Didattica a distanza, non si può far finta che tutto sia normale! Lettera


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Inviato da Monica Gigante – “Vi siete collegati? “, “Vi ho inviato il link”, “Entrate nella stanza”, “Qui non c’è nessuno”, “Non riesco ad entrare”, “È caduta la connessione”, “Perché Tizio non c’è? E Caio che fine ha fatto? “.

Queste sono solo alcune delle frasi che in queste settimane si sentono pronunciare o si leggono nelle chat di classe.
Non dobbiamo abituarci a questo linguaggio. Davvero vogliamo raccontare ai nostri alunni e a noi stessi che tutto sia normale? Non è normale quello che stiamo vivendo, diciamolo chiaramente. Non è pensabile poter svolgere, per intero, il proprio orario di servizio in video conferenza, né tantomeno è possibile raggiungere gli stessi obiettivi formativi che avremmo raggiunto in presenza. Bisogna cambiare obiettivi e questo non significa abbassare il livello, significa mettersi in ascolto della realtà e cogliere i nuovi fabbisogni formativi e le nuove sfide educative.

Quando andavamo a scuola i ritmi e le abitudini erano diverse, erano “normali”. Oggi, tutto è stravolto: i tempi e le abitudini delle famiglie sono cambiati in epoca di smart working e isolamento. Ci ho pensato qualche giorno fa, quando alcuni ragazzi mi hanno raccontato i nuovi orari dei pasti, le liti con i genitori e con i fratelli per la convivenza forzata, le uscite per gettare i rifiuti o per fare la spesa, gli occhi che bruciano per il tempo trascorso davanti ad un monitor, i turni per il computer, matrimoni rimandati, diciottesimi saltati, ecc.

Uno spirito pratico capirà che la vita è anche questo e, se ci fermiamo a pensare, dietro i racconti di questi ragazzi c’è un grande insegnamento: la vita è cambiata mentre facciamo finta di niente.

Gli studenti con le loro esigenze sono l’ultimo baluardo di lucidità. Ora, dovremmo ascoltarli di più. Il Ministero dice che non si devono solo assegnare compiti, ma bisogna innovarsi ed imparare ad insegnare a distanza. Eppure, io credo che si riesca ad essere “antichi” anche utilizzando le nuove tecnologie. Se mi collego ogni giorno in videoconferenza per assegnare compiti e verifiche, sto facendo davvero didattica a distanza? A questo proposito, la nota del Ministero del 17 marzo 2020 recita: “é necessario… evitare un peso eccessivo on line, magari alternando la partecipazione in tempo reale… con la fruizione autonoma in differita di contenuti per l’approfondimento e lo svolgimento di attività di studio”.
Insomma, per anni, abbiamo detto ai ragazzi di piantarla sempre con quei telefoni o tablet o computer per le mani e, oggi, li teniamo stritolati nella “rete”. A ciò si aggiunga che se stanno sempre connessi, quando studiano?

Questa generazione, non solo si trova a vivere una emergenza storica mai vista prima, devono anche sottostare a ritmi serrati di lavoro. Dopo tante ore davanti ad un monitor, sfido chiunque a non dare di matto. Inoltre, dovrebbero avere la lucidità mentale per mettersi sui libri e fare anche i compiti, di corsa, perché di lì a poco ci sarà la videolezione per verificare che abbiano svolto tutti gli esercizi assegnati. Senza contare che non tutti gli allievi hanno possibilità di connessioni illimitate e anche noi docenti, in verità.

I nostri ragazzi resistono e ci assecondano, non si ribellano laddove c’è un eccessivo carico come avrebbero fatto in presenza. Sembra che la scuola a distanza abbia diluito il loro spirito ribelle, forse perché si sentono smarriti, persi. Eppure, credo, che la didattica a distanza abbia tutto il potenziale per accendere i ragazzi anziché spegnerli.

La didattica a distanza non si riduce alle videoconferenze, è fondamentale la produzione di materiali audio, video e, in generale, multimediali da poter mettere a disposizione degli alunni, in differita, così da poterne fruire in qualunque momento e dedicare più tempo allo studio individuale e anche alla famiglia che, avendo eliminato la sfera sociale allargata, diventa il luogo dove poter continuare ad abbracciare gli altri per non dimenticare il calore dei rapporti umani. Nell’abbraccio dei nostri affetti più vicini sarà facile ritrovare anche quello di coloro che ci mancano.

Altro problema spinoso è la valutazione. Tuttavia, bisogna liberarsi dalla foga di voler mettere voti, perché si finisce per dare i numeri. Il ruolo principale del docente non è quello di inserire dei voti nel registro elettronico. Noi abbiamo il privilegio e la responsabilità di formare futuri cittadini, migliori degli adulti di oggi che ci hanno condotto sull’orlo del baratro.

Nelle indicazioni nazionali si legge ancora: “si scoraggia una didattica addestrativa, finalizzata all’esclusivo superamento delle prove. Si riconferma il principio di una valutazione formativa tesa a conoscere, descrivere, sostenere l’apprendimento, piuttosto che a classificare, sanzionare, pesare i risultati degli allievi”. E, aggiungo sommessamente, i ragazzi valgono più di un numero! Non voglio pensare che si debba giudicare un allievo se non si collega o è poco social. Un docente dovrebbe rifiutarsi di dare voti all’emergenza, alla paura. Ciò che conta è semplicemente sostenerli nelle attività di studio e stimolare la voglia di apprendimento, monitorando il loro percorso.

La Nota ministeriale già citata, in un altro passaggio, spiega che “è anche essenziale fare in modo che ogni studente sia coinvolto in attività significative dal punto di vista dell’apprendimento, cogliendo l’occasione del tempo a disposizione e delle diverse opportunità (lettura di libri, visione di film, ascolto di musica, visione di documentari scientifici…) soprattutto se guidati dagli insegnanti. La didattica a distanza può essere anche l’occasione per interventi sulle criticità più diffuse”. I ragazzi hanno bisogno di fermare la corsa pazza alla connessione, di squarciare la rete per tirare fuori il proprio disagio. Creiamo momenti di riflessione, occasioni di confronto guidato perché quello che questa generazione di giovanissimi sta vivendo non si è mai visto.

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