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Dichiarazione di successione: chi paga i debiti del defunto? Ecco la guida

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La dichiarazione di successione è l’adempimento necessario nel momento in cui una persona muore lasciando agli eredi immobili, soldi in banca o alle poste ma anche i debiti. Come funziona il pagamento dei debiti del defunto è argomento spinoso e su cui bisogna approfondire il tutto.

Nel momento in cui una persona muore, se risulta intestatario di beni immobili o se risulta in possesso di soldi su conti correnti, carte di credito, depositi bancari e postali, buoni fruttiferi e così via, gli eredi sono tenuti a presentare la dichiarazione di successione.

Un adempimento necessario per poter ereditare ciò che il defunto aveva a suo nome. E ci sono regole precise su chi deve ereditare, perché la dichiarazione di successione non è altro che lo strumento con cui gli eredi mettono a posto le cose, nel senso che in base alla legge ed all’asse ereditario, le proprietà mobiliari ed immobiliari del defunto vengono divise.

Questo a meno che non sia stata diversa la volontà del defunto, cioè in caso di testamento. In assenza del testamento però, si procede con la successione legale, in base a ciò che stabilisce la legge. Ma se le proprietà del defunto sono il lato attivo della successione ereditaria, non è raro trovare defunti che hanno dei debiti, come possono essere per esempio le cartelle esattoriali. In questo caso chi paga i debiti del defunto? Basta presentare la dichiarazione di successione per essere tenuti al pagamento dei debiti pregressi del de cuius?

Dichiarazione di successione e accettazione dell’eredità

La cosa fondamentale in materia debiti di un defunto e onere che passa agli eredi è l’accettazione della eredità.

Infatti la nostra normativa vigente da massima importanza all’accettazione dell’eredità che tra l’altro offre più tempo agli eredi rispetto alla dichiarazione di successione.

Infatti la dichiarazione di successione va fatta entro un anno dalla data del decesso che proprio per questo rappresenta la cosiddetta data di “apertura della successione”.

Presentare la dichiarazione di successione dopo i 12 mesi dal decesso significa subire sanzioni amministrative, che scompaiono decorsi 5 anni dalla morte del de cuius.

Anomalie della normativa italiana queste, che si evidenziano ancora di più se pensiamo che l’accettazione dell’eredità, e quindi anche il suo rifiuto, può essere fatta entro 10 anni dalla morte del defunto.

In pratica si può presentare la denuncia di successione e poi si può rinunciare all’eredità. E lo so può fare anche dopo diversi anni.

Questo incide in maniera determinante anche sui debiti che eventualmente gli eredi sarebbero chiamati a sostenere in nome del defunto per il solo fatto di essere suoi eredi.

La successione presentata non significa accettare l’eredità eco debiti

In assenza di testamento da parte del defunto, la ripartizione dell’attivo ereditario, cioè delle proprietà immobiliari e mobiliari appartenenti a chi è passato a miglior vita viene effettuata secondo la legge. In base al numero degli eredi e al grado di parentela, per il tramite della dichiarazione di successione i beni del defunto passano agli eredi.

E passano agli eredi anche i debiti, sempre in base a ciò che la normativa nazionale stabilisce.

Debiti che possono essere verso privati, verso banche, verso il Fisco o verso gli Agenti della riscossione in caso di cartelle esattoriali, ingiunzioni di pagamento, ruoli e così via dicendo.

Proprio per via della discordanza che c’è tra il periodo che la normativa concede per accettare l’eredità e il periodo che la normativa concede per presentare la dichiarazione di successione, gli interessa non subentrano subito nei debiti del de cuius.

Infatti presentare la dichiarazione di successione non vuol dire necessariamente accollarsi o debiti perché si può successivamente rinunciare all’eredità.

E tra l’altro prima dell’accettazione dell’eredità, anche i creditori hanno poco spazio per chiedere i pagamenti. Infatti eventuali richieste verso gli eredi, se precedenti all’accettazione dell’eredità possono essere non tenute in considerazione dagli eredi stessi.

È stata la Suprema Corte di Cassazione a determinare questo orientamento di legge che parte dalla natura giuridica della dichiarazione di successione.

Questa infatti ha natura fiscale, perché, anche se sembra lo strumento atto a dividere tra gli eredi i beni di un defunto, la dichiarazione di successione serve soprattutto per liquidare le imposte dovute sulle successioni stesse.

Lo dimostra pure il fatto che la dichiarazione di successione può essere presentata anche da un solo erede senza il preventivo ok degli altri. E l’adempimento ha valore anche per chi non ha avallato la presentazione.

Completare l’adempimento della dichiarazione di successione quindi non equivale all’accettazione tacita dell’eredità, sia delle voci attive che passive.

L’accettazione dell’eredità può quindi essere retroattiva. In questo modo, una persona che vi rinuncia, viene escluso dai beni del defunto che passano in quota agli altri eredi.

E fino a quando questi non accettano a loro volta l’eredità, sempre nei 10 anni dalla morte del defunto, il rinunziante può tornare sui suoi passi e ritornare ad ereditare sia attivo ereditario che passivo.

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