Didattica a distanza, chi sono io insegnante? Lettera

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Inviato da Andrea Campanari – Errare umanum est, perseverare autem diabolicum.

È in questa citazione latina che trovo il senso di quanto abbiamo fatto e stiamo facendo come pure uno sprone a fare diversamente.

Care colleghe e colleghi, abbiamo nuotato tra gli errori umani e professionali in un mare che li ammetteva come una discarica a cielo aperto, dove ognuno si sentiva libero di proporre e gettare soluzioni allo scempio in atto. Tra una bracciata e l’altra, tra una lamentela di oggi ed una di ieri, non abbiamo alzato la testa e guardato in profondità. Quando è andata bene ci siamo presi cura del nostro porto magari installandoci sopra un bel faro che non illuminasse lontano ma ne indicasse la bellezza.

Così sono nate le poche realtà scolastiche che hanno trovato i plausi di quei tanti pochi. Si sono erette come isole splendenti di luce propria illudendosi che la loro innovazione bastasse. Gli stessi che avevano appena finito di complimentarsi fuggivano di corsa verso la propria scuola, chiudevano il cancello della stessa, mandavano 5 o più volte la chiave della serratura del portone d’ingresso e si sedevano dietro la propria cattedra, più rilassati ma col fiatone. Quella sedia bella con i poggia braccia comodi e sicuri. Sembrano due braccia tatuate, quelle colme di slogan. A volte la voce di noi insegnanti è sembrata provenire da lì come un pezzo di legno che si allunga ad impartire con severità la più grande delle regole: “sono io che so cosa serve a te per farti diventare ciò che devi!”. Ed ancora: “fuori da qui non troverai chi ti ascolta come me!”. E poi: “Non copiare, guai a te!, Un giorno dovrai cavartela da solo!” Ogni volta che ci siamo senti padroni a casa nostra siamo diventati schiavi nel mondo. Ora si sente bisogno di “ossigeno operativo”. Voglio dire che si sente bisogno di comunità ed improvvisamente, o meno, si palesa sotto quegli slogan che non l’abbiamo costruita. Parlo di una comunità educante, che si auto-educa, che ha dei facilitatori di comprensioni conoscitive o conoscenze da comprendere.

Siamo stati dei perfetti ed implacabili creatori di un mondo al contrario.

Solo facendolo uscire dalla nostra bocca della verità, attraverso impartizioni direttive, abbiamo fatto pensare ai nostri studenti che la cooperazione e la collaborazione non fossero valori in sé e che non servissero nel mondo vero, ci siamo affaticati a far passare un messaggio che ci ha sgambettato: “Io, e solo io, ho questa grande responsabilità del farli diventare persone migliori. Lo potrò fare con la disciplina che insegno, le conoscenze che dovranno acquisire per essere l’uno migliore dell’altro. Un giorno quando vedrò un mio studente vincere un concorso…oh quel giorno sarà stupendo per me! Sarò realizzato”. L’inciampo ci ha mossi dalla fatica del nostro “tirar-fuori”; ci ha sollevati dal vivificare quotidianamente persone in viaggio nel loro divenire ed in quello del mondo; ci ha spaesati dal vero senso di comunità che è sempre un senso che rinasce ogni momento come verso qualcosa e mai contro qualcuno.

Abbiamo azzardato il più delle volte, quasi ovunque questa unica direzione. Poi è saltato il banco con la cattedra insieme, e si è creato un vuoto, oggi, che ci interroga a noi che siamo lì ancora seduti col faro in faccia. Lo scossone ha svelato l’occasione: rivederci come persone e professionisti dell’educazione, della pedagogia e della disciplina che insegniamo quotidianamente. L’occasione ci urla a gran voce! Ma sembriamo sordi o siamo dei buoni attori.
Lo stiamo facendo ancora, quindi: perdere.

Da una parte i dogmi su cui abbiamo poggiato per elevarci come narcisi della formazione e dell’educazione si sono sfaldati e quel mare ci ha inghiottiti. Così, se oggi dobbiamo affidarci ad uno studente che sia responsabile e collaborativo, che utilizzi il dialogo per concertare soluzioni “a distanza” ci troviamo come nell’atto di chi col cappello vuol catturare l’aria. Stiamo fallendo quindi, ora, perché abbiamo perso prima e per troppo tempo. Stiamo fallendo perché la distanza nella didattica si colma solo creando una comunità in dialogo, che conosca i metodi di costruzione dello stesso, che sappia utilizzare una postura aperta e non rivolta a sé, che abbia un facilitatore e non un’autorità a dirigerla. Che sappia far vivere la distanza in modo equilibrato e senza l’ansia di chi vuol colmare il vuoto. Di colpo la distanza ha annullato la nostra possibilità di erigerci a controllori e, spogliati di una divisa immaginaria e barcollante, ci siamo sentiti nudi, incapaci. Ad ora scimmiottiamo chi eravamo, e se allora abbiamo fallito e in buona fede ora lo stiamo facendo con arroganza e consapevolezza.

La distanza ci sta dicendo che dovremmo adoperarci per una scuola nuova, partire ora però, non al rientro in classe perché non dovremmo più contare su quella sedia e quella cattedra ma fare affidamento su una capacità da sviluppare: il saper essere con-. Gli studenti che oggi cerchiamo dispersi nella rete, che oggi ci sfuggono facilmente nell’abisso delle videolezioni e chat di gruppo, meritano un cercatore di oro e non quell’insegnante che eravamo. Ci chiedono di essere motivati a cercare in profondità, di scavare e trovare la via migliore per accompagnarli attraverso il mondo, nella pluralità. Quelle persone che non abbiamo contribuito a fare persone-comunità, riflessive, solidali, collaborative e creative, oggi si stanno ribellando alle nostre certezze e sicurezze. Così la problematica dell’essere senza pc diviene insormontabile, del non saper utilizzare skype è invalidante, del non sapere stare nel dialogo costruttivo con l’altro, compagno o insegnante, è mortificante e deprimente e addirittura a volte causa di rabbia; così posso prendere la scusa che il pc è rotto perché tanto a che fine lo faccio? Così se quel mio compagno di ex-banco è in difficoltà con skype io posso starmene per conto mio intanto che il docente lo aiuta e magari la lezione salta.

Tutte queste voci che oggi si disperdono rapidamente nella rete veloce, dobbiamo metterle in coro, convogliarle verso un concerto che non stoni e che richiede fatica ma non quella dell’eroe che risolve da solo ma quella della comunità che salva la persona.
C’è una domanda, tra le tante, da cui credo dovremmo ripartire:
Chi sono io insegnante?
Non perdiamo il futuro che è “a distanza” ma vicino a noi!

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