Dopo qualche anno ci si rese conto che il Turbo Pascal e l’MS-DOS a poco o niente servivano nella vita di tutti i giorni: saper usare un computer è un’altra cosa. E se adesso avvenisse la stessa cosa? Se tra qualche tempo, una volta che si saranno potuti misurare più a fondo gli effetti reali dell’impatto della tecnologia sulla didattica, ci si rendesse conto che forse la svolta è stata troppo precipitosa?

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