Didattica a distanza, quali conseguenze sociali, relazionali e sulla salute? Lettera

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Inviato da  Manuela Vaccari – Il problema prof, è che qui non si dorme, io non dormo, la notte sto male. Altro che compiti…

Durante il primo trimestre avevamo approfondito la conoscenza dei nuovi media, con i vantaggi e i rischi dell’esposizione al web; tra i rischi, ci eravamo soffermati sulle dipendenze da internet e sulla condizione da ritiro sociale, che i Giapponesi hanno chiamato ikikomori.

Nella letteratura psichiatrica viene diagnosticata una internet addiction quando l’esposizione al web supera le 40 ore settimanali, le relazioni si riducono all’uso dei social, compaiono disordini dei ritmi circadiani, irritabilità, ansia, disturbi del sonno. Fino a gennaio le ricerche pedagogiche dicevano che nei bambini e negli adolescenti che superano le 2 ore quotidiane di esposizione al computer si assiste ad un peggioramento del rendimento scolastico, della capacità di concentrazione, di memoria e di espressione, con il rischio di sovraccarico cognitivo.

Ora con la stessa classe mi vedo solo attraverso il video. I compiti viaggiano sulla rete e per realizzarli servono ore e ore di lavoro al computer, per chi ce l’ha: la maggior parte delle alunne e degli alunni si ingegna a studiare e a scrivere usando solo il telefonino.

In altre scuole hanno deciso di mantenere lo stesso numero di lezioni dell’orario scolastico, nel mio istituto le videolezioni sono dimezzate, in ottemperanza alle disposizioni che dovrebbero tutelare la sicurezza e la salute degli studenti.
La scuola chiede comunque un tempo cospicuo di attività su Internet, agli stessi adolescenti che fino a qualche mese fa mettevamo in guardia dai rischi di dipendenza: videolezioni, studio, compiti, ricerche, da una settimana anche interrogazioni e verifiche; poi ci sono i gruppi, le videochiamate con gli amici, i contatti con i parenti.

Parlo con una mamma: – Prima mettevamo limiti al telefonino e al computer, ma adesso? Non possiamo più dire nulla, ormai c’è solo quello.

Così, in questi mesi chiusi in casa, perdono il tempo della vita, vita che non potranno recuperare, perché i passaggi, come quello dell’esame di maturità alla fine della scuola, dell’esperienza del viaggio con la classe, quelli non si recuperano. Come si fa in assenza dei corpi, del contatto fisico, della reciproca vicinanza? Questi adolescenti crescono senza potersi toccare, senza avvicinarsi, trattenendo i gesti dell’incontro, limitando i movimenti, evitando gli altri.

Mi chiedo quali saranno le conseguenze sociali, quali i costi per la salute delle giovani generazioni, quanti i danni all’ambiente e alle relazioni, a fronte degli incalcolabili profitti delle industrie dei social e dell’informatica, che controllano, anche attraverso la scuola, le nostre vite da ikikomori.

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