Didattica a distanza sì, ma serve buon senso! Lettera

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Inviato da Giovanna Napolitano – Questa è la lettera di una mamma di un bimbo di prima elementare e di un bimbo che frequenta la scuola dell’infanzia.

In questo periodo di emergenza la vita di tutti noi è cambiata. Dalla sera alla mattina, letteralmente, ci siamo trovati in una realtà completamente diversa. La quotidianità è cambiata con tutte le misure restrittive che necessariamente sono state adottate e che è giusto rispettare.

E’ cambiato anche il lavoro che è ormai agile anche in quei contesti in cui fino a gennaio non si sarebbe mai immaginato, così come la scuola con la sua DAD (didattica a distanza). Ed è qui che come mamma di bimbo di sei anni vorrei intervenire.

La didattica a distanza è una grande risorsa in un momento difficile ed imprevedibile come questo e sicuramente ha comportato un grosso impegno per il personale scolastico, per gli studenti e per le famiglie. Ma siamo sicuri che dalla parte della ragione non si stia passando a quella del torto? Mi spiego meglio.

La DAD impegna tutti, i docenti che ovviamente sono in prima linea ed obbligati ad attuarla; gli studenti, anche i più piccoli, che hanno il diritto allo studio ma che hanno anche il dovere di impegnarsi; e, punto dolente, le famiglie che devono fornire i mezzi agli studenti (computer, stampanti e quant’altro) per realizzarla, mettere a disposizione il tempo e dare l’aiuto per consentire ai figli più piccoli e meno autonomi, di seguire questo nuovo modo di fare scuola. E sul punto ho delle perplessità.

Ripeto apprezzo la DAD perché permette agli studenti di restare in contatto con gli insegnanti, di dare un senso di “normalità” a questa clausura forzata e di proseguire in un’attività istituzionale fondamentale, ma, a mio modesto parere, a strafare e far sfociare la DAD in mera burocrazia il passo è breve.

Sono dell’idea che tutto deve essere affrontato nella giusta misura, anche in un periodo di emergenza e questo vale anche per la didattica a distanza. Ritengo utilissime le piattaforme, i video degli insegnanti, la lettura dei racconti, l’invio di schede anche sotto forma di gioco per i più piccoli. Ma non capisco perché poi bisogna rovinare tutto imponendo fitti calendari di verifiche con tanto di voti.

In questo modo si amplifica lo stress dei bambini che non comprendono fino in fondo la gravità della situazione, dei genitori che nella migliore delle ipotesi lavorano in Smart working e che devono dividere spazi (fisici e temporali) nonché strumenti con i figli, che tra l’altro, se piccoli, devono essere assistiti e seguiti.

Altra perplessità è la disparità di trattamento che la scuola, soprattutto se pubblica e dell’obbligo, non deve assolutamente generare. Mi riferisco a coloro che non possono dedicarsi alla didattica a distanza: ad esempio i figli del personale sanitario, i figli di coloro che non hanno più un lavoro, i figli di persone contagiate o che hanno parenti malati (non solo di covid 19) o anche a coloro che, a prescindere da questa pandemia, non hanno le possibilità per addentrarsi in questo nuovo mondo della scuola.

So che la perfezione non esiste, ma il buon senso si!

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