Scuola del futuro, ambiente di vaniloquio che respinge la pratica della riflessione e i contenuti! Lettera

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Inviato da Mauro Alario – L’istituto scolastico Ruber della città x, è considerato la scuola più innovativa del Paese. Dirigente e insegnanti hanno dato una svolta, rinnovando programmi e metodi di insegnamento.

I libri sono stati aboliti con strumenti elettronici, le regole di condotta sostituite da una fantomatica autorevolezza condivisa. A scuola non ci sono orari di entrata e uscita, gli studenti circolano liberamente da bravi clienti, la franchigia è totale. Al posto dei voti ci sono giudizi concisi, mai negativi.

Essere uno studente meritevole significa stabilire relazioni armoniche con compagni e istruttori, adattare la mente alle chiacchiere irregolari di sottofondo. Già, perché non esistono insegnanti ma facilitatori, adulti che elargiscono consigli e infondono spensieratezza. La dialettica educativa alunno-insegnante è abolita. Il buon istruttore asseconda interessi, gusti e civetterie degli astanti. La discussione è pratica obbligata, in un crescendo di urla e frenetiche baldorie.

I genitori popolano l’istituzione in un andirivieni roboante, dettano regole, raccomandano i buoni sentimenti. Le mamme, più infervorate, supportano i pargoli starnazzanti con confidenza muliebre, organizzano convegni improvvisati, incoraggiano a soddisfare i desideri del momento. La presenza dei padri, più sfumata, contribuisce a vitalizzare quella massa convulsa. Solitamente sono maschi di mezza età, abbigliati al modo giovanile, svagati quanto serve per colorare quell’ambiente ovattato. Somigliano a guardiani premurosi, ammoniscono sorridenti, si astengono dai rimproveri. Non mancano esperti della mente, affabulatori di ogni sorta: menestrelli, saltimbanchi, che si prodigano a coccolare le vergini menti dei fanciulli.

L’educazione è personalizzata, ogni studente possiede un tutore che lo guida nel resto della giornata. Il compito di quest’ultimo è quello di investigarne l’anima, smussarne irrequietezze, lenirne spigolosità. Il tempo dedicato alla scuola come il rimanente appare indistinguibile. In questo piccolo angolo di refrigerio, lontano dalla “operosità” del lavoro scolastico, si svolgono colloqui intervallati da veloci spuntini, confessioni salvifiche, seducenti simposi. La suggestione ha sostituito la ragione, le sentenze annullato le argomentazioni.

Lo strumento elettronico è obbligatorio, uno dei segni che qualificano l’istituzione. Tutte le conversazioni perciò sono governate dall’uso del cellulare che domina incontrastato l’anima dei frequentatori. Singoli, coppie, grandi o piccole schiere balbettanti spiccano per l’abilità nel chattare simultaneo, in un vortice emozionale che non trova sosta. Sorrisi abbozzati, parole spezzate, condivisioni chiassose e sguaiate tra il virtuale e il reale si impongono con naturalezza. Una vera e propria pantomima viene inscenata in questa atmosfera da setta indeterminata. Il dissenso è ammesso nella misura in cui si conforma alla licenza del fare. In caso contrario, un disaccordo può voler nascondere una imposizione, un velato rimprovero, ritenuto nocivo, perverso.

Un aspetto curioso di questo mondo fatuo è rappresentato dai canti propiziatori regolati sul desiderio di acquiescenza, attraverso i quali si invoca l’astensione dalla fatica. Un rituale goliardico, dai contorni bizzarri e indecifrabili.

Il dirigente, un semplice incaricato, è una figura evanescente, priva di autorevolezza. Egli non esercita un ruolo, gli astanti lo salutano confidenzialmente, talvolta ne ignorano la presenza. Pare un visitatore in incognito, uno spettatore capitato per caso. Il suo compito consiste nel garantire serenità come un padre di famiglia condiscendente. Cammina circospetto, perlustra sale e corridoi, annuisce, approva, condivide. Procede lentamente in mezzo al guazzabuglio umano, evitando di destare insoddisfazione.

Il tratto peculiare di questo ambiente, al di là delle condotte singole, esplicito nei fatti, inconsapevole nelle intenzioni, (eccetto quel potere misterioso e guardingo nei confronti del quale molti inveiscono, ma che pochi contrastano), è il significato attribuito all’ignoranza, sorretta quest’ultima da un’elevata dose di idiozia. Essa assume un valore in sè, malgrado nessuno se ne preoccupi. Tutto ciò che impedisce l’espressione totale della soggettività è considerato forma autoritaria, imposizione, limitazione del capriccio da soddisfare. I guru di questa degradazione costituiscono il collettivo e contraddire la verità condivisa è considerato eresia, con il rischio di incorrere in una automatica espulsione, peraltro garbata. Certo, un insegnante che ancora si percepisse tale, opterebbe per una diversa destinazione, ma la scelta sarebbe impossibile. I siti di socializzazione sono uniformi, la scuola esprime il paesaggio quotidiano e gli obiettivi finalizzati esclusivamente all’evasione.

L’istituto Ruber non è dunque un luogo esclusivo, di sperimentazione, ma l’agenzia formativa in quanto tale, un contesto di infantilismo generalizzato, che riassume in linea generale il parcheggio accogliente nel quale gli avventori incontrano perenne ristoro. Nondimeno, la cosa più sconcertante, temuta come un’infezione maligna, è l’idea della lezione frontale. Tenuta a distanza, essa viene recepita come un’insidia da cui stare in guardia. Pensare che qualcuno, anche su di un piano teorico, possa immaginare di svolgere un lezione, esporre seriosamente al giovane pubblico un argomento, appare diabolico, una minaccia al quieto vivere.

Pertanto, le invettive contro la pratica della riflessione si moltiplicano, fino ad assumere l’aspetto della gogna. L’insegnante è un nemico e in quanto tale oggetto di mortificazione. Analoga sorte spetta al contenuto didattico, responsabile di affaticamento intellettuale e tormento emotivo. Rinunciare ad apprendere la struttura della disciplina appare un dovere, nel migliore dei casi è ammessa l’acquisizione di informazioni epidermiche, sempre in clima ricreativo. Insomma un falegname, in possesso di abilità tecniche, non dovrebbe utilizzare il legno. L’apprendimento a memoria, naturalmente, assume coloriture inopportune, in quanto schematico e anacronistico.

Nel complesso, i processi cognitivi non possono trovare cittadinanza, l’accortezza su una loro riproposizione diventa un obbligo da espletare con rigore. Del resto, un ambiente di assoluto vaniloquio stonerebbe con contesti austeri, regolati sulla disciplina cerebrale. I fautori del nulla hanno compreso l’efficacia del disimpegno, elevandolo a principio inconfutabile. Così le menti passeggiano frivole, alimentandosi di suggestioni, immerse in sinistri torpori.

La scuola è compiuta, il futuro attende risveglio.

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