DPCM, alunni con disabilità in presenza con docente di sostegno in classe vuota. Il Ministero chiarisce con una nota

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La scuola come luogo di integrazione e riduzione delle distanze è stata messa in discussione dal Covid-19; appare evidente che ogni ordine sia stato sovvertito e che la comunità scolastica sia stata avvolta in un vortice che sembra non aver fine.  Se questa volta sono i colori a differenziare lo stato epidemiologico di ogni regione, le scuole ne subiscono un’influenza diretta, per cui la didattica in presenza viene sostituita dalla DAD o DID e lì dove si continua a tenere le scuole aperte, si obbliga tutti gli alunni ad indossare le mascherine, in un luogo definito sicuro e che “deve essere l’ultimo a chiudere”.

La sensazione di disorientamento regna sovrana, unita allo sgomento per tutto quello che sta accadendo e i docenti si trovano a dover vivere delle situazioni che in certi casi appaiono come dei paradossi. Riportiamo la testimonianza di una docente:

Io come docente curricolare sono obbligata ad andare a scuola, entro in aula, mi collego al Pc per spiegare la mia lezione agli alunni che sono in casa, nel frattempo il ragazzo disabile rimane in un angolino solo, senza compagni, senza nessuno, spesso non c’è nemmeno l’insegnante di sostegno (molti in quarantena, altri malati o positivi al covid). I suoi occhi sono spenti, tristi, emarginati, vorrebbe comunicare certamente -con i compagni ma rimane tutto il tempo da solo nel suo banco in attesa di qualcuno che possa sostenerlo in questo mondo così complesso. La mia lezione deve durare almeno 45 minuti perciò non mi è concesso distrarmi, devo interrogare online, spiegare, fare esercitazioni…tuttavia il mio pensiero va li, all’unico ragazzo escluso dalla lezione online, impossibilitato a partecipare a quella in presenza senza mediatore. Insomma la sua è una presenza- assenza in classe, che va in contrasto con tutti i principi della vera inclusione, del rispetto e del progetto di vita”.

Il docente a scuola insieme all’alunno disabile e la classe in DAD

La testimonianza su citata riporta uno degli scenari apertosi in seguito alla circolare 1934 del MI, del 26 ottobre scorso nella quale si afferma:

“Le istituzioni scolastiche continuano ad essere aperte, e in presenza, nell’istituzione scolastica, opera il personale docente e ATA, salvo i casi previsti al paragrafo 2, (personale docente e ATA in quarantena con sorveglianza attiva o in isolamento domiciliare fiduciario)”.

Nel nostro articolo “Didattica digitale integrata: i docenti devono lavorare da scuola o possono collegarsi anche da casa?”, abbiamo analizzato la questione, ad ogni modo è opinione comune che si tratti di un ulteriore atteggiamento discriminatorio nei confronti dei docenti in un momento in cui a tutti i settori lavorativi è consigliato di lavorare in smart working, senza tralasciare le accuse gratuite di chi ancora guarda agli insegnanti come coloro hanno tre mesi di vacanza con stipendio assicurato”.

Il riferimento alla presenza-assenza dell’alunno con disabilità in classe, mentre i suoi compagni sono a casa, riporta alla luce una realtà verificatasi in molte scuole, soprattutto in Campania dove l’ordinanza dello scorso 20 ottobre, ribadiva la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado ma apriva a progetti finalizzati alla didattica in presenza per i bambini autistici e/o con disabilità. Supportare gli alunni con gravi disabilità è sicuramente il fine primario che si pone ogni scuola ma questa iniziativa è stata molto discussa da esperti e docenti che l’hanno letta come un richiamo alle classi differenziali.

Le classi differenziali ritornano?

Le scuole speciali e le classi differenziali furono realizzate negli anni Sessanta, allo scopo di mettere insieme tutti gli alunni con disabilità fisiche, mentali o di apprendimento e socializzazione. Furono poi abolite con la legge n.517 del 1977 che inserì gli alunni disabili nelle classi comuni e diede vita anche alla figura dell’insegnante di sostegno, quale mediatore del processo di integrazione dell’alunno con disabilità.

Nel corso degli anni la scuola nella sua eterogeneità ha sviluppato il processo dell’integrazione degli alunni, a cui fa riferimento anche il prof. Dario Ianes (Docente di pedagogia speciale e didattica speciale Libera Università di Bolzano):” Una scuola inclusiva ha bisogno di più docenti “normali” in compresenza, di organico funzionale e di “peer tutor”, insegnanti specializzati esperti itineranti che aiutino in modo concreto i colleghi curricolari. In questo modo tutto il corpo docente diventerebbe il vero protagonista responsabile dell’integrazione, senza più delegarla a qualcuno”.

L’alunno con disabilità deve potersi confrontare ed interagire con i compagni di classe ma anche con tutti i suoi insegnanti e dovrebbe essere superata la forma mentis che l’alunno con disabilità è solo l’alunno dell’insegnante di sostegno, diversamente gli verrebbe negato il processo di inclusione e integrazione a cui ha diritto.

A dirimere ogni dubbio, la nota del Ministero dell’Istruzione del 5 novembre 2020 in merito alle disposizioni del nuovo DPCM nella quale si comunica che:

“In materia di inclusione scolastica per tutti i contesti ove si svolga attività in DDI il DPCM, nel richiamare il principio fondamentale della garanzia della frequenza in presenza per gli alunni con disabilità, segna nettamente la necessità che tali attività in presenza realizzino un’inclusione scolastica “effettiva” e non solo formale, volta a “mantenere una relazione educativa che realizzi effettiva inclusione scolastica”. I dirigenti scolastici, unitamente ai docenti delle classi interessate e ai docenti di sostegno, in raccordo con le famiglie, favoriranno la frequenza dell’alunno con disabilità, in coerenza col PEI, nell’ambito del coinvolgimento anche, ove possibile, di un gruppo di allievi della classe di riferimento, che potrà variare nella composizione o rimanere immutato, in modo che sia costantemente assicurata quella relazione interpersonale fondamentale per lo sviluppo di un’inclusione effettiva e proficua, nell’interesse degli studenti e delle studentesse. Le medesime comunità educanti valuteranno, inoltre, se attivare misure per garantire la frequenza in presenza agli alunni con altri bisogni educativi speciali, qualora tali misure siano effettivamente determinanti per il raggiungimento degli obiettivi di apprendimento da parte degli alunni coinvolti; parimenti, si potranno prevedere misure analoghe anche con riferimento a situazioni di “digital divide” non altrimenti risolvibili”.

Dunque un’opportunità, una vicinanza della scuola in senso lato e della comunità scolastica contingente alle situazioni di difficoltà. Non da ultimo a influire è il raccordo con la famiglia, e dunque ogni situazione è a sè stante, non può essere racchiusa in una prescrizione.

Ci sono poi altre situazioni contingenti per le quali la didattica continua in presenza, per cui spetta alla singola scuola trovare il giusto equilibrio tra tutte le esigenze e le possibilità che essa può offrire.

Nuovo DPCM, ecco le situazioni in cui la didattica continua in presenza

La nota del Ministero del 5 novembre 2020

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