Dialogo scuola-famiglia: come si riparte, oltre il conflitto

di redazione
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di Anna Guerrieri e Monica Nobile – Una mamma incontra l’insegnante per parlare delle continue note prese dal figlio a seguito dei suoi comportamenti scorretti. La mamma si altera quasi subito, facendo presente che tutte quelle note non servono a nulla.

La comunicazione positiva tra insegnanti e genitori è benefica per gli alunni

Il dialogo tra insegnanti e genitori è momento fondamentale quanto complesso della vita scolastica. E’ evidente infatti come una comunicazione positiva tra insegnanti e genitori sia benefica per bambini e ragazzi, ed è altrettanto evidente, viceversa, come una cattiva relazione sia dannosa. In questo senso, genitori che disconoscono il ruolo degli insegnanti e genitori che si sentono non ascoltati dagli insegnanti sono le due facce della stessa medaglia. Se ne parla molto, si progettano “patti educativi”, si delineano prassi che fin troppo spesso rimangono teoriche, ci si interroga sulla presenza a scuola dei genitori e del loro ruolo negli organismi collegiali (spesso formale e schivato dai genitori stessi per altro percepiti dalla scuola contemporaneamente eccessivamente presenti e troppo assenti), mentre la cronaca ci sommerge di racconti drammatici di conflittualità pesanti. C’è chi invoca un ritorno al passato, ai tempi mitologici in cui il rispetto per gli insegnanti era un dato di fatto dimenticando, dei favolosi tempi antichi, tutti gli aspetti più deteriori, discriminatori ed escludenti. La verità è che invocare il passato è un esercizio inutile per una scuola in cui occorre invece occuparsi delle realtà presenti, di chi sono gli insegnanti, gli alunni e le famiglie oggi.

Di conflitto e di come gestirlo è dunque necessario parlare, perché solo prendendone atto è possibile riuscire a immaginare maniere per restituire utilità ed efficacia alla comunicazione in classe e nel rapporto scuola-famiglia. Non è un caso, tra l’altro, che i momenti conflittuali riguardino in genere gli alunni più fragili, ossia quelli che più hanno bisogno di genitori e insegnanti accanto.

Insegnante: Riceve un padre di un figlio con un DSA. Il ragazzo ha problemi con tutto quello che ha a che fare con gli aspetti grammaticali e sintattici dell’Italiano e delle lingue straniere e l’insegnante dice che non sembra riuscire proprio a raggiungere il livello della classe.
Genitore: Il padre chiede fermamente che venga seguito il PDP e chiede come mai non si riescano ad adattare le verifiche seguendo quanto è indicato.

Lavorare sulla fiducia reciproca

Si tratta prima di tutto di lavorare sulla fiducia reciproca, di costruirla, per poter restituire ai genitori la certezza che, forse non tutto si può fare, ma il possibile si proverà a farlo. Un obiettivo questo che, di fatto, risulta molto ambizioso visto le difficoltà strutturali, logistiche e temporali in cui spesso ci si trova ad accogliere le famiglie a scuola.

I genitori avrebbero bisogno di:

  • Avvicinarsi alle scuole per imparare a conoscerle, visitandole, parlando con chi le vive.
  • Comprendere il ruolo e la competenza degli insegnanti.
  • Conoscere le regole della scuola e, se serve, le norme che possono sostenere i loro figli (le leggi 104 e 170, le Linee di indirizzo per il diritto allo studio degli alunni adottati e le Linee guida per il diritto allo studio fuori della famiglia di origine).
  • Porsi dal punto di vista dei figli e dei loro bisogni.
  • Non sentire il tempo in fuga o le difficoltà scolastiche come un fallimento personale.

Ma accade?

La scuola avrebbe bisogno di:

  • Conoscere profondamente gli strumenti normativi a disposizione.
  • Conoscere i contesti di vita dei propri alunni.
  • Conoscere gli strumenti pedagogico-didattici utili.
  • Coltivare il benessere della classe per valorizzarne le risorse.
  • Costruire alleanze con le famiglie e con i punti di riferimento adulti degli alunni.
  • Prendersi cura dei propri insegnanti.

Ma accade? Realisticamente questo troppo spesso non è nemmeno possibile. Alcune famiglie non hanno le risorse per conoscere quanto è in loro diritto o per essere in contatto reale con il mondo dell’educazione a causa di difficoltà socio economiche troppo ingenti. Altre stanno vivendo momenti di complessità e criticità che amplificano dinamiche disfunzionali nei confronti della scuola. Si finisce per oscillare tra una eccessiva rivendicatività e di fatto una impossibilità a incidere positivamente a favore di figli incastrati in meccanismi scolastici troppo spesso subiti e poco compresi (registro elettronico, prove di ingresso, prove comuni, Invalsi usate come valutazione, …).
In alcune scuole mancano le strutture e le progettualità che possono aiutare gli insegnanti. Il turnover è troppo rapido. Il rapporto tra colleghi è scarso, mancano spazi e tempi di condivisione, le Dirigenze non garantiscono riconoscimento e appoggio, le richieste burocratiche sono eccessivamente pesanti, la valutazione prende il sopravvento sulla didattica, gli insegnanti di sostegno non riescono a collaborare efficacemente con gli insegnanti curricolari. Manca la formazione opportuna.

Quindi è bene fare i conti con la realtà, una realtà fatta di scuole caotiche e di famiglie in affanno, assenti o troppo presenti, comunque spesso non completamente consapevoli né dei limiti e delle risorse delle scuole né dei limiti e delle risorse dei propri figli. Tutti finiscono per dimenticare che al centro della scuola stanno i bambini e i ragazzi e la cosa più importante sarebbe quella di cogliere e valorizzare le loro potenzialità, inclinazioni, capacità.

Ecco quindi un libro dei sogni per rendere più semplici ed efficaci le relazioni tra famiglia e scuola.

  • Garantire un’accoglienza scolastica in cui alle famiglie vengano comunicate con chiarezza regole e risorse.
  • Avere uno spazio in cui ricevere le famiglie consono al dialogo (poter offrire un bicchier d’acqua o un caffè a volte fa la differenza).
  • Avere tempi adeguati per il ricevimento delle famiglie.
  • Avere uno spazio di confronto tra i colleghi in modo da poter fare focus sull’alunno o sull’alunna per poter averne presenti necessità e risorse.
  • Partire dal principio che sia necessario condividere con colleghi e genitori il successo prima dell’insuccesso.

Non sentirsi soli.

  • In caso di bisogno poter contare su progettualità ad hoc (in caso di conflitto in classe, in caso di bisogni specifici degli alunni).
  • In caso di bisogno poter contare sull’attivazione delle risorse territoriali.
    Non temere di comunicare con le famiglie in merito alle difficoltà ricordando come proporre vie d’uscita grazie alle risorse della scuola.

Lavorare con gli insegnanti su come attivare questo tipo di approccio significa prima di tutto partire da loro e stare con loro, comprendendone il lavoro, le necessità, le sensibilità. E’ essenziale partire dalle persone, riconoscerne il ruolo, valorizzandolo. Le risorse stanno in loro, sono loro infatti che vivono in classe, che devono individuare strategie e vie d’uscita, progetti opportuni, o anche solo ammettere di non poter risolvere tutto da soli. Per questo a queste risorse è necessario arrivare, permettendogli, prima di qualsiasi intervento che si permetta di “spiegare” alcunchè, di pensarsi, di immaginarsi.

Quando ripensiamo a ciò che abbiamo vissuto, creiamo un altro da noi. Lo vediamo agire, sbagliare, amare, soffrire, godere, mentire, gioire, ci sdoppiamo, ci bilochiamo, ci moltiplichiamo. Assistiamo alla nostra vita come spettatori: talora indulgenti, talaltra severi e carichi di sensi di colpa, oppure, sazi di quel poco che abbiamo cercato di vivere fino in fondo … ciascuno, in fondo, non fa altro che raccontare agli altri se stesso.
Duccio Demetrio “Raccontarsi come cura di sé”

Permettere, attraverso brani evocativi, musiche, domande che portano a rievocare, ricordare e rimembrare, senza bisogno di dire poi neanche cosa si è rivissuto, offre l’occasione di sentire se stessi anche brevemente, di accedere al luogo dove sono riposte le possibilità e di percepire, nella singolarità delle proprie sensazioni, che anche gli “altri” stanno sentendo, assieme e nello stesso momento. Permette in ultima analisi di rispecchiarsi e di pensare, non più solo alla propria storia, ma anche a quella di chi ci è accanto. Questo in fondo può essere il punto di partenza di ogni altro lavoro.

Riflessioni a partire da un intervento realizzato in una scuola di Ferrara – Maggio 2018

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