Didattica a distanza, mutazione della classe on line. Lettera

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Inviato da Nicola Tenerelli – In sole due settimane, grazie al Covid19, stiamo assistendo alla realizzazione dei sogni più reconditi dei tecnologizzatori.

I ministri della pubblica istruzione –sin dall’egida gelminiana, passando per la buonascuola, fino allo stacanovismo bussettiano- hanno tutti contribuito a realizzare la digitalizzazione della scuola, scontrandosi con le resistenze degli insegnanti poco propensi a mutare gli strumenti che atavicamente caratterizzano la formazione. Basti pensare all’assortita querelle che ha accompagnato l’introduzione del registro elettronico, poiché la classe docente era ben cosciente dello stravolgimento didattico che questo passaggio, per i profani soltanto formale, avrebbe comportato dal punto di vista psicopedagogico; non un mero cambiamento amministrativo perché avrebbe influenzato le relazioni didattiche: senza il registro cartaceo, i giovani si sarebbero sentiti meno assoggettati al cattivo voto, alla nota disciplinare, alla giustificazione delle assenze…

La cultura umanistica che impregna il vitalismo formativo di tutti i docenti italiani denunciava quanto l’avvento dell’informatica rappresentasse una mutazione antropologica, facendo propri i moniti di pensatori della prima ora quale Umberto Eco, o recentissimi come Manfred Spitzer e Evgenij Morozov, che considerano l’uso della rete e dei computer come una deprivazione dell’intelligenza umana.

Complice l’emergenza virale, i docenti italiani consapevoli della necessità di stare vicini ai propri giovani hanno trasformato le loro lezioni e la loro didattica, accettando quale minore dei mali gli strumenti che avevano aborrito, cellulari, tablet e computer, negazione del rapporto con gli altri, colpevoli di una rarefazione dell’attenzione e dell’empatia.

Gli strumenti informatici non permettono di realizzare una didattica riflessiva, ragionata, con l’obbiettivo difficile di modellarsi sulle esigenze della mente in formazione; la nuova maniera di insegnare è ovviamente più distante, stereotipata e non ad discipulum, lineare, sequenziale, a compartimenti stagni che solo i giovani più dotati possono riuscire a ricucire in chiave sintetica. Con le lezioni in pillole affidate alla rete, anche con video-lezioni, risulta aleatorio produrre spiegazioni critiche o attualizzanti dei concetti insegnati; quasi impossibile avvicinare i giovani a un approccio politico della quotidianità. Cosa resta da fare al docente? Accompagnare lo studente passo dopo passo nella disciplina insegnata in maniera analitica ma soprattutto rimanere presente nell’immaginario del giovane, affinché avverta l’esigenza di un riferimento valoriale che –in questo tragico periodo- altrimenti tenderebbe a perdere la sua centralità: la parola d’ordine ministeriale di queste ore è infatti “stiamo vicini ai nostri ragazzi”, di fatto trasformando i docenti in tutor d’aula.

Già dal 1998 l’OCSE definiva la differenza tra docente e tutor: il primo “colto […] riflessivo […] e […] professionista creativo […] un tecnico che dimostra padronanza delle strategie di trasmissione culturale”; il tutor invece “si definisce all’interno di una relazione d’aiuto e permette una consapevolezza maggiore della problematica presa in considerazione consentendo così una scelta più accurata delle successive attività da intraprendere […]. Deve possedere conoscenze approfondite delle tecniche di gestione d’aula e degli strumenti didattici principali: lezione frontale, lavoro di gruppo, simulazione, approcci cooperativi” (Patrizia Appari, L’Educatore n. 10-11, del 15.01.2004).

La richiesta curriculare dei concorsi a cattedra, che insistono per verificare conoscenze non meramente disciplinaristiche ma vagamente psicopedagogiche e relazionali, mette in luce la volontà governativa di selezionare tutor e non più professori come avveniva un tempo; l’obbligo di formazione fino a diciotto anni, la licealizzazione appiattente dei vari indirizzi scolastici e la triennalizzazione della laurea vertono in tale direzione e necessitano di tale figura di mediatore. Il docente del liceo non deve esser un ‘prof’ ma un ‘mister’ come accade nelle realtà scolastiche anglosassoni.

Con buone probabilità, il MIUR sfrutterà le competenze costruite a costo zero dai docenti italiani –oramai tutti abili utilizzatori delle piattaforme didattiche- per trasformare il mondo della scuola anche dal punto di vista, potremmo dire, logistico: come si potrà resistere alla tentazione di virtualizzare le classi delle scuole dei piccoli borghi, con pochi alunni, finanche le università con poca ricaduta economica? Anzi, in nome dell’innovazione, potrebbe essere data alle famiglie la possibilità di scelta -se iscrivere il proprio figliolo alla scuola ‘antica’ oppure a quella on-line (sic!)-.

È bene che i docenti italiani –mentre gestiscono l’emergenza supportando i propri studenti, nell’anonimato, a volte assecondando le pretese di genitori che non comprendono come l’azione didattica che li coadiuva è concessa in assenza di norme vincolanti- si preparino per affrontare una prossima stagione in cui convogliare, senza subire, la potenziale trasformazione di cui si stanno rendendo protagonisti. Presumibilmente, la competenza della docenza on-line rimpinguerà la già cospicua mole di capacità che i futuri docenti-tutor italiani dovranno possedere.

Per concludere, la didattica al tempo del coronavirus sta costruendo le premesse per uno stravolgimento assoluto che rischia di far perdere di vista la peculiarità della cultura italica; parafrasando Floridi, la Scuola da essere luogo degli insegnamenti vitali e transgenerazionali è destinata a diventare fonte di trasmissioni on-life.

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