Didattica digitale non è sinonimo di Dad: valorizzarla e usarla anche in presenza. Lettera

Lettera

Inviato da Paola Berzetti – Sono docente e formatrice e, anche nell’imminenza del nuovo anno scolastico caratterizzato da gravi incognite, vorrei invitare a riflettere su alcuni aspetti della didattica e della formazione che, nella mia esperienza, in Italia rimangono cruciali:

· va innanzitutto chiarito un equivoco che purtroppo ha fatto breccia nell’opinione comune dopo l’esperienza dell’anno scorso in lockdown: la DIDATTICA DIGITALE non coincide con la DIDATTICA A DISTANZA, anche se ovviamente ne è alla base;

· la didattica completamente a distanza non è certo desiderabile e ha dimostrato molti limiti, ma perché non considerarla migliorabile? Demonizzandola soltanto ci si dimentica un aspetto fondamentale: cosa avremmo avuto durante il lockdown se non ci fosse stata la possibilità di attuare la DaD? La risposta è molto semplice: il NULLA, in alternativa infatti ci sarebbe stata assenza assoluta di comunicazione didattica;

· la buona DIDATTICA DIGITALE può aiutare, anche a scuola in presenza, a innovare e migliorare la didattica tradizionale. E’ l’aggettivo “buona” la vera discriminante, ciò che davvero fa la differenza per gli studenti, in presenza o a distanza, ed è a questa buona didattica che si deve almeno puntare;

· nella scuola italiana ci sono già molte buone pratiche di didattica digitale: sono state queste che hanno permesso di affrontare meglio il periodo comunque difficilissimo del lockdown, in cui ogni scuola ha dovuto re-impostare in maniera pressoché istantanea e “in corsa” tutta la propria organizzazione;

· alla base delle buone pratiche digitali nelle scuole vi sono gli animatori digitali (supportati dai “Team dell’innovazione”): potrebbero avere un ruolo centrale anche per il Ministero dell’Istruzione in quanto interlocutori esperti, eppure la loro esperienza non viene particolarmente valorizzata;

· anche la FORMAZIONE DIGITALE funziona a scuola soprattutto grazie agli animatori digitali; la formazione dei docenti (digitale, ma non solo) è infatti ottimale quando è 1) formazione di intere scuole e non di singoli; 2) formazione in itinere e non soltanto “puntuale”. La formazione dovrebbe essere un processo condiviso e monitorato che porti a risultati valutabili e ripetibili (quindi anche migliorabili), come per qualunque altro processo di sviluppo di competenze: una sorta di piano generale di ricerca-azione, insomma;

· la scuola italiana (la Secondaria quanto meno) ha assoluto bisogno di uscire dalla sua logica meramente disciplinare e individualistica e la formazione dei docenti sarà davvero innovativa per la scuola quando riuscirà a introdurre ovunque nella pratica il LAVORO IN TEAM, purtroppo oggi spesso ancora espletato come mero adempimento burocratico;

· dovrebbe esserci un controllo non solo meramente formale della ricaduta delle iniziative di formazione, con valorizzazione da parte del Ministero del lavoro svolto in tal senso dalle scuole, oltre che dai singoli docenti al loro interno.

Queste riflessioni, per fortuna, si stanno ormai facendo strada da più parti fra gli esperti – spero davvero che, da finalità generiche quali sono al momento, diventino anche per il Ministero dell’Istruzione dei principi-guida concreti per la didattica e la formazione in Italia.

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