Didattica a distanza, valutazione: ogni scuola dovrebbe individuare strategie per alunni dispersi e semidispersi

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Con l’avvio della didattica a distanza, per effetto del COVID-19, sta cambiando lentamente la fisionomia della scuola italiana, costretta al momento, a ricorrere a nuovi parametri per l’organizzazione del servizio scolastico.

La trasformazione in atto incide su molti ambiti della scuola dell’autonomia, obbligando tutta la comunità educante a riadattare, quanto meno, la progettazione didattica, le modalità di trasmissione dei contenuti, lo sviluppo delle competenze, la valutazione degli apprendimenti e la stessa relazione educativa docenti/studenti, la quale, a causa dei canali, adesso utilizzati, deve adeguarsi anch’essa, ai nuovi canoni imposti dalla cosiddetta distanza virtuale.

Lo sappiamo fin troppo bene che la relazione educativa con i discenti è uno degli aspetti fondamentali per poter realizzare l’inclusione scolastica, ma non tutti i mezzi proposti dalla Dad, arrivano a colpire il bersaglio, riuscendo a coinvolgere l’intero gruppo classe nei processi didattici intrapresi. Il canale è freddo, figuriamoci a quello che si riduce la comunicazione non verbale.

Perciò risulta veramente complicato applicare le pratiche dell’individualizzazione e della personalizzazione degli apprendimenti, le quali, sono strategie che non si concretizzano per il solo fatto di essere stati inseriti all’interno di un piano didattico personalizzato o di un progetto educativo individualizzato.

Il più delle volte è necessario un contatto fisico, lo stare tête à tête con l’alunno, infondendogli fiducia e riconoscendolo come persona.

Diciamocelo pure la Dad non può fare miracoli in questo senso. E ne sanno qualcosa i docenti empatici che insistono su questo versante, per fare i modo che il loro insegnamento sia efficace, in specie per quegli alunni che sono poco avvezzi alla scuola.

A ciò si aggiunga che la Dad ha fatto emergere una nuova fenomenologia della dispersione scolastica, che ha comportato, di conseguenza, una nuova categoria di studenti che potremmo definire i cosiddetti drop-dad, all’interno della quale, dobbiamo discernere però due distinte tipologie: gli studenti totalmente ‘dispersi’ e non partecipi in alcun modo al dialogo educativo a distanza per svariate motivazioni (problemi spesso legati al digital divide), da quelli che, al contrario, vi partecipano, selezionando i moduli didattici da seguire o in maniera discontinua, perché non interessati e non eccessivamente motivati.

In quest’ultima tipologia di studenti rientrerebbero infatti i semi-dispersi, dato che la loro adesione alla Dad avviene o secondo scelte personali (disciplinari) o perché si tratta di alunni tendenzialmente dispersi.

Eppure la scuola dovrebbe agire anche nei loro confronti, preoccupandosi di trovare strategie che consentano una loro partecipazione attiva al nuovo dialogo educativo.

Forse molte istituzioni scolastiche hanno già avviato questa essenziale distinzione tra le due tipologie di studenti, declinando le strategie per colmare questa loro non partecipazione, perché sanno benissimo che al termine di quest’anno scolastico, bisognerà fare i conti con la valutazione degli apprendimenti, la quale anche nella Dad, deve necessariamente essere fondata su elementi oggettivi, che purtroppo non lo sono, a causa delle numerose interferenze che intervengono in questo nuovo processo educativo (supporto dei genitori o di doposcuolisti, presenza dilagante del fenomeno del cheating e via dicendo). Ma almeno si potrà valutare il grado di coinvolgimento di ogni studente.

Sarebbe interessante, in questo ambito, individuare le best practices attuate da ogni singola scuola.

Chi se ne sta occupando, riconoscendo questa sottile suddivisione, sta dando sicuramente un’impronta affidabile alla Dad che resta, ancora, per molti aspetti, un terreno da esplorare, soprattutto in termini di ricadute sugli apprendimenti.

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