Didattica Assistita con gli Animali (DAA) Educazione e resilienza fra i banchi di Scuola

di redazione

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di Francesco Paolo Romeo – La cornice epistemologica e sociale assunta nell’intraprendere la sperimentazione dell’innovativo dispositivo didattico/pedagogico, è stata la crisi educativa di questi anni che, pur trovando le sue origini già nell’ascesa delle dittature europee che attraverso i suoi due Padri ‘folli’ (il Führer e il Duce) imposero Leggi proprie però al di fuori della Legge condivisa e trent’anni dopo nella più ampia contestazione giovanile del Sessantotto, non ha pari nella storia dell’Occidente.

Sappiamo infatti che l’‘allenza’ fra genitori e insegnanti è ormai rotta, che le famiglie mostrano una sorta di ‘regressione’ a stati infantili o quantomeno adolescenziali per cui i sociologi hanno coniato le categorie di «boy-men», «adult-children» o «adultescent» nel tentativo di descrivere i comportamenti disfunzionali dei genitori ed il loro tendere all’orizzontalizzazione piuttosto che alla funzionale verticalizzazione dei ruoli, che più nello specifico i Padri del nostro tempo sono pressoché assenti – alcuni studiosi dicono simbolicamente “evaporati” – dalle esperienze di apprendimento e dalla vita scolastica dei loro figli, evitando persino di presiedere alle udienze civili di comparizione quando il Tribunale per i Minorenni convoca l’intero nucleo familiare per comprendere le cause dell’inadempienza scolastica.

Ancora, il fenomeno del bullismo costringe sempre più le Procure della Repubblica Minorili ad aprire diversi fascicoli in seguito alle segnalazioni della scuola – un fenomeno che occorre più di ieri interpretare alla luce dell’incapacità generalizzata degli adulti e delle altre agenzie educative di “tenere a mente” figli e studenti in quanto portatori consapevoli di emozioni e pensieri riguardanti il futuro -, mentre la disabilità assume un’importanza fondamentale come area d’indagine, soprattutto se si osserva che i vari rapporti sullo stato di benessere dei nostri studenti, assieme alle strutture di neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza presenti sul territorio, sempre più segnalano e diagnosticano deficit di attenzione, di iperattività e da comportamento dirompente e disturbi della condotta e del comportamento alimentare.

Dalla rilevazione del maggio 2019 dell’Ufficio Gestione Patrimonio Informativo e Statistica del MIUR riguardante gli alunni con disabilità nella scuola italiana, si evince infatti che gli alunni con certificazione di disabilità frequentanti le nostre scuole (statali, paritarie e non paritarie) si sono sì attestati nell’anno scolastico 2017/2018 a 268.246 unità, mostrando un incremento rispetto all’anno precedente di quasi 14.000 unità, ma rispetto a 20 anni fa sono più che raddoppiati.

Dati che riflettono di sicuro una maggiore attenzione diagnostico-clinica degli operatori delle strutture presenti sul territorio insieme ad una maggiore sensibilità della società al tema dell’inclusione, ma allo stesso tempo evidenziano il bisogno degli studenti, specie nella prima fase dell’arco evolutivo, di essere in qualche modo ‘contenuti’ da un punto di vista educativo e soprattutto esistenziale.

Un cane fra i banchi di scuola, ad insegnare le emozioni, quelle belle

Per far fronte a queste urgenze evolutive degli studenti, che come abbiamo visto mostrano un’incapacità generale rispetto alla conoscenza e alla gestione della loro ‘dimensione emotivo-affettiva’ – probabilmente a causa delle negligenze educative familiari a cui abbiamo fatto cenno, ma se allarghiamo lo sguardo inferenziale pure per responsabilità di una società che complessivamente dimentica spesso di valorizzare i segreti/progetti di vita di cui sono detentori i bambini, i preadolescenti e gli adolescenti -, abbiamo progettato un intervento di didattica assistita con gli animali, in cui il cane meticcio Frida, assieme alla sua coaudiutrice Emanuela Luperto e alla pedagogista dell’infanzia Imma Francesca Scazzi, è stata l’insegnante abilitata a promuovere e sviluppare la cultura dell’affettività anche fra i banchi di scuola.

Sospesa quindi momentaneamente la didattica disciplinare, e dopo essersi raccordate le operatrici della relazione educativa con il corpo docente dell’Istituto che ha indicato le classi di scuola secondaria di primo grado in cui fosse più utile operare per problematiche emerse o emergenti, Frida si è aggirata fra i banchi col doppio mandato di rafforzare la competenza emotivo-affettiva negli studenti, ma pure rendere gli insegnanti più disponibili da un punto di vista affettivo soprattutto durante le verifiche e le interrogazioni che tanto preoccupavano gli studenti.

Il metodo prima di ogni cosa

Le operatici della relazione educativa, compresa Frida naturalmente, hanno sempre ricordato a loro stesse che la competenza emotivo-affettiva degli studenti fosse il risultato dell’apprendimento di almeno tre fondamentali tappe: la narrazione del proprio vissuto emotivo-affettivo, l’individuazione/riconoscimento degli stati mentali emotivi sperimentati e la gestione degli stessi

Per queste ragioni, la prima cosa realizzata nel contesto classe è stata la cotruzione di un setting narrativo all’interno del quale gli studenti hanno capacitato, sinanche con le lacrime, le storie di vita più drammatiche ai loro occhi: la morte di un cane, il cambio di scuola, i problemi economici familiari, un litigio fra compagni di classe che non si sapeva ancora come risolvere.

Dopo questo primo ‘racconto in cerca di senso’ divenuto via via più condiviso, sulla strada operativa quindi della costruzione di nuclei di resilienza assistita anche a scuola, gli studenti hanno imparato a ‘parlare le emozioni’ provate, ovvero a darle un nome come anche a riconscerne delle altre, la sorpresa per esempio, oltre a quelle classiche e negative, come la tristezza e la paura, o con un maggiore appeal nella nostra società come appunto la rabbia.

Lungo tutto l’anno scolastico, tre ore ogni lunedì di frequenza – oltre le tre ore Frida mostrava i segni della stanchezza -, gli studenti hanno potuto cimentarsi in laboratori sulle abilità sociali svolti dalle operatrici con l’obiettivo di metterli nelle condizioni di immedesimarsi nella vita dei compagni, senza giudizio e con grande pudore per loro storie difficili che andavano raccontando, per offrire poi un sostegno nella risoluzione delle difficoltà, ovvero per apprendere quell’abilità sempre ‘allenabile’ che chiamiamo empatia, sperimentare meglio quell’intelligenza personale (intra e inter-personale) introdotta da H. Gardner negli anni Ottanta del secolo scorso o ancora acquisire quell’intelligenza emotiva di cui parla attualmente D. Goleman.

In altri termini, per far comprendere agli studenti che non possiamo conoscere noi stessi, ciò che sentiamo profondamente nel cuore, se non facciamo esercizio di cosa provano gli altri, e avendo sempre presente che l’‘immersione’ nel mondo emotivo dell’altro, o se si vuole il metaforico mettersi nei “panni” di un compagno, non può e non deve essere mai un’operazione mentale totalizzante, pena l’incapacità di “svestirsene” e quindi di aiutare e ad un tempo aiutarsi.

Adottando un approccio interpretativo alla ricerca di tradizione qualitativa che ha valorizzato le pratiche riflessive e narrative, negli ultimi giorni di intervento abbiamo raccolto dei temi che gli studenti, con l’aiuto dei docenti di lettere, hanno scritto per raccontare i loro guadagni formativi.

Tutti descrivono l’esperienza con Frida e le operatrici come ‘memorabile’, definendola un cane ‘emotivo’ perché capace di capire gli stati d’animo dell’altro e migliorarli se deflessi.

I laboratori sul diritto al sogno, fra gli altri, hanno dato agli studenti l’opportunità di immaginare futuri professionali possibili, anche in contesti in cui le opportunità non sono molte, i giovani vengono spesso raccontati come biografie senza domani, e per questo vanno costruite insieme.
Alcuni di loro hanno dimenticato persino la paura dei cani, le fobie dicevano, nell’incontro con Frida; e forse l’obiettivo maggiormente degno di nota è che attraverso un cane da pet therapy si è meglio compreso il mondo della disabilità e l’importanza dell’inclusione già in classe.
L’esempio passa per Anna, nome inventato, che durante le verifiche orali, a cui prima era dispensata a causa di un disturbo specifico dell’apprendimento, riusciva a fine anno a leggere meglio e parlare con più coraggio, poiché c’era lì con lei Frida a ‘puntellarle’ l’autostima.

O, ancora, Lorenzo, nome inventato, che dal suo Mondo ha fatto incursioni sorridenti in quello degli altri.

Un cane, e i suoi insegnamenti sulle emozioni quelle belle, come ‘introiettato’ alla stregua di un modello di riferimento alternativo alla famiglia nella mente di molti ragazzi insicuri, che ora affrontavano meglio le performance apprenditive solo per il fatto di avere un ‘peloso’ come lei tra i piedi.

La sperimentazione del dispositivo Didattica Assistita con gli Animali (DAA). Educazione e resilienza fra i banchi di Scuola, resa possibile grazie all’iniziativa “Facciamo scuola” istituita e finanziata dai Consiglieri Regionali Pugliesi M5S e realizzata dagli operatori dell’Associazione di Promozione Sociale “Bambinibambù”, apre a scenari importanti rispetto alla cosiddetta ‘didattica ad orientamento emotivo e narrativo’.

La prima evidenza è che nel corso dell’intervento anche gli insegnanti, piuttosto rigidi all’inizio, hanno cambiato la loro ‘abituale disponibilità emozionale’ riguardo gli studenti, i loro stili cognitivi e le loro strategie di apprendimento.

Poi occorre evidenziare come assieme alla competenza emotiva, gli studenti abbiano alla fine maturato maggiori competenze narrative, dovendo loro prima di tutto raccontare in una ‘cornice protetta’ alcuni problematici episodi della loro vita di difficile fronteggiamento e superamento.
Alla fine, la speranza è che le scuole e gli enti locali accolgano anche altrove questa prima sperimentazione, da migliorare sicuramente, che in un tempo di crisi educativa affida alla scuola la funzione originale di ‘tutore di resilienza’ quando gli studenti sono alle prese con le piccole grandi difficoltà della loro vita.

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