Didattica a distanza, dalla dispersione alla solitudine dei docenti durante il lockdown. Un libro a 60 mani. INTERVISTA

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“Registro (s)connesso” è un titolo che richiama volutamente le criticità della Didattica a distanza. Ed è il titolo del primo libro sulla Dad, scritto Alessandro Sebastiano Citro, Giorgio Marcello e Andrew Bevacqua, per la casa editrice Edizioni Dignità del Lavoro, con la prefazione dello scrittore Christian Raimo, arrivato oggi in libreria alla fine di un anno scolastico impegnativo e alla vigilia del prossimo che non si presenta certo meno difficile di quello che si è appena concluso.

Concluso per modo di dire, dacché dirigenti scolastici e migliaia di insegnanti stanno dedicando il proprio tempo alla ricerca della soluzione più appropriata o quantomeno utile per garantire la ripresa delle lezioni a settembre. Nel frattempo la lettura di questo libro corale – sono tanti gli attori a vario titolo che hanno dato il proprio contributo all’opera – rappresenta un’utile, necessaria riflessione su quanto è successo nelle nostre aule a partire dalla fine di febbraio, a partire dalla stessa notte prima della chiusura forzata delle scuole a causa della pandemia. Un libro collettivo, corale, reticolare, condiviso, spiegano gli autori. “Un libro condominio con le voci di chi ha vissuto la scuola in questi mesi di confinamento. Un grande compito di realtà che ha coinvolto dal Nord al Sud d’Italia gli attori della scuola, dirigenti, docenti, studenti e anche altri interpreti”. “Registro (s)connesso. Riflessioni sulla Didattica a Distanza” è il libro che ci voleva, in questo momento. Si tratta, continuano gli autori, di “un documento unico, il primo libro in cui la narrazione della scuola a distanza si concretizza nei vissuti personali e professionali, intreccia momenti intimi e pubblici, traccia linee emotive e traiettorie razionali. Un libro di appartenenza, di militanza, di chi a scuola ci sta tutti i giorni e vede con i propri occhi i limiti, le prospettive, le risorse e le lacune. Un libro dell’incontro, dei possibili accorciamenti di quella pedagogia imperante che ormai segna il solco esistenziale e culturale della distanza. Un libro terapia, un tentativo di scrittura collettiva critica e problematizzante che nelle riflessioni multiple pone domande nella crisi e disvela possibili ipotetici percorsi di risoluzione. Un libro diario, raccontato nella vulnerabilità personale del momento storico, in cui le pagine del dolore e dello spaesamento si specchiano in quelle della speranza e della rinascita. Un libro aperto, che non traccia un arrivo ma riprogramma il percorso e non si esaurisce nelle pagine già stampate ma rilancia la discussione con tutti quelli che saranno disponibili a confrontarsi e a ricercare vie per una riforma della scuola da dentro e da fuori”.

Andrea Bevacqua è uno degli autori del volume. Ha 41 anni e insegna Lettere presso l’IC Rossano II–Scuola media “Carlo Levi”, nel Comune di Corigliano Rossano, in provincia di Cosenza.

Professor Andrea Bevacqua, com’è nata l’idea di scrivere un libro sulla Didattica a distanza?

L’idea è nata da alcune chiacchierate a distanza tra me, Giorgio Marcello sociologo all’Università della Calabria e Alessandro Citro, insegnante di Lettere negli istituti tecnici. Giorgio e Alessandro parlano da una condizione privilegiata perché da trent’anni si occupano di dispersione scolastica nel centro storico di Cosenza. In più condividiamo oltre all’amicizia anche una visione di società che parta dagli Ultimi e dagli emarginati. Queste chiacchierate poi si sono sempre di più allargate. Figuriamo tra i curatori solo perché ci siamo presi la briga di mettere insieme tutto ma in realtà è un libro a quasi sessanta mani, ci siamo confrontati anche in privato, redatto, pensato e ripensato. Anche la scelta della casa editrice è stata una volontà di ripartire dal sociale, Dignità del Lavoro edizioni si occupa di reinserimento sociale di soggetti svantaggiati partendo proprio dalla cultura. Tornando al tema del libro, le chiacchierate partivano sempre da una domanda: riusciamo a raccontare quello che stiamo vivendo come insegnanti e non solo? Le sollecitazioni più forti infatti vengono per esempio dai genitori, alcune volte nella doppia veste di insegnanti e genitori, altre volte da dirigenti e studenti. Il libro è un esercizio di scrittura collettiva – un po’ rifacendoci alle esperienze in merito di Don Milani – per raccontare un periodo e per guardare a quello che verrà nei prossimi mesi nell’universo scuola. Vorrei sottolineare che c’è stato un grande bisogno di scrivere, di raccontarsi, di dire la propria”.

Una sorta di sfogatoio collettivo…

Non uno sfogatoio, ma piuttosto una voglia di partecipazione in un periodo indubbiamente anomalo, straordinario, che ha messo la scuola e la società intera davanti ad alcuni crocevia. Ecco, la domanda di fondo che anima il libro potrebbe essere: e ora, finito tutto – Covid permettendo – che strada percorriamo dal crocevia in poi? Coscienti del fatto che nessuno si salva da solo, men che meno la scuola”.

Che cosa emerge dal vostro osservatorio?

Emerge intanto una forte solitudine dell’insegnante, una condizione che già riecheggiava tra le mura scolastiche e si è acutizzata durante il lockdown. In realtà la solitudine, ovviamente fisiologica in un tempo del tutto anomalo in cui bisogna chiudersi in casa, diventa virale e investe anche gli altri soggetti che animano l’ambiente scolastico e universitario. Emerge poi una difficoltà oggettiva sui nuovi mezzi di comunicazione, una scarsa attitudine all’utilizzo delle piattaforme multimediali, alla tecnologia. Emerge d’altro canto anche la volontà di riannodare un senso di comunità a distanza, docenti che si prodigano alla ricerca di ogni modo possibile per ricreare quell’ambiente anche se non è la stessa cosa. Emerge poi la critica nei confronti di una didattica a distanza che ha amplificato le disuguaglianze e la convinzione che la scuola finito tutto dovrà tornare a svolgersi sul territorio e in presenza, con una vision che la valorizzi soprattutto da parte di chi si trova ai piani alti”.

Il libro sottolinea l’aspetto emotivo dell’impatto della Dad sugli studenti e sui docenti, ma anche sui dirigenti e sugli altri operatori della scuola. Cosa emerge?

L’impatto emotivo è forse l’elemento che più connota il nostro percorso di scrittura collettiva. Non sono stati tempi facili. Il ritmo biologico si è alterato. Abbiamo raccolto una trentina di testimonianze qualificanti di un momento. Ne viene fuori un quadro in alcuni casi devastante. Ragazzi che dormivano di giorno e stavano svegli di notte, giornate passate alla playstation, umori crollati, solitudini accentuate tra adulti e giovani, insegnanti che non riuscivano a collocarsi in questa nuova dimensione. Io sono ‘giovane’ ancora e me la sento come si dice dalle mie parti ma le cosiddette vecchie guardie arrancavano con i mezzi tecnologici. Ovvio che il lockdown è stato necessario ma il quadro che ne esce fuori non è esaltatante”.

C’è stato un ribaltamento dei ruoli tra la scuola e la famiglia. Per la prima volta è la scuola a entrare a gamba tesa in casa degli studenti in un periodo peraltro non facile dal punto di vista emotivo ed economico. Questo aspetto è stato particolarmente curato dal volume. Questo ha lasciato un segno, secondo lei?

Lo ha lasciato eccome. Due amici, Chiara e Claudio, entrambi insegnanti in due quartieri difficili di Roma e della provincia di Cosenza, due insegnanti di frontiera, evidenziano nel libro il ruolo della famiglia, paradossalmente presente e più protagonista, nelle scuole a rischio. Ecco, questo forse è l’elemento su cui più dovrebbero soffermarsi nei prossimi mesi gli analisti degli istituti di ricerca. In un tempo di distanze, la famiglia potrebbe essere tornata a svolgere un ruolo fondamentale nel processo didattico, quello che in tanti teorizzavano sui rapporti scuola-famiglia-figli-didattica potrebbe aver trovato terreno fertile proprio nel lockdown. Perché non lavorarci? Sarei curioso di leggere nei prossimi mesi qualche indagine a proposito.

Dall’altra parte la crisi ci è entrata a casa più forte di prima, l’abbiamo vissuta a distanza, spesso con la frase Prof, ho finito i giga e non posso collegarmi fino a fine mese, spesso con discussioni casalinghe e sfoghi sulla perdita del lavoro che entravano nelle room multimediali attraverso i microfoni accesi dei ragazzi”.

Lo scippo dell’esame di Stato. Così definite la fase finale di questo anno scolastico tanto impegnativo. È stato davvero un scippo?

Vallo a spiegare ad un ragazzo che l’esame, almeno nella sua completezza, quest’anno non si farà, che mancherà quella notte collettiva di attesa con i pianoforti sulle spalle. Forse sarà un po’ romantica questa visione ma si poteva provare a percorrere una strada diversa forse più tortuosa ma indubbiamente nulla che avesse a che fare con un esame del genere. Intendiamoci che nessuno qui fa il complottista e afferma che non c’è stato nulla. Nel libro le testimonianze di chi vive e insegna in Lombardia con i parenti degli studenti morti per Covid sono strazianti: anche questa è stata didattica a distanza. Ma la politica, le forze di governo e quelle di opposizione insieme con la comunità scientifica potevano su alcune cose guardare con più profondità alla questione e forse non gettare subito la spugna. Momento difficile e delicato, non faccio il politico ma faccio politica come ogni cittadino quotidianamente. Ecco, forse dalla politica oggi ci aspettiamo tutti questo: nuove prospettive”.

Quali sono stati i maggiori limiti della Dad?

Il limite più grosso è quello di aver amplificato le disuguaglianze. Poi c’è tutta la questione legata al trattamento dei dati sensibili. Abbiamo lavorato spesso su piattaforme che prendono dati e li riutilizzano ai fini di marketing. Nella scuola dove insegno i colleghi che si sono occupati della governance della Didattica a Distanza hanno lavorato molto sulla questione della privacy, necessaria per tutelare i nostri dati soprattutto quelli dei ragazzi. E’ non è stato un lavoro facile. Un limite altro è stato aver affidato ai colossi dell’informatica le piattaforme su cui lavorare. E’ un limite questo perché in una situazione di emergenza quel filo sottile che lega il pubblico al privato si viene a riannodare sempre di più. Visione troppo statalista la mia? I privati non possono entrare nella scuola? Ecco, io penso che il pubblico è una cosa e il privato un’altra. Il privato fa profitto ed ha tutto il diritto di farlo. La scuola è pubblica perché fa un profitto di conoscenze, di socialità e di sapere circolare. Il ministero riprenda quel processo di una sua piattaforma su cui lavorare, una piattaforma pubblica e libera. Mi sembra che gli informatici e i pedagogisti che applicano l’informatica nel nostro Paese non manchino”.

Ci sarà qualcosa da salvare?

Penso che si possa salvare l’impegno delle famiglie, la didattica che non si conclude nelle mura di una scuola. Se il governo riuscisse adesso soltanto a creare un secondo tempo di rilancio. Servono investimenti ma serve anche ripensare l’ambiente e il territorio. Ripartire dalle esperienze sui territori di scuole aperte e partecipate, dalle esperienze di doposcuola nei quartieri spesso lasciati alla buona volontà di attivisti e volontari, investire in programmi di partecipazione a livello comunale. Rimettere al centro la scuola dal basso, ecco cosa serve. E poi io salverei il fatto che se siamo entrati impreparati sull’utilizzo delle tecnologie oggi lo siamo di meno. Bisogna puntare sulle tecnologie in presenza. Le LIM non sono proiettori ma mezzi da utilizzare per una didattica innovativa. Siamo nel 2020 e gli insegnanti certe cose non possono più continuare ad ignorarle”.

Torniamo alle diseguaglianze. Con la Dad è stato escluso da scuola un buon numero di studenti, ma è stata l’unica alternativa rispetto al nulla. Non crede?

Durante il lockdown se non ci fosse stata la didattica a distanza avremmo avuto il nulla, intendiamoci. Qualche pomeriggio fa chiacchieravo al telefono con Christian Raimo che ringraziamo con gli altri amici del gruppo per la bella testimonianza riportata nella prefazione. Christian diceva proprio questo: se non ci fosse stata la DaD non avremmo avuto la scuola per tre mesi. Ribadisco che il momento è stato ed è forse lo sarà ancora delicato, bisogna non scherzare e prendere le cose sotto gamba però un po’ di studenti -forse pure più di un po’ – li abbiamo persi lungo la strada. Alcuni già si perdevano a scuola, star loro dietro anche a distanza è stato difficile. Anche qui se non fosse stato per gli insegnanti, per la loro caparbietà, e per la buona volontà, non avremmo avuto nulla. Non solo docenti. Molti dirigenti si sono prodigati affinché fossero distribuiti tablet e pc ai ragazzi con difficoltà economiche. Spesso ci si è mossi prima che arrivassero direttive dall’alto”.

Molti collegi dei docenti e anche dirigenti e insegnanti ritengono di voler fare uso della Dad in futuro, quantomeno come strumento integrativo. Lei come la vede?

Male. La scuola è scuola. La scuola è un ambiente da vivere in presenza. Un fissiamu, si dice a Cosenza”

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Significa: non scherziamo. La la scuola si fa in carne ed ossa”.

I sindacati sono stati estromessi fin da subito dalla gestione della Dad, addirittura alcuni dirigenti scolastici hanno chiesto loro “lasciateci lavorare”, “la scuola è degli studenti”. Come avete affrontato questo tema nel libro?

Io faccio parte del direttivo provinciale della FLC Cgil Cosenza e insieme con me nel libro, in modo più militante, si è espresso il compagno Ciccio Gaudio, insegnante di filosofia e storia nei licei cittadini, molto attivo nella FLC provinciale. Quello che si rimprovera al Ministro è stata la volontà di non coinvolgere le parti sociali nelle scelte determinanti. La scuola è degli studenti e degli insegnanti al tempo stesso. Si sono registrati alcuni provvedimenti dirigenziali, a volte bizzarri, che hanno visto i sindacati impegnati a dire con fermezza che i diritti sono diritti anche in tempi eccezionali. Io penso che i sindacati e i loro iscritti e quadri hanno avuto comportamento responsabile, tracciando con determinazione quelli che sono i limiti di questa esperienza. Adesso bisogna capire che quando si tornerà alla normalità, il passo nuovo debba essere quello del confronto, evitando che qualcuno possa pensare con la logica del decido io per tutti. In fondo il 27 marzo, in quella piazza San Pietro vuota, un uomo solo e sotto la pioggia vestito di bianco ce l’ha ricordato: ‘Pensavamo di essere sani in un mondo malato… [ siamo tutti nella stessa tempesta]. Dobbiamo ripartire da queste parole, da quella visione del tutti nella stessa tempesta”.

Come s’immaginano la scuola, a settembre 2020, gli autori del libro? Per ora c’è molta confusione, ma prima o poi occorrerà prendere delle decisioni. Turni? Ingressi scaglionati? Banchi singoli, mascherine?

Il problema non sono i turni, gli ingressi scaglionati, le mascherine. L’Italia sulla gestione di eventi straordinari da questo punto di vista fa scuola a tutti, è il caso di dire. La questione sono gli investimenti, le risorse, quanto gli enti locali si sentiranno partecipi di un processo. Insieme con sindacati, associazioni di genitori. Bisogna ripartire con cautela, in gioco c’è la tutela della salute e le scuole possono essere un focolaio. Facciamo lavorare la comunità scientifica, il governo ascolti le parti sociali, il vero motore della società”

E se dovesse rendersi necessaria la Dad, anche in autunno, quali consigli si sente di dare a chi amministra la scuola e ai tanti collegi dei docenti che dovranno indirizzare gli insegnanti?

Il buon senso. Provare a fare un passo in avanti, rivedendo il sistema di valutazione. Era proprio necessario valutare anche questo periodo di secondo quadrimestre? Riusciamo a scrostarci di alcune convinzioni? Indubbiamente siamo preparati maggiormente e pronti per molti versi ad una possibile seconda fase di lockdown. Molte scuole hanno lavorato per implementare le piattaforme, i colleghi oggi sanno dove mettere mano. Su questo io ringrazierei i tanti animatori digitali ufficiali e non che hanno dato una mano enorme a chi era rimasto un po’ indietro con le tecnologie”.

Si riuscirà, nel caso, e nalla luce di quanto si denuncia, a ridurre il digitale divide e la discriminazione che ha coinvolto una buona parte degli studenti?

Bisogna farlo. Su questo don Milani docet: “Se si perdono loro – i ragazzi più difficili – la scuola non e più scuola”

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