Devianza giovanile, lo Stato siamo noi: riflettiamo tutti assieme. Lettera

ipsef

item-thumbnail

Inviato da Vita Maria Barulli – Quando la cronaca ci costringe ad apprendere dell’epilogo infelice di giovani che si perdono, che hanno bruciato i loro anni più belli, spendendosi in azioni sbagliate e rincorrendo ambizioni ancora peggiori, dopo esserci, giustamente o ingiustamente, indignati, fermiamoci a riflettere.

Ché quando un ragazzo si perde è tanto facile nascondersi dietro il distaccato perbenismo di chi dà la colpa “ alla società che lo ha inghiottito nella sua spirale di negatività ”. Come se la società fosse un mostro mitologico ad otto teste che agisce ineluttabilmente ed indipendentemente da noi!

Più difficile è ammettere che la società siamo noi e che dietro un ragazzo che si perde c’è il fallimento di tutto un sistema educativo che si fonda sulla famiglia e si ramifica in altre agenzie collaterali.

Se un giovane non discerne il bene dal male è perché, a monte, è mancato un insegnamento efficace che lo aiutasse ad averne chiara la differenza, se persevera nell’errore è perché non c’è stato un intervento correttivo che lo abbia mai riportato sulla strada dei buoni valori, se è vinto dalle sue devianze è perché, evidentemente, ha sempre trovato più sponde a favore che pali a contrasto.

Allora, forse, sarebbe opportuno rivedere le falle del sistema educativo, a partire dalle debolezze della sua istituzione cardine, la famiglia. Essa è abituata a sopperire con il permissivismo incondizionato le sue mancanze, le incapacità, le mancate prese di posizione nei confronti dei figli, declinando doveri che, come patate bollenti, ricadono sulla scuola.

La scuola, però, è debole anch’essa, poiché, sebbene retta da competenti animatori della cultura e motivati educatori, è in ostaggio di pretese che ne limitano l’azione, ne sviliscono l’autorevolezza e ne aumentano le responsabilità.

Una famiglia debole ed una scuola imbrigliata sono cause di quella devianza di cui ci indigniamo, anzi, ne sono tacitamente conniventi. E allora, quando la triste attualità ci racconta di giovani vinti mentre percorrono irreversibilmente strade negative, interroghiamoci se non sia davvero il caso che i buoni insegnamenti debbano passare più attraverso i pugni chiusi che con le mani sempre tese. Perché oltre a ripristinare la defunta autorevolezza e restituire credibilità al ruolo educativo, i sani “no” forgiano, quasi sempre, persone migliori.

Versione stampabile
anief banner
soloformazione