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Didattica a contatto con la terra, gli alberi e l’aria aperta. Si può fare, una esperienza concreta [INTERVISTA]

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Consentire agli alunni delle nostre scuole di riappropriarsi della natura, del contatto con la terra, con gli alberi, con l’aria aperta. Non come esperienza episodica e occasionale, ma in maniera strutturale, facendo sì che la scuola sia frequentata quotidianamente, vissuta, agita all’aria aperta.

L’idea, che ormai è più di un’idea, è di Michela Schenetti, professoressa associata di Didattica generale e pedagogia speciale dell’Università di Bologna. Conosciuta per i numerosi studi sull’argomento e per la sua esperienza sul campo – collabora da anni con varie scuole dell’infanzia e primaria i cui bambini e le cui maestre hanno potuto scoprire grazie a lei che l’idea è più praticabile di quanto non si pensi – la professoressa Schenetti, di Sassuolo, è stata convocata nei giorni scorsi alla Camera dei Deputati dalla VII commissione “Cultura Scienza e Istruzione” per un’audizione come esperta sul tema dell’innovazione didattica.

Nel suo intervento intitolato ‘Il primato dello spazio fuori dalla scuola nell’innovazione didattica e nello sviluppo professionale dell’adulto’ ha spiegato ai parlamentari quali sono gli obiettivi e le modalità con le quali si potrebbero aprire le porte dei servizi scolastici agli spazi fuori dalla scuola. “Nel 2015 – chiarisce oggi la professoressa – il ministero ha adottato con successo il Piano Nazionale per la Scuola Digitale, stanziando nel 2018 un’ importante somma per la creazione di ambienti digitali innovativi. Credo e spero che il 2020 possa essere l’anno ideale per lanciare il Piano Nazionale per la Scuola Naturale, più attinente alla naturale evoluzione dei bambini, per dirla con le parole di Rousseau”.

Insieme agli esperti ambientali di Fondazione Villa Ghigi di Bologna e grazie al supporto della Regione Emilia Romagna, la professoressa Schenetti ha accompagnato la prima esperienza di scuola nel bosco in Italia seguendola con lo sguardo della ricerca empirica. È stata direttrice del corso di Alta formazione Educazione e natura: contesti, metodologie e apprendimenti presso l’Università di Bologna e attualmente è codirettrice del corso di Perfezionamento interuniversitario Educazione e natura: ruolo e competenze per un professionista all’aperto. La passione per la didattica attiva e i contesti naturali l’hanno spinta a ideare percorsi di ricerca e formazione orientati al sostegno delle professionalità educative sui temi dell’educazione attiva all’aperto, sul ruolo delle emozioni nei processi di apprendimento e la formazione di competenze emotive nelle professionalità di cura. E’ promotrice e formatrice della rete di Scuola pubbliche all’aperto. È autrice di numerose pubblicazioni sul tema dell’educazione in natura tra cui, per le Edizioni Erickson: La scuola nel bosco. Pedagogia, didattica e natura (2015) e Sporchiamoci le mani. Attività di didattica all’aperto per la scuola primaria (2019) di cui ha curato l’edizione italiana.

Nel suo intervento in Parlamento, come riferisce il sito di Scuole all’aperto, la pedagogista ha sottolineato come all’interno dello scenario sullo Sviluppo Sostenibile a cui siamo chiamati ad intervenire entro il 2030 non sia più sufficiente semplicemente educare sull’ambiente, fornendo informazioni e conoscenze, anche con le più sofisticate metodologie digitali ma occorra educare Nell’ambiente, permettere alle nuove generazioni di instaurare un vissuto profondo con il luogo che chiediamo loro di rispettare, proteggere e tutelare. “Per sviluppare un senso di appartenenza al mondo e quell’identità ecologica così essenziale per promuovere comportamenti consapevoli è necessario una relazione continuativa con i luoghi naturali, reali, complessi. Con il mondo.  Considerando che i bambini passano la maggior parte del loro tempo a scuola, è essenziale che la scuola lo permetta e trovi nell’abitare con flessibilità nuovi spazi all’aperto e nella relazione con il territorio un’importante opportunità di rinnovamento”.

La didattica all’aperto, secondo Michela Schenetti “permette alla scuola di mettersi in relazione con i bisogni evolutivi dei bambini e dei ragazzi di oggi. Di prendere consapevolezza delle pressioni che stanno vivendo gli insegnanti sia per la difficoltà della gestione di classi disomogenee e con differenti culture, sia per le richieste che provengono dalla governance scolastica e dalla continua richiesta di valutare performance che rischiano di portarli lontano dalla capacità di vedere e accogliere gli alunni’. Presentando gli ultimi dati dell’Oms e della ricerca nazionale e internazionale ha consegnato l’immagine di un’infanzia e adolescenza sempre più fragile, con problemi di sovrappeso e obesità, sola, soggetta ad un aumento di vulnerabilità dell’umore, con poche opportunità di stare all’aperto e a contatto con altri. D’altro canto l’indagine Ocse Pisa del 2018 sottolinea come l’attuale sistema scolastico in cui prevale il modello tradizionale non sia in grado di raggiungere i risultati sperati. L’invito è stato quello di rimettere al centro il benessere dell’infanzia e dell’adolescenza di qualsiasi politica educativa volta a promuovere apprendimento. “Agire sugli spazi del fare scuola – ha proseguito nel suo intervento – non è neutrale in quanto ha un potenziale effetto a catena: implica una modifica dei tempi necessari per il loro utilizzo, un ripensamento dei contenuti e delle metodologie e richiede, soprattutto una modifica della postura degli insegnanti, che abitando spazi diversi da quelli abituali per fare scuola si rimettono in gioco. Si sintonizzano di più sulla relazione con i propri studenti che con il proprio sapere da parcellizzare, semplificare e trasmettere.’ Ha parlato dell’esperienza della Rete Nazionale delle Scuole Pubbliche all’Aperto sottolineandone la sintonia con le Raccomandazioni Europee e con le Indicazioni Nazionali Ministeriali del 2012 e i Nuovi scenari del 2018, documenti di grande portata ma che avrebbero bisogno di trovare più spazio nella cultura degli insegnanti e nelle pratiche scolastiche. A questo proposito ha sensibilizzato i Deputati sulla necessità di investire sulla formazione iniziale e in servizio dei docenti, suggerendo la Ricerca-Formazione come strumento per promuovere la connessione tra Università e Scuola e sostenere processi rigorosi orientati alla realizzazione di pratiche innovative e al sostegno delle professionalità educative che non possono essere lasciate sole. “Nella scuola in generale e nelle scuole all’aperto in particolare occorrono insegnanti competenti, che conoscono come apprendono i bambini, in grado di usare strumenti, linguaggi e metodologie plurali e diversificati, che sappiano progettare con flessibilità e senso, che sappiano mettere al centro la relazione, vedere il bambino tutto intero. Insegnanti emotivamente competenti”. E’ dunque più che un auspicio, quello indicato dall’esperta, convinta che riportare i bambini a contatto con la natura sia decisivo per la loro crescita e il loro equilibrio, pur consapevole delle resistenze, sedimentate negli anni nelle abitudini degli insegnanti, e conscia delle difficoltà di natura logistica che rendono difficile l’attuazione diffusa del progetto. Difficile, ma non impossibile.

L’intervista

Vincenzo Brancatisano

Professoressa Michela Schenetti, com’è iniziata quest’avventura?

“A partire dal lavoro con i Comuni sui servizi 0-6 anni. Abbiamo cercato di promuovere una scuola nel bosco integrata ispirandoci all’esperienza danese della pedagogia del bosco. Una prima sperimentazione di didattica all’aperto, di tre settimane, è avvenuta dentro al parco della Fondazione Villa Ghigi di Bologna, un CEAS (Centro di educazione alla sostenibilità, ndr) di eccellenza della Regione Emilia-Romagna e ha coinvolto diverse scuole dell’infanzia tradizionali che hanno provato, nel corso dell’anno, a spostarsi nel ‘bosco’ con continuità. Ancora in Italia non si parlava dell’asilo o di scuole nel bosco. Il progetto era nato dall’esigenza di sensibilizzare sull’importanza di un contatto non episodico dei bambini con la natura e soprattutto di formare gli insegnanti a un modo diverso di fare scuola. Le tre settimane, distribuite nell’arco dell’anno, in modo da poter sperimentare le uscite nelle diverse stagioni, hanno previsto la sensibilizzazione dei genitori e sono state accompagnate da un percorso di formazione degli insegnanti in itinere e da un processo di ricerca empirica. Il percorso nel dettaglio è stato raccontato all’interno di articoli su due riviste di settore per i servizi 0-6 anni, la rivista Infanzia e la rivista Bambini”.

Poi è diventata qualcosa di più.

“Da questa sperimentazione il Comune di Bologna ha deciso che il progetto dovesse essere prioritario per il suo triennio 2015-19 di formazione. Abbiamo cercato di promuovere percorsi di ricerca-formazione sul tema, sostenendo le insegnanti a considerare i giardini scolastici come aule diffuse, luoghi in cui fare scuola e non solo come luoghi di svago: processo che sembra semplice ma non lo è perché le insegnanti hanno perso negli anni abitudine e familiarità con lo spazio esterno”.

Cosa fare di fronte a questo ostacolo legato all’abitudine?

“Si deve partire dall’idea che stare all’aperto sia fondamentale per la qualità della vita degli adulti e dei bambini. Lo stare fuori rigenera le capacità di attenzione. Sul piano didattico si sa che la centralità del corpo è fondamentale, non solo per il movimento ma è fortemente connessa con l’apprendimento. Risponde inoltre al bisogno evolutivo dei bambini di oggi che hanno esigenza di muoversi per combattere l’obesità, contro l’abitudine quotidiana di stare connessi e soli. Peraltro, siamo chiamati a rispondere entro al 2030 agli obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, dunque non possiamo che chiedere ai bambini e agli adulti che se ne occupano di entrare in contatto con quell’ambiente che chiediamo loro di proteggere. Non abbiamo più alcun rapporto con la natura, abbiamo quasi dimenticato di essere, noi stessi, parte della natura. Sul piano educativo questo significa lavorare sulle competenze cosiddette trasversali, le competenze sociali ed emotive, tutt’altro che marginali perché sono alla base di qualsiasi processo di apprendimento”.

Poi però i bambini vanno alla primaria, cambiano le esigenze. Della scuola.

“L’idea di coinvolgere le scuole primarie è nata proprio dalla constatazione che le maestre d’infanzia sapevano bene che alla primaria ci sarebbero state esigenze diverse e richieste diverse per i bambini, come quella di stare seduti e di non andare fuori dall’aula. Così, dallo 0-6 ci siamo spostati sul 6-10 e con alcuni coordinatori pedagogici che insieme a me avevano lavorato per restituire la natura ai bambini riprogettando pratiche e giardini scolastici di nidi e scuole dell’infanzia abbiamo capito che era necessario andare avanti. Abbiamo trovato sostegno in una Dirigente scolastica aperta all’innovazione, Filomena Massaro dell’IC12 di Bologna, che ha sostenuto la realizzazione di una Rete di scopo Nazionale e abbiamo coinvolto altri docenti universitari”

Qual è la dimensione del fenomeno delle scuole all’aperto? Quante ce ne sono?

“Siamo al quarto anno della Rete delle scuole all’aperto. Abbiamo sempre nuove adesioni e nello stesso tempo il triennio appena concluso ci ha insegnato quanto sia importante investire sulla formazione delle insegnanti e dar loro il tempo di attivare il cambiamento. Abbiamo messo in piedi un gruppo di formatori e facilitatori per accompagnare i diversi istituti comprensivi. La nostra priorità non è accogliere grandi numeri di scuole ma impattare sulle pratiche in modo continuativo. Fare ricerca insieme alle insegnanti ha mostrato il bisogno di cambiare abitudini e comportamenti spesso stereotipati nella scuola. Le docenti si rendono conto che andare fuori aumenta la possibilità di partire dagli apprendimenti dei bambini e dai loro interessi, li motiva e offre la possibilità di promuovere una conoscenza autentica perché i contenuti e i saperi fuori si offrono nella loro globalità e non parcellizzati. Eppure la tendenza a ricorrere in modo prevalente ai libri di testo, affidandosi alla loro sequenza nel presentare gli argomenti, e a privilegiare i contenuti disciplinari piuttosto che i processi e le metodologie didattiche pare essere ancora ricorrente”.

Faccia degli esempi pratici

“Per esempio, davanti agli alberi si può parlare di passato, di presente, di futuro. L’osservazione di un albero può essere un’occasione per fare arte, inglese, geometria, matematica oppure può assumere una connotazione descrittiva per produrre testi descrittivi, narrativi, poetici. Contando i cerchi delle sezioni di tronco si può scoprire molto dei loro anni di vita e si offrono contemporaneamente come occasione per calcolarne il diametro, la circonferenza, l’altezza, indagare alcune figure geometriche e avere l’opportunità per conoscere l’albero tutto intero imparando a considerarlo come un sistema vivente con il quale siamo in relazione.

Tanto che alla luce del lavoro fatto con la scuola primaria è emersa l’esigenza delle insegnanti di avere delle idee rispetto alla connessione tra la didattica all’aperto e il curriculum scolastico. Per questo ho tradotto un libro, intitolato Sporchiamoci le mani, che molte scuole hanno preso come strumento operativo per la loro attività di programmazione”.

Di che cosa si tratta?

“Come ho scritto nella presentazione del volume, scritto da Juliet Robertson ed edito da Erickson, proporre, l’educazione all’aperto all’interno delle progettazioni pedagogiche dei servizi per l’infanzia e della scuola diventa imprescindibile oggi perché riporta l’attenzione sul concetto complessivo di qualità della vita dell’infanzia (cfr. Bertolini, 1984) e ricorda il mandato della scuola sancito dalle Indicazioni nazionali – Miur 2012 – che è quello di educare a saper stare nel mondo in relazione con gli altri, in un tempo presente senza dimenticare la prospettiva futura. Seguendo il ragionamento dell’autrice, coinvolgere gli insegnanti e i loro allievi sui temi inerenti allo sviluppo sostenibile significa riflettere sugli spazi in cui si crea il processo di insegnamento-apprendimento. Spazi che lei definisce luoghi della vita e che noi chiamiamo, accogliendo la prospettiva fenomenologica, spazi vissuti (Cfr. Iori, 1996). Per rendere consapevoli i bambini dell’influenza che i nostri comportamenti hanno sull’ambiente e sulla sua salvaguardia, la scuola deve permettere loro di incontrare, conoscere e fare esperienza diretta della natura e del mondo. Praticare – anche, non solo – una didattica in natura non significa semplicemente spostare le attività didattiche all’esterno ma presuppone un coinvolgimento diverso del bambino che viene lasciato libero di esplorare, muoversi, comprendere mediante il corpo, pur senza escludere obiettivi disciplinari ben definiti e finalità chiare da raggiungere. In età scolare, una didattica di questo tipo ha un triplice pregio: fornire agli alunni interesse e motivazione verso ciò che apprendono; apportare benefici al loro sviluppo; agire sulla rappresentazione che essi hanno della natura e dell’ambiente formando futuri adulti responsabili e rispettosi. Per farlo è necessario che la scuola possa abbandonare il vizio di separare troppo precocemente il dentro dal fuori, l’artificiale dal naturale, i contenuti dai saperi, le conoscenze dalle competenze e la tendenza a privilegiare gli spazi interni degli edifici scolastici perché considerati dagli adulti più sicuri, più comodi, più appropriati per istruire le nuove generazioni e per corrispondere ai tempi serrati delle programmazioni curricolari”.

C’è comunque un problema di sicurezza, che aggiunge timori e complicazioni di ordine burocratico. Si aggiunga l’inquinamento, con le sue polveri sottili…

“Il tema della sicurezza è presente. In alcuni Comuni, ad esempio nell’Unione dei Comuni della Bassa Romagna, sono stati coinvolti i referenti Asl, i tecnici responsabili della gestione del verde, i coordinatori pedagogici, per stilare un protocollo affinché nei giardini delle scuole i bambini possano giocare con diversi materiali naturali considerati come materiali didattici e si possano riprogettare spazi e pratiche garantendo sicurezza attraverso patti di corresponsabilità tra chi abita quotidianamente la scuola, educatori e insegnanti, e chi ne garantisce la sicurezza e la conformità. Andare in questa direzione significa sensibilizzare operatori, genitori e cittadinanza sulla necessità di assumersi la responsabilità di restituire ai bambini esperienze reali e autentiche anziché contesti artificiali, rigidamente strutturati e poveri dal punto di vista dell’apprendimento. La necessità di interpretare le norme a tutela dei diritti e dei bisogni dei bambini. Il problema dell’inquinamento c’è, è innegabile. Ma ripensare gli spazi è alla portata di molti anche nelle città, e non solo per permettere ai bambini di avere un’ora d’aria al giorno. Quanto detto fino a qui spero che abbia dimostrato quanto l’andare fuori ha a che fare con un’educazione che voglia essere autentica e con una didattica attiva attenta alle modalità di apprendimento dei propri interlocutori. Potremmo pensare che siano avvantaggiati maggiormente i contesti di natura ma non è scontato: succede infatti che anche scuole che hanno un giardino con un manto erboso invidiabile, un fiume a cinque minuti di strada pedonale, un parco adiacente non riescano a considerarli come spazi per fare scuola. Eppure occorre capire che c’è una necessità, non si può prescindere dalla necessità di un contatto con la natura, così come non si può prescindere dalla necessità di una scuola che sappia promuovere il benessere dei bambini e degli adulti e sostenere la curiosità e la motivazione ad apprendere”.

Magari le insegnanti hanno timore che gli alunni siano più contenibili in classe

“Può essere, molte lo dichiarano ma poi quando abitano gli spazi esterni con i bambini, come ad esempio i parchi di gioco limitrofi alla scuola, riportano un’immagine di bambini che non vengono meno al patto educativo e didattico. Non si distraggono per il solo fatto di essere fuori. Seguono le consegne delle insegnanti. Procedono con le loro ricerche. Perché è motivante, perché per loro è importante, perché l’apprendimento che sperimentano è attivo e per loro significativo e, aggiungo, probabilmente sarà anche più durevole di molti altri”.

Come reagisce l’adulto messo di fronte a queste situazioni nuove?

“L’adulto ritorna in natura. La maggior parte degli insegnanti coinvolte in esperienze di immersione in natura riporta alla mente e condivide propri ricordi d’infanzia. Non solo passavamo più tempo fuori a casa e in famiglia– dicono – ma ancora oggi riconosciamo questo tempo come una risorsa. Ma allora, mi chiedo, perché come insegnanti ci siamo chiusi dentro, invece che vedere nel fuori una risorsa, a partire semplicemente dai nostri giardini scolastici?

E’ per questo che da molti anni il mio sguardo di ricerca si concentra sullo sviluppo professionale delle insegnanti che abitano luoghi diversi per fare scuola. Il loro iniziale disorientamento è davvero interessante e produttivo perché seguito dalla consapevolezza adulta di avere ancora moltissime cose da imparare. E così cambiano posizione, si mettono ad altezza bambino e iniziano a fare ricerca con loro”.

Ci vogliono le competenze però, per spiegare cosa c’è là fuori. Occorre cambiare tante cose.

“Infatti l’errore credo sia continuare a credere che a scuola l’adulto debba sempre spiegare. I contenuti sono essenziali ma essenziale è anche proporli nel momento giusto, per sostenere gli apprendimenti anziché anticipare scoperte. Fuori, i bambini fanno esperienza e nel farlo hanno possibilità di apprendere anche senza l’adulto. L’adulto ha l’opportunità di sostenere il percorso di conoscenza anche con attività più strutturate di sostenere i bambini nel condividere le diverse scoperte, dando spazio di pensiero e parola. L’esperienza fuori può essere l’occasione per raccogliere ipotesi dei bambini ma anche per sperimentare conoscenze o ancora, per usare termini più tecnici per promuovere quella didattica per domande o per ricerca che rischia di occupare un tempo e spazio troppo marginale all’interno delle istituzioni scolastiche. Il bisogno di cambiare è forte. La scuola ha bisogno di rivedere gli spazi in cui opera questo permetterebbe all’adulto di ricordarsi l’importante di stare in relazione con colui che apprende, una relazione sempre mediata dal luogo che si sceglie come ambiente di apprendimento ma ancora di più rimetterebbe al centro la necessità dei bambini, nessuno escluso, di essere educati alla bellezza e all’avventura. La scuola dovrebbe lanciare ai bambini la sfida dell’imparare, una sfida positiva, accattivante, motivante nella quale potersi sperimentare attivamente in collaborazione con gli altri. Sicuramente l’esperienza diretta e sensoriale ha un grande valore in tutto questo. Rimette al centro il corpo, i sensi, l’autonomia e la responsabilità individuale. Dentro alle aule si possono fare esperienze didattiche di un certo tipo, fuori dall’aula esperienze diverse. Non si tratta di pensarle in antitesi ma di metterle in relazione, considerarle come esperienze complementari e interdipendenti e cercare di ripristinare un equilibrio, a mio avviso urgente, tra di esse”.

La rete si presenta

Secondo quanto emerge dal sito della rete nazionale di scuole all’aperto, che ha ricevuto nel 2017 il premio comunicazione dal sito “bambini e natura.it”, la rete medesima è nata nel 2016 grazie alle esperienze educative all’aperto di oggi e alla tradizione di scuole all’aperto bolognese. E’ una rete aperta e plurale, costituita da un’alleanza tra genitori ed insegnanti con educatori ambientali, ricercatori e docenti universitari, italiani ed europei.

Il Miur ha incontrato nell’Ottobre 2016 la rete nazionale nelle persone dei Vice Sindaci di Bologna (Marilena Pillati) e di Lucca (Ilaria Maria Vietina), dei ricercatori universitari (Michela Schenetti) e di alcuni promotori della rete nazionale (Simona Serina, Elena Iacucci, Corrado Bosello) esprimendo interesse e disponibilità ad una fattiva collaborazione.

La rete si riconosce nel “Decalogo delle Scuole Fuori” proposto dall’Associazione Bambini e Natura e nei “Diritti naturali di bimbi e bimbe” del maestro e dirigente scolastico Gianfranco Zavalloni. Il suo compito consiste nella definizione degli strumenti operativi (il protocollo) e nella promozione dell’adesione all’accordo di rete nazionale verso l’istituzione di scuole pubbliche all’aperto e nel supporto attraverso percorsi di formazione pensati ad hoc. Nel sito vengono precisati, all’attenzione di dirigenti scolastici, enti, insegnanti, famiglie, i materiali tecnico operativi di riferimento, già disponibili in rete come “linee guida per i giardini scolastici”.

L’Istituto comprensivo capofila della Rete di scopo nazionale Scuole all’aperto è IC11/IC12 Bologna, la cui Dirigente Scolastica è la Dott.ssa Filomena Massaro.

L’intervento di Michela Schenetti alla trasmissione Geo – (Rai3)

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