Didattica a distanza, “le docenti con figli non sono tutelate”. Testimonianze

di Vittorio Lodolo D'Oria

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Continua la pubblicazione delle lettere degli insegnanti che ci raccontano le loro testimonianze nel recente confronto con la didattica a distanza (DAD). In generale possiamo affermare che l’assoluta maggioranza dei docenti avrebbe fatto volentieri a meno di questa poco gradita novità che, al contempo, ha posto sotto stress l’intera categoria professionale. Il nuovo strumento, lungi dall’essere pienamente digerito, chiede una sua giusta collocazione ufficiale che non potrà mai essere di sostituzione e men che meno di sovrapposizione alla didattica in presenza.

I testimonianza

Gentile dottore, sono una docente di lettere in una scuola media e in questo particolare periodo di “assenza” dalle aule scolastiche, dal brusio costante dei miei alunni, dai continui “prendere il libro alla pagina…”, dalle chiacchiere con i colleghi davanti alla macchinetta del caffè, mi sto cimentando nella DAD. Trascorro le mie giornate a programmare, svolgere videoconferenze, compilare il registro elettronico e i file che la segreteria e la Preside ci inviano, correggere compiti che i miei alunni mi inviano sulla mia mail istituzionale (anche fino alle 23 e continuare il giorno dopo dalle 7), scambiare informazioni sulla chat WhatsApp dei colleghi, selezionare i webinar che molti enti e case editrici ci propongono, seguire poi i webinar, mettere in pratica le nuove app che ci propongono per rendere più accattivante la didattica. E poi ancora chat del gruppo dei genitori di mia figlia maggiore, di quella minore, cercare di rintracciare gli alunni “dispersi”, installare varie app sul pc e cellulare, condividere i device con mio marito (anch’egli un docente di matematica e scienze) e mia figlia maggiore che frequenta la quarta elementare. Arrivo alla sera stremata, con gli occhi gonfi, che mi bruciano e con un gran mal di testa misto alla sensazione di nausea e vertigini.

All’inizio ho pensato che fosse un’opportunità di crescita professionale, che fosse giunto finalmente  il momento di perfezionare le mie conoscenze tecnologiche e didattiche mediante l’informatica, ma mi sbagliavo! Dopo un mese ininterrotto ad un elevato ritmo tecnologico, ho capito che forse è giunto il momento di mettermi in pausa. Pausa dal seguire webinar performanti, pausa dalle richieste di studio e verifiche/interrogazioni ai miei alunni, ma soprattutto pausa dagli strumenti tecnologici. Ho investito tutte le mie energie e attenzioni per molte ore al giorno verso quest’ultimi, con il risultato che ho trascurato la mia famiglia… le mie figlie! Ho deciso di rallentare tutto, di prendermi più tempo per me stessa e per la mia famiglia, di condividere con i miei alunni dei brevi momenti di “incontri” virtuali, sacrificando così la programmazione di inizio anno e tutti i miei buoni propositi di sperimentare con loro le diverse app, di cui ho appreso di recente il loro utilizzo. In quest’ultima settimana li ho trovati “spenti” , poco entusiasti, stanchi e forse poco motivati davanti alle loro webcam. Anche loro stanno attraversando un periodo particolare e credere che abbiano tante competenze digitali, per il sol fatto che sono considerati “nativi digitali”, è il più grande errore che un docente ed educatore può commettere!

Riflessione

Questa testimonianza evidenzia come la DAD richieda tempo e impegno smisurati almeno in fase di rodaggio, e non saranno fatti sconti per gli altri impegni di vita privata come moglie e madre. La decisione finale consiste pertanto nel frenare le attività per non arrivare stremati e perdere qualcuno dal gruppo. Trovare la giusta velocità alla quale far andare la macchina è essenziale e sarà diversa per ciascuna realtà.

II testimonianza

Gentile dottore, siamo in un’emergenza sanitaria mondiale e mi si chiede di fingere che tutto (nella scuola) sia normale. Cambiano solo gli strumenti, le modalità e tu, insegnante, puoi continuare a lavorare. Ah, sì? Io dico che non è proprio così. Esiste davvero la “didattica a distanza”? Io non posso che cogliere una contraddizione in termini perché didattica è presenza, vicinanza, empatia, comunanza, condivisione, appartenenza, scambio e non distanza. Per la didattica a distanza servono ben altri strumenti quali hardware, software, giga, spazi che non tutti possiedono nella giusta misura. Ed ecco che ci saranno naturalmente degli esclusi. Per non parlare di tutto il mondo della disabilità, in barba all’inclusione! Perché la scuola va avanti come se tutto fosse normale? E allora lasciatemi in pace e lasciateci lavorare come ognuno di noi sa fare. Certo online e con i device, ma ognuno con il proprio modo, il proprio stile. Solo così possiamo essere veri e solo se siamo veri siamo credibili e riconoscibili agli occhi dei nostri ragazzi che, riconoscendoci come il loro insegnante, lo stesso che avevano in classe, accetteranno di essere i nostri alunni e ci seguiranno, ci ascolteranno e forse allora qualcosa anche impareranno.

Riflessione

Più che a una testimonianza assistiamo a uno sfogo in cui la docente chiede di viaggiare alla “sua” velocità per due motivi precisi: la DAD è una contraddizione in termini (perché didattica è presenza, vicinanza, empatia, comunanza, condivisione, appartenenza, scambio e non distanza) ed è alto il rischio di discriminazione sociale dovuto alla necessità di mezzi che non sono alla portata di tutti in ugual misura. Questioni centrali cui non deve essere negata importanza.

III testimonianza

Sono docente di matematica e scienze nella scuola secondaria di I grado (di ruolo da 8 anni) e la mia situazione è la seguente: sono appena rientrata a lavoro dopo la mia maternità (ho un figlio di 8 mesi) e, praticamente dopo un solo mese, sono di nuovo ritornata a casa. In più ho un secondo figlio che frequenta la prima elementare al quale le maestre stanno propinando di tutto come lavori a casa, adottando lo stesso orario di classe. In più ho mio marito che è infermiere e ora lavora su turni incalzanti e ho una casa da portare avanti, insomma non solo mamma ma anche moglie (come tutte!). Scrivo per sfogare tutto il mio stress che, mai come in questo periodo, mi sento addosso come un macigno e dunque dopo un mese di DAD penso di essere arrivata ad una conclusione: la DAD, ma più in generale, il lavoro da casa non tutela le lavoratrici madri, così come non tutela in generale tutti quei docenti che, per svariati e comprovati motivi familiari, non hanno la possibilità in termini di tempo e organizzazione familiare per lavorare da casa! Ho sempre fatto questo mestiere con amore per gli alunni e la didattica, aprendomi a nuovi orizzonti e cercando di migliorarmi e di imparare sempre di più, ma ora non sono più in condizioni di farlo e questo mi genera non poca frustrazione. Mai e poi mai in 11 anni che svolgo questo mestiere ho provato questa sensazione addosso, ma il non poter interagire in classe e il non poter lavorare in un luogo fisico diverso dalle mura domestiche mi sta portando all’esaurimento nervoso. Soprattutto in concomitanza del mio essere diventata mamma per la seconda volta (con tanto di nottate in bianco e sonno perso) e il dover gestire un bambino di 7 anni che quotidianamente viene sommerso a sua volta di compiti.

Riflessione

A volte piove sul bagnato. Come in questo caso, in cui il lieto evento di una recente nascita, con tutto ciò che ne consegue (allattamento, notti insonni, gelosie del fratellino…), va a sommarsi alla DAD, al marito infermiere in tempi di pandemia, alla scuola dei figli, la gestione della casa e via discorrendo. In certe situazioni, come la presente, bisogna essere particolarmente attenti per almeno due motivi: la maestra già ammette di vivere un senso di frustrazione e di essere vicina a un esaurimento nervoso in un momento ancora troppo a ridosso di un periodo post-partum. Sia dirigente scolastico che medico di famiglia faranno bene a tenerne conto secondo le rispettive competenze.

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