04 Agosto 2020 - Aggiornato alle 07:56

Didattica a distanza, basta con gli slogan autocelebrativi. Lettera

Lettera

Inviata da Enrico Ruvinetti – Per fare il punto, sono 2 mesi che andiamo avanti con la DaD, giorno più, giorno meno. Abbiamo speso fiumi di parole da entrambi gli schieramenti : gli entusiasti della lezione da remoto e gli irriducibili puristi della didattica canonica “ad personam”.

Provando ad andare oltre le divisioni, dato che presumo impossibile una sintesi tra le due scuole di pensiero, sarei maggiormente portato a considerare la pedante deriva autocelebrativa che senza freni inibitori, imperversa ormai su tutto il territorio nazionale e della quale si potrebbe davvero fare a meno.

Il pensiero dominante forse anche in virtù dei numeri, è infatti quello di chi continuamente “suona la grancassa” descrivendo una scuola meravigliosa, avveniristica che, mai arresa innanzi al devastante Covid,
ha dato da nord a sud del paese una nuova spinta, una univoca risposta lasciando nei cuori smarriti e spezzati degli studenti il tenero virgulto di una grande innovativa frontiera di speranza … Sterminate praterie di retorica a costo zero che, proprio in quanto gratuita, tanto nella formulazione quanto nel messaggio, si autoalimenta e riproduce costantemente in un ciclo senza fine.

Potrei continuare per delle ore con toni pomposi, parole altisonanti ed altre amenità.

Non paghi e non domi dall’aver “faceboookizzato”, “instagrammizzato” e “twitterizzato” la scuola, trasformando il sistema educativo in un social, ne rivendichiamo pure i meriti.

Certo, noi insegnanti, per deformazione professionale, siamo quelli sempre bisognosi di conferme; magari non tutti ma certamente in buona parte.
Troppe sono le volte che ho assistito a siparietti che mai si dovrebbe essere costretti a vedere : docenti alla disperata ricerca di conferma , di qualcuno che dicesse loro “ma quanto sei bravo”, fosse il preside, l’utenza, il giornalista della cronaca locale che dedica loro un articoletto per questo o quel progetto, magari anche solo il collega dell’aula accanto. Mai categoria fu creata più insicura e tanto in debito di riscontro, tanto che se il plauso non giunge dall’esterno lo produciamo e ne fruiamo in misura autarchica.
E poi in questo continuo ed “onanistico” coro unanime del “quanto siamo stati bravi a salvare la scuola”, oppure “ abbiamo dato prova di un enorme senso di responsabilità”, mi tocca sentire castronerie del tipo “la scuola non si ferma”.

Questi vuoti slogan mi suscitano un enorme senso di tenerezza nei confronti di colui che li pronuncia e (ancora peggio) ci crede e tuttavia non riesco a cogliere il senso.
Neppure l’INPS si ferma.
Tutte le altre agenzie dello Stato non si fermano e grazie al cielo, dico io, non siamo fortunatamente costretti a sentire l’impiegato statale che passa il tempo ad incensarsi nei TG o negli articoli di qualche rivista, specializzata e non.

Proprio l’altro giorno mi riferivano di un dipendente statale in smartworking che è costretto a svolgere il suo lavoro da mezzanotte alle 4 del mattino, perché, in seguito a limiti tecnici, solo in quella fascia oraria
l’Amministrazione gli permette la connessione al portale in cui opera.
Che c’è ? È dura scoprire che c’è qualche silente eroe più eroico dell’insegnante? E pensa, neppure “si loda e si imbroda”.
Vi prego, piantiamola con questo continuo e fastidioso incensarci, è diventato davvero insopportabile.

Ritorno a scuola. Il 14 settembre il riavvio in sicurezza, previsti nuovi spazi alternativi. Segui i corsi di Eurosofia sugli adeguamenti necessari