Didattica a distanza: e se la scuola non servisse più? Lettera

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Inviata da Manuela Vaccari – E se la scuola non servisse più? A che scopo il rito della campanella, gli orari delle lezioni? Il libro di testo si può fotografare e mandare con il telefono.

Il pullman non serve, l’abbonamento dei trasporti, soldi inutili. I voti
rimandati, senza nostalgia.

Una mamma scrive che non fa lo sforzo di seguire il lavoro didattico della figlia: la bambina sta imparando altro, di molto più importante.
Io ci metto tutto il mio tempo e la mia fantasia: cerco di declinare gli argomenti del programma in attività interessanti, di costruire un dialogo per capire, per mantenere il desiderio di conoscere.
Sollecito Annah con un messaggio, mi scrive sul telefono: “per i compiti ho un po’ di fatica perché devo anche fare da babysitter a mio fratello minore mentre i miei stanno a lavoro e sono tanti quindi cerco comunque di portarli a termine”. Sono 4 settimane che non riesco a vederla alle video
lezioni, che non mi arrivano le fotografie del suo quaderno.

Nella stessa classe chiedo a Sirah di partecipare: “non conosco quando il lezione” mi scrive nel suo italiano stentato.

Temo che le abbiamo perse, le due persone più fragili, per le quali la scuola è più importante: mi illudevo che proprio grazie alla scuola potessero uscire dall’invischiamento di famiglie disfunzionali, da un destino di marginalità.

Questa scuola a distanza è solo per chi ha il privilegio di un gruppo domestico culturalmente attrezzato, dotato di computer, di spazi adatti, con il giardino, il silenzio, gli adulti disponibili.

Per gli altri, soprattutto per le altre, a casa da scuola, rimane il lavoro domestico, la cura dei piccoli, i tic toc per esibirsi, il tappeto sonoro della televisione sempre accesa. Forse anche la violenza.

Al momento del saluto, quando appare nella finestra del computer, Enrico si mostra mentre fuma, sdraiato sul letto. Sono le 9 del mattino. “Spegni la sigaretta, siamo a scuola”. Gli basta spegnere il monitor, non siamo veramente a scuola.

Anna mi dice: “Prof, io ho paura.” “Di che cosa?” “Io non sono mai stata una brava, a me non è che mi piaceva tanto la scuola. Però adesso io ho paura che questi pensano che si può fare così, da casa. Ma io a casa da sola sto male, sto peggio che a scuola. E poi una volta gli insegnanti avevano
l’autorità. Adesso sembra che non c’è l’hanno più, perché su internet possiamo prenderli in giro, fotografarli. Invece è tutto controllato, non ne hanno neanche più bisogno dell’autorità, perché adesso ci controllano in tutto, ci dicono di tenere il microfono spento, e sanno tutto.

Mi arriva una convocazione urgente di un consiglio di classe su internet: alcuni colleghi vogliono sanzionare Aldo perché da un tabulato risulta che è stato troppe ore connesso sulla piattaforma di accesso alle lezioni. Troppe ore di connessione potrebbero essere una svista, un’emergenza, o un
rimedio alla solitudine, un ritrovo di amici, uno scambio di compiti, di musiche, o di baci virtuali.

Invece scoppia la paranoia del controllo e della punizione, gli blocchiamo l’account.

Oggi Aldo non si è presentato alla video lezione, mi angustia il pensiero che forse non lo rivedrò, neanche nella finestra del computer. Spero che tornerà in classe a settembre.
E se la scuola non riaprisse più?

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