Didattica a distanza, va bene per l’università. Totalmente inutile alla primaria! Lettera

Lettera

Inviato da Cristina Bergomi – Cara Ministra, Chi le scrive è una docente di lettere, ma anche una mamma di tre figli: due alle superiori e uno alle elementari.

Ci riteniamo abbastanza fortunati, in quanto pur avendo un solo pc, riusciamo a stabilire turni e orari per usarlo, nonostante una linea adsl ballerina e momenti di panico quando tutte le lezioni si sovrappongono.

Siamo fortunati anche perché, grazie alle mie competenze, posso essere un riferimento per i miei figli, in alcune materie. Tuttavia, il mio pensiero va alle famiglie che non sono così fortunate. E non parlo di un pc o di una linea adsl, parlo di una rete familiare in grado di rispondere alle domande dei propri figli, di incoraggiarli nei momenti di stanca, di rielaborare insieme a loro i contenuti delle schede o delle lezioni live. Cosa fanno questi ragazzi?

Davvero Lei pensa che un pc e un buon wifi siano la panacea di tutti i mali? No, io credo che si renda conto delle grandissime lacune di questo metodo, perciò mi rivolgo a Lei, affinché si batta per far sentire la nostra voce e per non far pagare alla scuola il prezzo di questa emergenza.

La didattica a distanza, attivata nel giro di pochi giorni, per tamponare una crisi sanitaria, deve essere considerata solo uno strumento didattico di emergenza. Non è pensabile programmarla sul lungo periodo, perché le carenze della DAD che Lei stessa riconosce, oltre a dividere il Paese, lasciano gli studenti a se stessi. Non c’è il confronto continuo con l’insegnante e spesso i genitori non sono in grado di aiutare i figli per mancanza di competenze.

La DAD può funzionare all’università, dove lo studio individuale è la normalità e dove i discenti sono quasi adulti. Alle superiori e alle medie si iniziano a vedere le prime falle: i ragazzi, lasciati a se stessi, non hanno ancora (tranne pochissimi) la capacità di autodisciplinarsi. Compiti che vengono fatti in gruppo, temi scaricati da internet, alunni che si connettono a videocamera spenta e intanto giocano sul cellulare.

A cosa serve tutto questo? Ad aumentare il divario con gli studenti del resto d’Europa, dove le scuole stanno ripartendo, nonostante l’epidemia, perché considerate settore essenziale.

E infine arriviamo alla vera nota dolente: le elementari, dove la didattica a distanza è totalmente inutile. La figura della maestra è importantissima a questa età: veicola il sapere adattando i contenuti, stimolando la curiosità, interagendo con i bambini che hanno bisogno di questo continuo scambio per allenare la capacità di apprendere. La didattica online con le schede o con le lezioni live, con loro non funziona perché sono solo parole svuotate del significato che solo l‘insegnante è in grado di veicolare.

Per questo motivo, i bambini delle elementari, alla fine di questa pandemia, avranno un gap didattico enorme, perché le basi delle loro conoscenza vengono poste proprio in questi anni. Senza il lavoro svolto alle elementari non saranno in grado di affrontare medie e superiori e bisognerà abbassare (ancora una volta) l’asticella delle competenze, con conseguenze facilmente immaginabili. L’istruzione deve essere considerata vitale come il settore produttivo, perché preparerá gli uomini di domani. Smettiamola di considerare la scuola un accessorio.

Inoltre, mi consenta un’ultima riflessione: dovendo tornare al lavoro, i genitori dove lasceranno i loro figli? Ai nonni. Proprio quei nonni che lo Stato vuole proteggere e che invece porteranno i bimbi al parco o al mare, d’altra parte senza grest o centri estivi, cos’altro potrebbero fare? Così i nonni si sacrificheranno, non per disobbedienza alle regole, ma per amore dei loro nipoti.

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