Didattica a distanza discriminatoria, impoverisce meccanismi di apprendimento. Lettera

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Inviata da Valentina Fonte* – In questo frangente così caotico e allarmante, anche il fronte-scuola annaspa ed è confuso.

Di fronte alle circolari e alle richieste sempre più pressanti da parte del Ministero e dei vari Istituti scolastici di attivare una didattica online, ma, soprattutto, di fronte all’adesione spesso acritica a tale modalità formativa, decantata entusiasticamente dai media e già capace di attuare una competizione sotterranea tra istituti e la corsa a nuove forme d’implementazione delle piattaforme virtuali, emergono anche le voci di chi
– senza essere necessariamente un reazionario – si interroga sul senso e sulle conseguenze di tutto questo.

Già esiste il rischio concreto che la dipendenza (anche) cognitiva dai media divenga patologica, fino al punto di non-ritorno, e che l’evoluzione delle forme di comunicazione corrisponda in realtà ad un’involuzione del
pensare e del comunicare; evitando le corse al “si salvi chi può!” o, ancor peggio, i dettami calati dall’alto che suonano quanto mai invisi e inopportuni in una situazione già di per sé opprimente, minando alle
fondamenta la fiducia nelle Istituzioni, occorrerebbe dunque quanto mai il tempo di una sosta, una stasi nella riflessione su questa monumentale chiamata alla scuola virtuale.

La didattica a distanza ha tutt’un altro sfondo epistemologico e mette in campo interazioni, abilità e FUNZIONI dell’intelligenza completamente diverse rispetto a quella in presenza.

Innanzi tutto è discriminatoria: la sua presunta “democraticità” è solo fittizia; non tutti gli allievi avrebbero di fatto gli stessi mezzi e le stesse possibilità (ma anche la disponibilità, e non vi è autentica formazione
senza intenzionalità e libertà) di accedere concretamente ai media della “tecnosfera”, né questa potrebbe tenere conto della complessità dei bisogni individuali e di eventuali divers-abilità, livellando di fatto il
sapere in “pillole” frammentarie, fornendo a tutti gli stessi contenuti pre confezionati, raffazzonati e standardizzati, dissolvendo l’ecologia e l’etologia che il fare scuola presuppone.

In secondo luogo, comporterebbe un radicale (e a mio avviso pericolosissimo!) impoverimento dei meccanismi alla base dell’apprendimento:

1) la RELAZIONE educativa, ovvero tutta quella dimensione UMANA, VIVA e ineludibile alla base di ogni investimento emotivo-affettivo, oltre che cognitivo, capace di mettere in moto un’autentica form-azione. La relazione, anzi la rete delle relazioni, si deve necessariamente nutrire in e di
presenza, di vicinanza, sguardi, contatto, emozioni, reazioni, assensi e dissensi, discussioni, interruzioni, “scontri”, feedback e “carezze” sia fisiche sia psicologiche.
Non può essere sostituita da surrogati a distanza, bensì necessita di un ambiente VIVO e concreto (la classe non è un semplice contesto, ma un organismo quanto mai vitale, complesso e dotato di una sua precisa “personalità”, detta “sintalità”).
Se un insegnante diviene un volto o una voce meccanica, un’immagine riflessa su uno schermo che interagisce con altrettanti figure isolate, ciascuna rinchiusa nel suo recinto astratto, in un contesto
de-localizzato e immateriale (un NON-LUOGO!) si rischia una grave dis-umanizzazione, una deriva di senso e significato, oltre che una de-realizzazione quanto mai inquietante: tanto vale che l’insegnante sia sostituito da un robot (e di fatto già vi sono i prototipi!) o da una voce artificiale, un’altra voce, una qualunque presa dalla mediasfera (i contenuti peraltro abbondano, c’è solo l’imbarazzo della scelta), e che i ragazzi divengano delle icone o dei pupazzetti sul monitor…

2) la CO-COSTRUZIONE attiva e inter-agita dei significati. Perché vi sia autentico apprendimento, è essenziale che il sapere sia co-costruito INSIEME, costantemente negoziato, agito e inter-agito, oltreché discusso, esperito e ridefinito nei suoi significati, secondo codici, regole, vissuti e
interazioni chiare e condivise da tutti i soggetti-attivi di una classe.
Chi ascolta, legge, scrive, parla o agisce in una classe reale, deve curare continuamente le proprie operazioni di riflessione e di comprensione: chi guarda e si adatta al linguaggio di un medium artificiale, no. Nella visione di fronte ad un monitor (anche qualora sia data la possibilità estemporanea e occasionale di prendere parola), l’utente della visione sa in anticipo che quello che sta guardando è etero-trainato, ossia gestito, trascinato e deciso dall’emittente; chi guarda è costretto a seguire un ritmo interno all’evento visivo, diviene pertanto spettatore e fruitore passivo del mezzo, piuttosto che soggetto attivo d’apprendimento (capace pertanto di contribuire
a creare il sapere, attraverso il dialogo, la negoziazione dei significati e l’interazione con i vari membri della comunità reale).

Il “consumo in comune del mezzo tecnologico” non equivale affatto a una reale esperienza comune; lo scambio, quando non è una massa di informazioni, nella versione digitale ha un andamento solipsistico, centrifugo, frammentario, è una realtà personale che non diventa mai una
realtà autenticamente condivisa, bensì semplicemente comunicata a uno o più riceventi che contemporaneamente, ma non insieme all’emittente, guardano lo schermo.
Ben venga dunque la fila disordinata alla cattedra per mostrare le righe appena scritte di un testo, e benedetti gli sbuffi, gli istanti di noia, i momenti di stasi, le interruzioni, le alzate di mano per
esprimere la propria opinione, anche discordante, per chiedere un chiarimento o per andare in bagno, il vociare vitale dei gruppi, gli sguardi soddisfatti e il silenzioso scorrere delle penne sui fogli, per fare, rifare, disfare e CAPIRE, fino a imparare.
Non si può sostituire tutto questo con una scuola immateriale e indefinita, neppure trincerandosi dietro una situazione di emergenza (e sulla scia del luogo comune “meglio questo che niente” o di un autoritario “Professori, lavorate e tacete!”).
Si rischia, come detto, una deriva che a mio avviso contiene in sé il germe di un’involuzione culturale (e crea pericolosi antecedenti).
Tralascio tutte le altre considerazioni di natura più prettamente etica, psicologica e antropologica, allorché i ragazzi – e non solo loro – sono già eccessivamente sovraesposti, costantemente bombardati,
alienati e condizionati dalla tecnosfera con tutti i suoi strumenti e linguaggi, con grave impoverimento del capire, dei valori, delle relazioni e della dimensione più umana, emotiva ed affettiva (per non citare
tutte le patologie, le mutazioni psico-sociali e i rischi connessi all’intrusiva presenza della tecnologia nelle loro vite)”.

*Docente di Lettere e Ph.D. in Scienze della Cognizione e della Formazione

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