Def 2019, Pacifico (Anief): Temiamo fortemente ritocchi agli organici approfittando della riduzione delle nascite

di redazione
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comunicato – A proposito del futuro della scuola, la VII Commissione della Camera dei Deputati ha deciso di indicare principalmente tre punti, che confliggono con quanto indicato, in particolare, nella pagina 115 del DEF. 

Il primo, sul quale si è focalizzata la Commissione, è il tema salariale: c’è un grosso impegno per dare un cambiamento significativo, innalzando gli stipendi del personale scolastico, ha spiegato l’onorevole pentastellato. Facendo quindi intendere che l’impegno del M5S sull’incremento salariale dei lavoratori della scuola, da equiparare a quelli percepiti in Europa, fra il 30% e il 50% più alti con un gap che a fine carriera raggiunge proporzioni ancora maggiori, parliamo di mille euro al mese in meno, non è stato messo in archivio ma rimane nell’agenda del primo partito di Governo.

Il secondo punto affrontato dai deputati è quello del tema delle classi italiane sovraffollate, per il quale serve un intervento che va a risolvere una problematica che ha assunto numeri preoccupanti, e che costituisce, giustamente, un rischio anche per l’edilizia scolastica. L’alto numero di alunni per classe, infatti, limita la qualità dell’offerta formativa e non concede le stesse opportunità a tutti i cittadini. “Ci sono chiari problemi di sicurezza – ha detto l’on. Luigi Gallo – quindi il tema dell’edilizia scolastica va affrontato e servono ancora interventi normativi per realizzare un’accelerazione di spesa. Intanto con il decreto Crescita si allargano queste opportunità su tutto il territorio”.

L’ultimo elemento indicato dalla Commissione Cultura della Camera, ha detto ancora il presidente della VII Commissione della Camera, “è quello dell’obbligo di attivare e definire i livelli essenziali e minimi di prestazione: si tratta, ad esempio, degli asili nido, dei trasporti degli alunni disabili, delle mense. Questi servizi in alcune aree del Paese ci sono, in altre no. Vanno definiti, quindi, i livelli essenziali in tutte le zone, incrementando le risorse per ampliare questi spazi: della scuola, ma anche culturali e dell’Università. Dal momento in cui ci sono delle difficoltà economiche, bisogna avere il coraggio di investire in questi settori fondamentali”.

Il problema, rileva Anief, è che le risposte contenute nel Def ai mutamenti della scuola nei prossimi anni vanno nella direzione opposta a quella indicata dalla Commissione Cultura della Camera: “la proiezione della spesa per istruzione in rapporto al PIL – si legge nel Def 2019 presentato dal Presidente del Consiglio dei ministri – è coerente con l’aggregato di spesa definito in ambito EPC WGA. Il rapporto spesa/PIL presenta un andamento gradualmente decrescente che si protrae per circa un quindicennio. A partire dal 2022, tale riduzione è essenzialmente trainata dal calo degli studenti indotto dalle dinamiche demografiche”.

“Se questi sono i presupposti – commenta Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – il Governo non ha alcuna intenzione di lasciare inalterati gli organici del personale scolastico, procedendo ad una riduzione delle classi, quindi delle sedi scolastiche e dei lavoratori, derivante proprio dalla sensibile riduzione degli iscritti. Altro che cancellazione delle classi “pollaio”. Altro che innalzamento degli stipendi, per i quali – continua Pacifico – non si prevede alcun recupero dell’inflazione pregressa, prevedendo sino alle fine del 2019 nemmeno un euro in più rispetto a quanto stabilito dalla Legge di stabilità n. 145/18, quindi appena 5 euro di media a lavoratore. E poi, fino al 2021, incrementi sempre minimali che lascerebbero comunque i compensi di docenti e Ata tra i peggiori del vecchio Continente”.

In buona sostanza, a livello europeo, si confermano i numeri contenuti negli ultimi dati Eurostat, riferiti al 2015 e calcolati sul totale di risorse destinate al segmento “education”, con la media di spesa rispetto al Pil pari al 4,9%. Peggio dell’Italia, dove sempre il Def prevede una discesa degli investimenti sino a toccare un misero 3,1% del 2040, fa solo la Romania, mentre gli altri Paesi viaggiano su investimenti praticamente doppi, con la Danimarca addirittura al 7%, la Svezia al 6,5% e il Belgio al 6,4%. Quando queste percentuali si traducono in euro, il divario diventa ancora più visibile: in Germania, ad esempio, si investono per l’Istruzione 127,4 miliardi di euro; in Italia appena 65,1 miliardi, quindi circa la metà.

 

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