Didattica a distanza, esperienza di una docente siciliana trasferita in Veneto. “Studenti preferiscono lezioni in presenza”

di Vincenzo Brancatisano

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Serenella Botta è siciliana, vive a Vittorio Veneto, in provincia di Treviso e insegna Matematica e Fisica in cinque classi del Liceo classico cittadino, il “Flaminio”. L’emergenza sanitaria da Covid-19 la coglie di sorpresa come tanti alla fine di febbraio scorso.

Non è ancora pandemia ma la zona è stata dichiarata zona rossa fin dai primi giorni, assieme ad altre località del nord Italia. Non lontano da Vittorio c’è un paesino, Vo’ Euganeo, in provincia di Padova, che ben presto sarà conosciuto da tutti. In quel periodo è a Torino, con il marito, docente pure lui delle stesse sue materie, la sua scuola è chiusa per il Carnevale, una ricorrenza molto sentita in Veneto e non solo. Dalla lunga vacanza si sarebbe dovuti rientrare il 27 febbraio. “Il 22 febbraio abbiamo saputo che ci sarebbe stato il fermo – racconta la professoressa – perché Vo’ era stata dichiarata zona rossa”. Intanto a Codogno viene individuato il paziente 1, segue la decisione delle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna di chiudere le scuole di molti comuni fino al 2 marzo. Molti insegnanti a quel punto fanno le valigie e se ne tornano al paesello, al Sud, con il rischio che possano portare con sé il pericoloso contagio. Lei s’ispira invece come tanti altri al senso di responsabilità. Ora tutti i docenti italiani attendono il decreto legge che definisca le sorti dell’anno scolastico in via di chiusura. Che ne sarà della valutazione, degli esami di Stato, della certificazione delle assenze, del recupero debiti, del calcolo dei crediti scolastici? Intanto torniamo al mese scorso, quando ha avuto inizio la didattica a distanza dopo le prime restrizioni.

Professoressa Botta com’è andata?

“Vieni! mi ha detto mio padre, ma non ci ho neppure pensato di farlo. Ho pensato che in astratto sarei potuta stare male, come gli altri, non sono andata per scongiurare ogni rischio. Mio padre non aveva capito la gravità della situazione. Quindi siamo rientrati a Vittorio Veneto nelle giornate che dovevano essere di scuola. Sulla chat si parlava di un blocco per la scuola della durata di due settimane. In quel periodo avevamo le giornate dello sport, il 27 e il 28 febbraio. Tutte le classi terze e quarte avrebbero fatto le giornate con tornei su vari sport”.

Come si è arrivati alla didattica a distanza nella vostra scuola?

“Il mio collega, membro del team digitale, Matteo Collodel, aveva provveduto all’inizio dell’anno a fornirci un indirizzo istituzionale. Con questo indirizzo abbiamo accesso a tutti i pacchetti di Suite Education. Io non la utilizzavo, come tanti. A quel punto, avendo in previsione un fermo di due settimane ho pensato di attivarmi fin da subito. Il collega dopo avere parlato con la preside ha prodotto dei tutorial per insegnarci a usare la piattaforma e abbiamo poi fatto una videoconferenza su Google Meet per stabilire come organizzare le attività su Classroom, che già gli studenti usavano con tanti insegnanti nella attività durante l’anno scolastico”.

E si apre un mondo, come, nelle successive settimane succederà per altre centinaia di migliaia di insegnanti in tutta Italia, dopo la dichiarazione di pandemia

“E’ stato tutto nuovo per me come per tanti altri. Ho imparato a fare tante cose in due giorni. Il primo giorno ho realizzato le mie classroom, il secondo giorno ho imparato a usare il tablet per caricare foto e video su classroom, e invitare i ragazzi grazie anche all’animatore digitale che rispondeva ai nostri quesiti. Lui poi ci ha insegnato a fare le videoconferenze su Meet, l’uso della telecamera e del microfono, l’uso di Power point e della lavagna digitale e tutto il resto”.

Come si svolgono le lezioni? Partecipano tutti?

“Oltre alle lezioni su Google Meet invio agli studenti le mie video lezioni, inoltre loro mi rimandano la foto del compito del quaderno e in questo modo riesco a sapere chi ha lavorato o no. Ho addirittura un controllo maggiore su quel che fanno rispetto a prima. Devo dire che anche gli alunni con più fragilità sul piano didattico nella mia disciplina s’impegnano maggiormente perché sanno che il compito lo vedo e lo correggo. Partecipano tutti, perché in genere tutti possono usare il cellulare, comunque il carico di lavoro è diventato enorme e pesante. Correggere è faticoso ma consente di vedere gli errori. La cosa negativa è che questo materiale non è valutabile perché, parlando in generale, potrebbero esserci degli aiutini dei genitori. In ogni caso, stiamo portando avanti la didattica a distanza per tenere impegnati i ragazzi e per consentir loro di non pensare troppo alle brutte notizie che girano nei telegiornali, per non parlare di quel che si legge sui social. All’inizio di questo periodo mi chiedevano se si potesse uscire di casa, io ho sempre detto che ci vuole l’autocertificazione ma che sarebbe stato meglio rimanere in casa”.

Come si comportano gli studenti con la didattica a distanza?

“Siamo un’isola felice, questi studenti sono educati, hanno voglia di imparare, mi hanno detto addirittura: lasciateci anche dei compiti in più. Io ho detto che sono anche troppi. Loro vogliono fare i meet, oltre che vedere le mie video lezioni registrate, perché piacciono loro le mie battute. Sono i migliori alunni che abbia mai avuto. Sanno controllare i momenti di dolore, perché studiano psicologia, ho due classi dove due alunni vogliono fare le maestre. Chiedo loro quali siano i propri sogni perché quasi nessuno glielo chiede”.

Difficile coniugare la matematica, peraltro a distanza, con i sogni. O no?

“Non è così. La mia materia certo non piace a tutti. Io la rendo piacevole e faccio capire loro che lo studio della matematica e della fisica è finalizzato al raggiungimento di qualsiasi sogno perché il ragionamento logico matematico serve alla giornalista o all’avvocato e a chiunque altro. Serve per diventare una persona, un cittadino che sa interpretare quello che legge. Spesso la scelta verso certi istituti è orientata dall’assenza della matematica. Invece io credo che sia importante studiare matematica che – gurada caso – c’è in tutte le scuole. Ho notato che le persone che capiscono la matematica e la filosofia capiscono tutto e vanno bene in tutte le materie”.

La matematica, secondo lei, consente di non farsi irretire dai ragionamenti illogici pericolosi

“Guardi, quando leggi su Facebook certe affermazioni ti rendi conto che non c’è dietro un pensiero logico-matematico. Alcuni fanno delle abduzioni invece delle deduzioni logiche. Una delle tante cretinate che ho letto in questo periodo è questa: visto che muoiono i vecchi, perché dobbiamo stare a casa? Un’influencer dice che muoiono solo i vecchi, e che a lei piace fare l’aperitivo. Un’affermazione di questo tipo fa capire che chi lo dice non ha nessuna idea di che cosa sia il contagio a catena. Io sono giovane e in salute – si sostiene ancora – non mi ammalo anche se sono positiva e quindi posso fare la vita di sempre. Il fatto è che anche se sei un ventenne in salute puoi essere contagiato e puoi essere un vettore di trasmissione del virus e potresti essere intubato e occupare un posto per una persona che ha bisogno per quindici giorni. Ci sono giovani intubati che occupano un letto creando una reazione a catena pericolosa per i congiunti. Una ragazza di questo tipo, che dice queste cose, credo non avesse una sufficienza in matematica perché i sillogismi non sono granché”.

Pensa che la didattica a distanza possa sostituire, in astratto la didattica di presenza?

“Abbiamo un ruolo molto importante, in questo momento, ma gli studenti preferiscono la lezione in presenza, preferiscono andare alla lavagna, in aula si mettono in gioco, c’è il rapporto umano. E’ questo che manca nelle lezioni a distanza, con il pc manca il rapporto umano. Il fatto di lavorare da soli non piace loro. Sono molto tristi, sono limitati nella libertà anche se, almeno, restano impegnati. Mi dicono sempre: grazie prof di quello che sta facendo. Io dico grazie a loro che mi danno forza. Mi fanno capire che questo lavoro, anche se siamo dietro a uno schermo, per loro è importante, perché non li fa sentire soli e anzi li fa sentire importanti. La didattica a distanza è una buona compagna per loro e anche per noi docenti in questo momento. E aggiungo che prima noi docenti avevamo più tempo libero”

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