Didattica a distanza: riflettiamo sulla valutazione, come decidere quale voto assegnare ai nostri alunni

di Luisa Piarulli

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Il tema della valutazione mi sta a cuore da sempre e da sempre lo studio e osservo sul campo dinamiche e conseguenze ad esso connesse.

“Nessuna valutazione, seppure ancorata ai migliori criteri scientifici, sarà mai oggettiva” sostiene Scurati.

Infatti, molti sono i pericoli impliciti dettati da effetti di vario genere: effetto alone, effetto stereotipia, effetto Pigmalione, ovvero dinamiche spesso inconsce che agiscono in ogni docente che “valuta”, con conseguenze spesso dannose per gli studenti, i quali rischiano di vedersi cucire addosso una “etichetta” che segnerà per lo più tutto il percorso scolastico, provocando una pericolosa quanto inevitabile caduta della motivazione allo studio.

I dati riferiti al fenomeno della dispersione scolastica ne sono una testimonianza.

I processi di valutazione, quand’anche dettati dalle migliori intenzioni, spesso si traducono in processi giudicanti verso la persona.

Sempre Scurati definisce la valutazione “una gabbia” e ne sottolinea la vacuità.

Vale la pena di ricordare l’esperimento di Rosenthal con il quale lo studioso ha evidenziato come ogni insegnante abbia un proprio stile attributivo. La valutazione è un problema complesso da sempre e richiede dunque la massima attenzione, per lo meno la consapevolezza, da parte del docente, che nella relazione intersoggettiva, qualunque essa sia, intervengono costantemente e inconsapevolmente degli elementi condizionanti la relazione stessa.

Tutto ciò che il valutatore recepisce ed interpreta va a collocarsi entro un quadro valoriale che è innanzitutto suo, personale e contingente (Scurati).

“Il valutare non è mai innocente” ci sottolinea P. Merieu.

Il ricorso all’utilizzo dei test pare essere la soluzione per molti, nel tentativo di ovviare al pericolo. Ma quanto e che cosa è in grado di dirci un test?

A mio parere è una pratica asettica che trascura il processo della metacognizione e penalizza l’errore, passaggi essenziali e preziosi nell’atto valutativo quand’esso si colloca in una cornice di etica e di sana relazionalità.

Ma non mi voglio dilungare su questi aspetti, ho pubblicato diversi contributi in merito, per chi volesse approfondire.

Ciò che mi preme condividere è il fatto che la valutazione è un problema complesso da sempre, tanto più in tempo di DAD.

Nell’immediato anch’esso si colloca in un contesto emergenziale, ma la questione andrà affrontata con scrupolosa attenzione nel prossimo futuro visto che lo scenario scolastico è destinato a trasformarsi radicalmente. Istruzione o formazione? Io continuo a sostenere che la scuola è istruzione, formazione, educazione e che l’umanesimo deve essere salvaguardato, che sia o no l’epoca del digitale.

Che cosa valutare? Come valutare al tempo della DAD?

Dalla mia esperienza…

  • Premesso che la valutazione è un processo delicatissimo, ricordiamoci che non è giudizio sulla persona. Sono certa che molti, leggendo, esprimeranno disappunto, quasi offesi, affermando “ma certo, si sa!”. Suggerisco allora di guardarsi dentro, di riflettere e di chiedersi “quanto la mia relazione con tale o tal altro potrebbe essere condizionata da dinamiche mie, personali, inconsce?” Senza colpevolizzarsi e…senza sfuggire alla domanda. È un pericolo umanissimo ed è per questo che consiglio sempre di avviare percorsi di autobiografia come cura di sé, per chiunque svolga una professione di cura.
  •  La valutazione riguarda il compito, l’esercizio. Quindi l’espressione a livello di intercomunicazione sarà: “Che valutazione dare al compito?” e non “Ti dò, ti ho dato 5, 4. 9”. Non è un dato irrilevante dal punto di vista della percezione di autoefficacia da parte dello studente.
  •  L’interrogazione orale deve essere considerata una conversazione nella quale sono previste domande legittime, ovvero quelle che non prevedono a priori la risposta ma che lasciano spazio alla curiosità, all’argomentazione, alle congetture, al ragionamento.
  • L’autovalutazione da parte dell’allievo è una pratica preziosissima. “Quanto pensi che meriti il tuo lavoro?”. Loro, gli alunni, sono molto leali e poco abituati a tale pratica. Allora chiediamo: “In base a quanto hai studiato, e lo sai solo tu, al tempo impiegato, alla fatica, all’interesse, quale voto daresti a questa interrogazione/conversazione?”. Risponderanno sempre onestamente, siatene certi. All’inizio proveranno imbarazzo e difficoltà, non sono abituati! A volte si rivelano molto severi con sé stessi, ma sempre oggettivi. Può servire anche al docente come processo di autovalutazione (largo di voti? Stretto di voti?). Il più delle volte docente e allievo sostanzialmente concordano e si stabilisce o si rinforza la fiducia.
  • In tempo di DAD la valutazione deve certamente tenere conto dei risultati del primo trimestre che, tuttavia, non devono rappresentare un rigido riferimento. Il percorso evolutivo e cognitivo è in fieri, e cinque mesi di scuola in presenza avrebbero potuto fare miracoli e ribaltare completamente la situazione apprenditiva iniziale.
  • La valutazione finale: autovalutazione e valutazione formativa (sapere, sapere essere, saper fare) rappresentano, a mio parere, la modalità più consona in tempo di DAD per attenzionare il processo stesso, ovvero l’avanzamento, il progresso, il cammino compiuto nel tempo dallo studente.

Tutto ciò non significa assegnare il “sei politico” a tutti o “essere buonisti”: non c’è modo peggiore per offendere la dignità dell’alunno.

Nell’atto valutativo teniamo presente le criticità nell’utilizzo della DAD.

Infatti, pur avendo a che fare con i “nativi digitali” spesso questi nostri alunni, nella pratica, non hanno le sufficienti abilità per gestirla, oltre al fatto che molteplici intoppi tecnici ed economici, possono intralciarne la riuscita.

Ma l’elemento in assoluto più importante è quello umano. Teniamo presente che i bambini e gli adolescenti vivono un periodo che per loro è di reclusione fisica e affettiva, per quanto possano comprenderne le ragioni: gioco, giardini, aria aperta, passeggiate, tempo libero, gli amici…Sono rinunce non indifferenti per buona parte di essi, senza contare che la loro esistenza si svolge dentro le quattro mura domestiche, dentro una quotidianità che non sempre è rosea. Lo sappiamo molto bene.

Chi sono le famiglie? Sono genitori che vivono delle profonde criticità, economiche, emotive e affettive, sono le persone dentro questa pandemia, la quale, purtroppo, rischia di non coinvolgere solo la salute. Inoltre, non scordiamo che la moltitudine degli anziani deceduti sono i nonni dei nostri alunni. La relazione educativa è alla base della didattica a distanza, è chiaro.

A mio parere la DAD, ora come ora, non rappresenta un metodo pedagogico convalidato e sperimentato a dovere, ma solo l’alternativa alla didattica in presenza vista la condizione di emergenza alla quale certamente nessuno era preparato.

Ed è così che dobbiamo viverla, almeno al momento. E se i nostri studenti ci sembrano svogliati, annoiati, beh, Lorenzo Milani amava dire “Agli svogliati, date uno scopo!”. Poi chiediamoci se noi stessi riusciamo a cogliere il senso di questo tsunami planetario.

E l’esame di maturità? Che sia in presenza oppure online, nell’emergenza intravedo almeno una buona possibilità per sostenere una bella conversazione dove i saperi acquisiti, non frammentati come ci rammenta E. Morin, sono l’opportunità per lo studente di rivelare le competenze formative acquisite attraverso l’argomentazione, le riflessioni personali, la padronanza, l’espressione del pensiero che utilizza le conoscenze acquisite.

Il ministero proporrebbe un maxi colloquio. Ricordo allora l’etimologia del termine: dal lat. colloquium, der. di collŏqui «parlare insieme», comp. di con- e loqui «parlare» (Treccani) e quindi che sia una autentica conversazione, ovvero dal lat. conversari «trovarsi insieme», comp. di con- e versari «dimorare, trovarsi (Treccani). Trovarsi insieme. Bellissimo!

Gli studenti maturandi, in questo momento di sospensione e di incertezza, sono in uno stato d’ansia maggiore rispetto ai loro compagni degli anni precedenti e rispetto a noi stessi. Basta ascoltarli, tenere conto di quanto abbiamo chiesto loro in termini di sacrificio e di mancanza, senza ulteriormente infierire sullo stato emotivo, motivazionale, affettivo. Di certo questa generazione ha imparato la resilienza, ha colto gli errori degli adulti e ne conosce i danni, sa discernere tra ciò che è buono e buono non è. Meritano rispetto e dignità. Hanno molto lavoro da fare per “aggiustare” questa società.

[…] le cose come lo vediamo noi non necessariamente sono le cose come stanno
(E. Husserl)

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