Didattica a distanza, strumento tecnologico è mezzo non fine. Il docente e l’impegno della multimedialità

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Se ci spostiamo lungo il sentiero della logica della scuola trasmissiva, quella che ha come obiettivo principale quello di riempire il “vaso della conoscenza”, trasferendo nell’alunno, con la mediazione dell’insegnante, la materia oggetto di studio, la multimedialità o è ignorata, o è introdotta solo con lo scopo di addestrare, cioè di insegnare un nuovo modo di operare, utilizzando le nuove tecnologie solo come uno strumento per trasmettere vecchi contenuti. E, diciamolo pure, questa emergenza ci ha mostrato quanto fosse stato necessario, prima, scommettere di più in formazione e in tecnologia.

Cambiare il comportamento? Come?

Molto diverse sono le competenze, gli atteggiamenti, la cultura e le modalità richieste da chi, invece, si pone finalità prevalentemente formative, avendo come obiettivo quello di cambiare il comportamento, il modo di essere dell’allievo. Cambiamento, questo, che non può essere il risultato di un’imposizione esterna, ma, perché sia fatto proprio, deve essere il risultato di un’elaborazione personale, che l’allievo può raggiungere solo se sollecitato ad agire direttamente come soggetto. Una didattica che voglia definirsi costruttiva, dovrebbe essere capace di promuovere la costruzione, da parte dell’allievo, della sua conoscenza.

Vergnaud e la scuola costruttiva

La scuola “costruttiva” ha come obiettivo la ricerca di soluzioni nuove, provvisorie. In tale cornice interpretativa, che si situa in un modello costruttivista e interazionista, si ritiene che l’attività didattica sia continuamente una questione di accomodature. Come tra l’altro affermato da Vergnaud secondo cui “le scelte dell’insegnante si situano sempre in un universo di possibili, ma in questo universo non si può prevedere tutto. Nella maniera stessa di trattare situazioni mai incontrate prima si valuta oggi la competenza di una persona. La contingenza è l’aspetto più comune dell’attività: ciò che spetta agli uomini e alle donne nel lavoro, è ciò che le macchine e le procedure convenzionali non possono fare. Il binomio teorico fondamentale dell’analisi dell’attività è il binomio situazione/schema, con le condizioni e circostanze che ne delimitano i contorni”. Dicevamo costruzione della coscienza, dicevamo. Dunque, per questa ragione, il gruppo classe termina il suo lavoro quando giunge ad una soluzione accettabile per tutti i membri, nella consapevolezza che quella soluzione potrà essere successivamente modificata, quando gli strumenti o le condizioni lo renderanno possibile o necessario.

Il nuovo modo di conoscere il mondo

In una scuola così intesa, insegnare con tecnologie multimediali e, adesso su piattaforme (tante e tutte interessanti) non consiste nel fornire solo le istruzioni per l’uso. Anzi, video, tastiere, DVD, link utili da consultare, piattaforme, possono essere definiti accessori “corporei”, non essenziali all’elemento conoscitivo più profondo che né è a fondamento. La scuola deve farsi promotrice di un nuovo modo di pensare e di conoscere il mondo, tenendo ben presente, però, che la formazione non può essere ridotta alla sola logica informatica e che l’uso dello strumento e del linguaggio di programmazione deve essere considerato mezzo e non fine. Introdurre le tecnologie multimediali nella scuola significa, dunque, introdurre uno strumento formale in grado di educare alla capacità di organizzazione sistematica del proprio pensiero. Infatti, prima e al di sopra del problema della macchina che raccoglie, elabora automaticamente e distribuisce le informazioni, stanno insiemi di concetti, procedimenti, capacità e condotte razionali altamente formalizzati, dotati di un’influenza penetrante e di poteri di destrutturazione e ristrutturazione del pensiero assai rilevanti, concetti e capacità che possono essere raccolti nella grande categoria concettuale di algoritmo. Procedimenti di questo tipo sono presenti non soltanto nell’ambito matematico, scientifico o tecnologico, ma in gran parte delle attività umane della vita quotidiana. Le azioni necessarie per vestirsi, per fare una telefonata, le regole di un gioco, le istruzioni per mettere in moto macchinari, o per costruire modellini, per eseguire un lavoro o una ricetta di cucina e molte altre procedure si possono esprimere attraverso una sequenza finita ed ordinata di operazioni elementari che nulla hanno a che fare con la matematica. Si può analizzare in termini algoritmici anche un processo didattico, che deve essere eseguito per raggiungere un obiettivo.

Bisogna educare a costruire

Quindi, educare a costruire, analizzare in modo valido e produttivo algoritmi, non solo di calcolo e numerici, ma anche più generali e comuni, è da considerare come la base portante dell’educazione al pensiero informatico.

Questo progetto, quello cioè di educare a costruire, non può che considerarsi il progetto educativo per eccellenza. Quello cioè che affida alla prospettiva della formazione, per tutto l’arco della vita, la possibilità di posare le basi tangibili per la sua realizzazione. Non avviene casualmente che siffatta consapevolezza sia fatta propria dalle altre scienze. E a tal punto da far affermare al grande Bauman: “una formazione che, nel quadro della ‘modernità liquida’, non appare più ‘concepibile’ né ‘pensabile’ in una forma diversa dalla formazione incessante, perpetuamente incompiuta e aperta” (Bauman, 2009).

L’insegnante, che si porrà tale ambizioso obiettivo, dovrà proporre e fare individuare all’alunno, situazioni critiche che, pur essendo riconducibili a conoscenze note, gli si presenteranno come nuove, e di fronte alle quali sarà in grado di effettuare quei collegamenti tra il “nuovo” e il “noto”, che gli permetteranno di chiarire e di risolvere i problemi che esse pongono.

Educare al pensiero informatico

Educare al pensiero informatico, non dovrà limitarsi a far acquisire un metodo, ma dovrà promuovere la capacità e l’abitudine ad applicare quel metodo a specifiche problematiche nate nell’ambito di differenti discipline. La vera interdisciplinarità nasce, infatti, quando la potenza del pensiero riesce a collegare ed a unire elementi, concetti, contenuti presenti in altre discipline e ci permette di analizzare problemi in modo diverso utilizzando metodi logici, rigorosi, coerenti e creativi. L’allievo deve poter codificare le molteplici informazioni che riceve, rilevarle, classificarle secondo un ordine coerente e significativo, ma nello stesso tempo deve essere messo in grado di liberarsi dalla rigidità e dalla sicurezza dei procedimenti appresi per muoversi verso un’elaborazione individuale, nuova e flessibile.

L’universo di simboli

Il bambino, il fanciullo, il ragazzo (l’insegnante stesso) di oggi vive immerso in un universo di simboli e di informazioni veicolate da molteplici media. Egli vive in un’esperienza multimediale e matura esigenze che la scuola non può ignorare e cui può rispondere trovando tutte le occasioni di apprendimento per integrare i diversi linguaggi nella logica di un’alfabetizzazione culturale ad ampio spettro. Secondo Maragliano la cultura della multimedialità ha trovato forti resistenze da parte della scuola che si è affermata e diffusa dentro l’universo gutenberghiano fino al punto di assumerlo come “ambiente naturale” come lo definisce Maragliano nel Nuovo manuale di didattica multimediale.

La sfida delle nuove forme di comunicazione

Dobbiamo prendere sul serio la sfida che le nuove forme della comunicazione e dell’informazione portano sul terreno dell’informazione; se non vogliamo condannare la scuola a un molo di effettiva marginalità, dobbiamo pensare a una didattica aggiornata, capace di misurarsi con le dinamiche della più avanzata e progressiva cultura di massa, che modifica costantemente i suoi oggetti e i soggetti della conoscenza, della coscienza, dell’esperienza. Perché come afferma in “Educare a costruire il futuro al di là del “presente onnipresente”” Isabella Loiodice “la dimensione progettuale è dunque costitutiva del sapere pedagogico così come lo è della vita stessa e, dunque, va assicurata a tutti e per tutta la vita, come poc’anzi ribadito. Spetta a tutti noi, allora, educare a costruire futuro, con uno sguardo preferenziale alle giovani generazioni: perché sappiano ri-apprendere a sognare, a sperare, a progettare una vita proiettata verso il futuro”. Dicevamo che una grande scuola tecnologica, dunque si può, ed è possibile.

Il docente resta sempre capace di trasformarsi”

Come afferma, in maniera assai condivisibile, la professoressa Maria Brancato, “il docente, comunque, resta sempre capace di “trasformarsi” ed entrare in sintonia con l’alunno che ha davanti, di trovare la chiave giusta mettendo a disposizione il proprio sapere anche di fronte ad una qualsiasi situazione che cambia, oggi la DaD, ieri le tante calamità naturali. Basti pensare al terremoto a L’Aquila dove i docenti non si sono scoraggiati perché non avevano le aule… Il docente vero sa adeguarsi al tempo che cambia”. E continua Maria Brancato, siciliana, docente di lingua italiana, “in tempi remoti le nostre insegnanti non avevano a disposizione né fotocopiatori né altro…eppure riuscivano a lavorare anche bene (con fatica, non si può negare)”.

La vera sfida

Ecco la sfida vera e reale: l’impiego razionale della multimedialità nella scuola, vincendo le diffidenze e, principalmente, l’attaccamento al passato, una via certo più facile a percorrere e, sicuramente, più tranquilla, ma assolutamente meno emozionante e gratificante.

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