Didattica a distanza, la voglia di non fermarsi porta a sbagliare! Lettera

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Inviato da Giuseppina Cogliandro – In una situazione dirompente ed eccezionale come quella attuale ai docenti è richiesta una continuità didattica che, sin da subito, viene messa in atto attraverso quella che mi è sembrata una corsa agli armamenti tra tutte le possibili piattaforme.

Di fatto, ogni azione ci è parsa di concreto supporto ai nostri scolari, di ogni ordine e grado, che da un giorno all’altro, hanno trovato la scuola chiusa “solo in apparenza”. Infatti, uno spot raffinato ha sentenziato “didattica a distanza”. Tutto ciò, senza tenere mai in considerazione la spinta emotiva della nostra umanità tutta e, in particolare, degli scolaretti con i grembiulini colorati che non possono tollerare la mancanza di relazione; loro portano zainetti leggeri perché non vanno semplicemente a scuola, sono compenetrati dalla scuola e corrono ad abbracciare le loro figure educanti. Ed ecco che la comunità scolastica, con i suoi pro e i suoi contro, si è data appuntamento in un “non luogo”, una piazza virtuale attraente e terrificante.

I nostri ragazzi sanno meglio di noi di cosa si sta parlando: fino a “ieri” utilizzare i social network per creare interazioni afferiva alla sfera della trasgressione. A scuola si organizzavano incontri sul cyberbullismo, si elogiavano gli alunni poco inclini all’uso del cellulare e i social tutti venivano etichettati come “perdita di tempo”. Poi, d’improvviso, la scuola della relazione trova la sua panacea nella didattica a distanza e, di fatto, abbraccia la sua nemesi.

Attualmente, i docenti, in nome del giusto servizio, non intendono fermarsi un attimo: operano in videolezioni, chat, audiolezioni e c’è chi si organizza seguendo l’orario scolastico inchiodando gli alunni allo schermo di un PC o del loro smartphone per ore, senza tregua.
Perché la buona intenzione è fare in modo che la scuola non si fermi ma l’acqua pura della sorgente nel suo percorso frettoloso rompe gli argini e diviene sempre più torbida e inquieta. Dunque, la nostra unica via di salvezza, quel famoso “ubi consistam” che è la scuola stessa, perde consistenza ed è ancora una volta inchiodata ad un banco stretto in una classe virtuale adesso troppo “larga” ed è lì ad osservarci impotente, nella pura ignoranza di essere soltanto prodotto della massimizzazione imperante e così…
“Le nostre cetre dondolavano leggere al triste vento”

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