Didattica a distanza: auguro ai colleghi di innamorarsene per farla sposare con quella in presenza. Lettera

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Luca Mastropasqua Docente di Filosofia e storia I.S.I.S.S. “Fiani-Leccisotti” di Torremaggiore (FG) –  Alla luce di queste prime settimane in cui ogni docente, me compreso, ha trascorso ore e ore letteralmente attaccato a pc, tablet e smartphone, sento il bisogno di fare un primo bilancio che, spero, sia utile a me per schiarirmi le idee e ai colleghi come spunto di riflessione e condivisione.

Tante sono state le voci, le opinioni; decine i webinar, utili e non, proposti da case editrici e enti di formazione. Tuttavia qui noi docenti siamo in prima linea, e non si tratta più di un banale corso di formazione il cui attestato terremo in un cassetto a far polvere: qui si tratta di passare costantemente dalla riflessione teorica alla prassi concreta, vero cuore di ogni discorso pedagogico-didattico.

Ragion per cui chiunque parli di didattica a distanza dovrebbe evitare di farlo alla luce o della propria esperienza individuale, perché la formazione a distanza degli adulti è di tutt’altra natura, o sulla base di discorsi pseudo-pedagogici che non trovano alcun riscontro sul campo. Discorsi di questo genere, in virtù di questo duplice errore, rischiano generare soltanto confusione e, non dimentichiamolo, un pericoloso abbassamento degli standard formativi. Finiremmo con l’impiegare un enorme quantità di energie per poi raccogliere ben poco in termini di successo formativo dei nostri alunni. Ritengo inoltre, in un momento storico così particolare per il mondo della scuola, che sia più utile un franco e proficuo confronto tra docenti piuttosto che seguire discorsi di pedagogisti che, lo dico con il massimo rispetto, non si confrontavano con centinaia di alunni in classe prima e non si trovano al pc a preparare lezioni adesso.

La ricerca didattica si fa sulla raccolta di dati oggettivi, perché solo così si evita la deriva soggettivistica tipica della prassi educativa italiana. Questo, naturalmente, se noi docenti vogliamo davvero portare avanti una didattica seria e non fare da supplemento aggiuntivo al buono baby-sitter.

È bene però sottolineare come, a causa dell’emergenza covid-19, la didattica a distanza ci sia piovuta dal cielo senza alcuna reale preparazione, tolti corsi di formazione il più delle volte non adeguati. Conseguenza? Un intero corpo docenti allo sbaraglio, confuso su piattaforme (perché ad oggi non c’è una piattaforma istituzionale riconosciuta/creata dal Miur), software, tempi e modalità di erogazione della didattica a distanza. Certo, passaggi come questo sono davvero epocali per il mondo della scuola italiana che, mi spiace dirlo, è molto indietro in fatto di tecnologia! Ragion per cui è normale che in questo frangente Miur, Usr e singoli istituti dovrebbero lavorare all’unisono per raccogliere ed elaborare dati per poi, alla fine, strutturare un modello nuovo e soprattutto concreto da implementare nella didattica tradizionale. Ma avverrà davvero? Ai posteri l’ardua sentenza.

L’assenza di un modello comune da cui partire rende necessario, a mio parere, avere una bussola che ci permetta di capire in che direzione stiamo andando. E poiché l’unica forma di didattica a distanza riconosciuta dal Miur in Italia è quella delle università online (e di alcuni enti di formazione), direi che, seppure con tutte le dovute cautele e tenendo in conto le differenze (su cui rifletteremo più avanti), una seria riflessione dovrebbe prendere come punto di riferimento proprio quell’esperienza.

Quindi il punto-base della didattica a distanza dovrebbe essere una piattaforma (la cosiddetta “classe virtuale”) per l’erogazione di video-lezioni (in differita!), per la somministrazione di esercizi e per lo svolgimento di verifiche.

A questo tuttavia si aggiunge la necessità, meno pressante nella formazione degli adulti, di avere un canale di comunicazione diretto con gli alunni: chiarimenti (quasi) immediati e contatto umano con gli studenti rimangono elementi imprescindibili nel mondo della scuola!

E dato che le piattaforme di classe virtuale non permettono agli alunni un canale immediato di comunicazione con il docente (i messaggi devono comunque essere letti dal docente, e questo richiede tempo!), app di messaggistica istantanea possono fare al caso nostro. In questo modo gli alunni avranno modo di chiedere delucidazioni e fare richieste al docente.

Aggiungo un piccolo suggerimento, frutto dell’osservazione personale e del confronto tra colleghi: WhatsApp ci espone all’inevitabile inconveniente di essere tartassati dagli alunni ad ogni ora del giorno e della notte! Perciò meglio Telegram, che permette di non dare il proprio numero di telefono ai ragazzi e, all’occasione, di “silenziare” l’intera app e salvaguardare il nostro tempo libero. E la nostra salute mentale aggiungerei!

Un fraintendimento generale nel corpo docenti è stato quello di pensare di fare didattica a distanza occorresse semplicemente facendo al pc quello che prima facevamo in presenza. Ovviamente ciò non è possibile, anzi sarebbe deleterio!

Conseguenza? Tutti su app di video-conferenza, dal classico Skype al gettonatissimo Zoom, a fare ore e ore di lezione comunque frontale. Da ciò è sorta la nota obiezione di studenti e genitori: troppe ore al pc, col problema aggiuntivo che in molte famiglie ci sono più figli ma un solo pc! Anche perché a queste ore al pc se ne aggiungono altre per lo svolgimento degli esercizi. Bisogna ammettere che, in questo caso, genitori e alunni hanno ragione; per quanto tengano in poco o nessun conto le ore che anche noi passiamo al computer (ma questa è un’altra storia!).

Tertium non datur? Non credo. La soluzione di compromesso per avere un canale diretto con gli alunni e, al tempo stesso, rendere ragionevole la quantità di tempo da loro trascorsa al pc potrebbe essere la seguente:

1. limitare le lezioni in video-conferenza al solo scopo di spiegare argomenti particolarmente ostici e di avere un confronto con gli alunni per chiarire alcuni dubbi importanti (per quelli secondari ci sono, come detto, WhatsApp e Telegram);

2. prediligere la forma delle video-lezioni registrate e caricate su classe virtuale (o per i più spigliati YouTube) per erogare tutti i contenuti principali.

A ciò aggiungo una nota fondamentale, anche questo oggetto di discussioni e critiche da parte degli alunni: le video-lezioni registrate non possono essere di due ore! Riflettiamo su una semplice cosa: quante volte i ragazzi, messi davanti ad un film o a un documentario, si “estraniano” e pensano ai fatti propri? Domanda retorica naturalmente. Per questo motivo tutti gli esperti di didattica (costruita sul campo) consigliano video-lezioni non superiori ai 15 minuti, in cui il compito del docente non deve essere quello di esaurire l’argomento ma solo quello di fornire gli elementi principali per permettere agli studenti uno studio autonomo e lo svolgimento dei compiti.

Carico di lavoro: programma o non programma? Questo è il nuovo dilemma, peraltro chiarito dal Miur. Di sicuro occorre rimodulare la programmazione personale: è inutile pretendere di svolgere il programma nello stesso modo in cui l’avremmo trattato in presenza. È mera utopia! Tuttavia, è bene ricordarlo, il docente non è un baby-sitter, per cui rimodulazione non significa né riduzione degli argomenti alle sintesi di fine capitolo né, tantomeno, trasformazione del programma a intrattenimento semi-ludico degli alunni. Il programma, nei sui elementi essenziali va comunque svolto! Dovremo trovare noi, sulla base delle competenze personali (informatiche e non), degli alunni che abbiamo di fronte e delle risorse che il web ci mette a disposizione (video, mappe, schemi, esercizi, traduzioni, opere integrali e chi più ne ha più ne metta), le modalità più idonee per completare lo svolgimento degli argomenti nel modo più sereno e proficuo possibile.

Per quanto attiene alla valutazione, occorre dire che la prima forma di valutazione formativa sarà quella della partecipazione degli alunni alle attività proposte e allo svolgimento dei compiti assegnati. Correndo il rischio di scatenare le ire di pedagogisti dell’ultima ora, non nego che la correzione degli esercizi (formulati in maniera strategica come integrazione delle video-lezioni che somministro) è per me la prima fonte di valutazione sommativa. Questo perché ho notato che se i ragazzi pensano di non essere valutati, si indebolisce anche la loro motivazione a studiare bene! Forse in questo la mia giovane età mi aiuta a “mettermi nei panni” degli alunni e capire come ragionano; e a fronte di (a mio parere) superati discorsi sul senso di responsabilità degli alunni anche in assenza del controllo dei docenti, penso che il primo indice della didattica siano i risultati! Mi riservo di avere un’accesa quanto stimolante discussione in merito con colleghi che sicuramente la pensano diversamente: è questo il bello del confronto!

Tema caldo e poco chiarito dalle istituzioni: le verifiche.

Data l’impossibilità di un oggettivo monitoraggio del “copia copiarum” degli alunni, ho riscontrato da esperienze personali e di diversi colleghi con diverse classi che la forma più immediata, semplice (e col minor numero di problemi tecnici!) sia quella del test a risposta multipla: oltre a garantire oggettività di valutazione (e auto-correzione che ci risparmia ore di tempo da sommare a quelle che già facciamo!), permette di verificare in maniera rapida l’assimilazione dei contenuti fondamentali.

Anche qui dei piccoli suggerimenti frutto di esperienza: allo scopo di minimizzare la “consultazione” del libro o di internet, è bene dare un tempo piuttosto stringato per il test (ho notato che 40 domande in 18 minuti è un tempo buono) e di formulare le domande in un ordine diverso rispetto al libro di testo (es. prima domanda sulla decima pagina, seconda domanda sulla quinta e così via). Queste piccole accortezze permettono di avere una valutazione, se non oggettiva, ragionevolmente chiarificatrice del livello di studio degli alunni.

Last but non least, è d’obbligo ricordare un elemento: in contenziosi che potrebbero essere aperti su queste prove! Perché se già in tempi di pace la vita del docente non è facile, possiamo immaginare ora! Personalmente ho notato che con la suddetta forma di verifica gli esiti sono mediamente più alti del normale (il pepe messo agli studenti dal tempo è un ottimo sprone!), il test a risposta chiusa ci mette al riparo dall’accusa di arbitrarietà e, nota finale, abbiamo la possibilità di stampare la prova per metterla, quando torneremo a scuola, agli atti come un normale “pacco” di compiti. Oltretutto ho notato che la piattaforma Weschool (che io preferisco a Edmodo o Google Classroom) permette di generare un pdf della prova, con tanto di nome/cognome dell’alunno, classe e data in intestazione! Un po’ di auto-tutela non fa mai male!

Per quanto attiene ad altre tipologie di prove, dato che non ho sperimentato altre forme di verifica né mi sono confrontato con altri colleghi in merito, non ho l’ardire di dire alcunché e resto io stesso curioso in merito.

Una preghiera ad alunni e genitori: cercate di comprendere come questa didattica sia nuova per voi come per noi, e al posto di fossilizzarvi sui voti (nota dolente, mi spiace dirlo, che porta sempre più spesso a scontri sterili, puerili e per nulla formativi!), cercate di concentrare i vostri sforzi allo scopo di avere un franco quanto pacifico e fiducioso dialogo con noi docenti. Collaboriamo, discutiamo e veniamoci incontro senza imporre l’uno l’altro le nostre decisioni; e non dimentichiamo quali sono le nostre aree di competenza. Intelligenti pauca: a ognuno il proprio compito!

Cari genitori, lavoriamo per i vostri figli quando, non dimenticatelo, non abbiamo nessun obbligo contrattuale al “lavoro agile” (smart working)!

Concludo questo (troppo lungo) articolo con le mie osservazione sul campo:

la didattica a distanza ha inaspettatamente stimolato proprio quegli alunni che, in presenza, sono per così dire “refrattari” allo studio;

1. la costanza nel lavoro è notevolmente aumentata;

2. i risultati sono, di conseguenza, mediamente aumentati;

3. il rapporto con i docenti che si impegnano per gli studenti è addirittura migliorato, perché ora gli alunni toccano con mano non soltanto il loro lavoro ma anche la loro vicinanza emotiva.

Piccola riflessione: non sarà che costanza e impegno sono aumentati perché, a dispetto di opinioni buoniste, i ragazzi si sentono più controllati? Questo è quanto mi hanno detto molti alunni, i quali mi hanno anche confermato che studiano più adesso che quando andavano a scuola!

Da tutto lo sproloquio si deduce, spero, come a mio parere la didattica a distanza abbia grandi potenzialità. Sta a noi valorizzarne i punti di forza e minimizzarne quelli di debolezza, senza limitarci a trasformarla in un mero assegnare pagine da studiare! Le metodologie che ora siamo in qualche modo obbligati a sperimentare dovrebbero, superata questa terribile crisi, essere implementate nella nostra didattica in presenza perché, sono certo di questo, avremmo dei risultati straordinari!

Auguro di cuore a tutti i colleghi di innamorarsi di questa didattica tanto da farla “sposare” con la sua partner ideale: la didattica in presenza.

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