Didattica a distanza, Tenchini (Sharp Italia): ecco alcune scuole digitalizzate dove ha funzionato, esempio per altre

Stampa

La scuola al tempo del Coronavirus. Un resoconto sulla didattica a distanza in questi due mesi di chiusura degli istituti scolastici con Carlo Alberto Tenchini, direttore comunicazione e marketing Sharp Italia, che presenta alcuni modelli di scuole in cui le lezioni a distanza hanno funzionato.

La didattica a distanza ha fatto emergere differenze tra istituti scolastici: alcuni erano attrezzati e preparati, altri no

Il coronavirus ci ha catapultati dalla mattina alla sera in un altro mondo. C’è chi era preparato e ha iniziato anni fa a introdurre tecnologie per la didattica a distanza e non solo, che magari faceva uso di supporti audio-video o collegamenti verso l’esterno.  

Le scuole si sono ritrovate a dover affrontare una situazione straordinaria

Le situazioni straordinarie fanno emergere la capacità di arrangiarsi e trovare delle soluzioni. Ma è chiaro che chi ha preparato questo momento nel tempo ha una marcia in più rispetto a chi si è dovuto arrangiare. C’è una differenza tra i vari gradi di istruzione: è più complicato svolgere la didattica a distanza con i bambini rispetto agli studenti che sono più avanti. 

Sharp Italia quando ha iniziato a lavorare nel mondo della scuola?

Abbiamo iniziato circa 4 anni fa, partendo da un assioma: noi facciamo tecnologia che vengono usate dalle grandi aziende e proprio per questo abbiamo voluto dotare il mondo della scuola di strumenti molto avanzati, ma anche molto semplici da utilizzare. Abbiamo iniziato con diverse scuole in giro per l’Italia.

Qualche esempio?

L’esempio più significativo è il risultato della ricerca svolta insieme all’Università del Salento sull’applicazione della digitalizzazione nell’attività didattica in un ambiente esteso – le scuole sono dislocate su un territorio di circa 10 km quadrati e sono più istituti di un unico istituto comprensivo -. Abbiamo fatto dei questionari qualitativi e quantitativi prima e dopo dell’implementazione delle tecnologie. Sono uscite delle cose molto interessanti: si sono riusciti a sviluppare quei famosi soft skills negli studenti ma anche nei docenti. Quindi la capacità di lavorare in gruppo, la creatività, la condivisione, tante di quelle competenze che fanno di un giovane una persona molto adattabile. 

C’è stato poi l’istituto Cottolengo di Torino, il primo in assoluto 5 anni fa, tra l’altro è un istituto che ha una presenza molto elevata di studenti che presentano delle disabilità. Lo strumento digitale che abbatte le barriere tra gli studenti che hanno delle disabilità. Che poi si parla di disabilità ma sono ragazzi che hanno delle doti diverse. Il digitale aiuta molto questi studenti a interagire con strumenti semplici di risposta e di comunicazione. 

Ci sono state difficoltà nel raggiungere gli studenti con disabilità con la didattica a distanza

Perché la didattica a distanza è scivolata nel “registro la classe” piuttosto che mi “collego in video per fare la classe”, in modo tradizionale. Manca il metodo. 

A maggio dovrebbe iniziare una sperimentazione con Indire sulla didattica a distanza. Questo progetto prevede un lavoro sulle piccole scuole dell’Abruzzo, dislocate in comuni molto periferici, dove c’è la necessità di coinvolgere i ragazzi in un metodo di istruzione educativo che coinvolga più scuole. Non basta il collegamento, bisogna implementare il metodo e coinvolgere i ragazzi. Quando anche in azienda facciamo una riunione in videoconferenza, applichiamo un metodo che è diverso da quello di una riunione in presenza.

Questi esempi possono essere visti come modelli da altre scuole?

L’istituto IC3 di Modena del professor Barca ne è un esempio in assoluto. Lui ha proprio creato una piattaforma digitale, ma anche Don Andrea del Cottolengo, dove hanno iniziato due anni fa a costruire contenuti digitali. Quindi uno studente che ora è a casa può accedere a un canale YouTube una libreria di contenuti che vanno a integrare quello che fa con l’insegnante. Si è costruito un archivio digitale della scuola che è utile ad altri. Per esempio: mia figlia fa l’elementare in un istituto che non si è dotato di queste piattaforme, riceve le schede dei compiti, però può andare sul canale YouTube del Cottolengo di Torino e vedersi la sua lezione sui Sumeri. Ecco, vede che chi ha preparato da tempo può essere utile anche agli altri.

La scuola diventa un ambiente aperto anche per gli adulti. Un genitore può trovare in questi contenitori digitali, gratuiti, un supporto per l’educazione dei propri figli. E’ un patrimonio che viene messo a disposizione di tutti.

C’è poi da dire che siamo di fronte al più grande esperimento di digitalizzazione non solo della scuola, perché abbiamo circa 6 milioni di persone in smart working in Italia. 

Noi abbiamo un concetto di costruire un’infrastruttura della scuola: dotare la scuola di strumenti gestiti e supportati. Le soluzioni che noi proponiamo sono presidiate dal punto di vista della sicurezza e della privacy. C’è anche una reportistica di quanto c’è attività tra i soggetti coinvolti, sempre secondo una regola di privacy. Se la famiglia non ha a disposizione un accesso a internet fisso ma utilizza un cellulare per la connessione, noi comunque garantiamo una qualità dell’audio e del video. 

Bello l’esperimento, fortunato chi prima ha lavorato su questi concetti. Questa può essere comunque un’occasione poi nella ripresa per costruire dei progetti. Non finirà qua data l’emergenza.

Questa esperienza servirà anche in futuro?

Sì, perché permette alle scuole per esempio di collegarsi fra di loro. Consente a una scuola di Modena di fare una lezione di coding con un docente di Milano, o collegarsi con Stati Uniti, Cina, Giappone. Ci sarà una continuità di questa esperienza.

Un’esperienza negativa dal punto di vista sanitario, ma che può essere anche un’opportunità per la digitalizzazione?

Ha rimosso alcune barriere e ha favorito forse l’implementazione di alcuni aspetti digitali della nostra vita. Ma non può essere proprio positivo, perché abbiam detto che ci sono tanti ragazzi che hanno avuto la fortuna di essersi potuti collegare, ma  ci sono anche tanti ragazzi che sono soli in questo momento. Prima di fare un bilancio, io penso più ai mille ragazzi soli che ai 10mila collegati. Magari erano soli prima e ora lo sono ancora di più. Pensare che un Paese come il nostro non sia in grado di garantire un’equità in questo momento non è corretto. 

Il vostro obiettivo qual è?

Noi abbiamo rilasciato una ricerca, un anno e mezzo fa, e l’abbiamo distribuita alle scuole per farsi anche un’idea. Quello che noi stiamo facendo è supportare progetti di innovazione nelle scuole e lo facciamo con umiltà. Abbiamo dovuto imparare per due anni e adesso abbiamo delle competenze che ci permettono di intervenire a qualsiasi livello del ciclo di studi. Il progetto che sta partendo con Indire è un esempio di come azienda e pubblico possano lavorare insieme per fare ricerca e sul metodo. 

Ci sono tante esperienze belle: ho collegato dei ragazzini, che erano isolati, alla classe, come è successo a Udine a un ragazzo, che è stato lontano per mesi ma  comunque faceva le lezioni dal suo letto di ospedale. Facciamo vedere che si può fare.

Molte scuole, dirigenti scolastici hanno fatto riferimento a questi centri avanzati per avere dei consigli. Le competenze poi vengono distribuite.

La ricerca di Sharp Italia (16.05.2019)

Stampa

Acquisisci 6 punti con il corso Clil + B2 d’inglese. Contatta Eurosofia per una consulenza personalizzata