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“Dedichiamo un’ora di lessico a settimana, arricchiamo i pensieri dei nostri studenti. La mancanza di parole conduce alla violenza”, ecco cosa faccio e perché. INTERVISTA a Stefano Picciano

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Prof, non so come dire, mi confidò un giorno uno studente durante un’interrogazione. L’ammissione fu illuminante…”. Inizia così il bell’articolo di Stefano Picciano sul Foglio

dal titolo “Prof., non so come dire”. Perché la scuola deve fornire ai giovani un linguaggio.

“Mi provocò a pormi più di un quesito circa la difficoltà nel cogliere con esattezza le parole, introducendo la grande questione del rapporto che vi è tra queste ed il pensiero”, prosegue Picciano. “Quel mistero, cioè, per cui il pensiero – mentre genera la parola – al contempo viene da essa definito, precisato, descritto”.

Pensiero e parole. Quante volte gli insegnanti assistono a colloqui, interrogazioni e interventi degli studenti, appesantiti dalla pochezza di un lessico che non aiuta a esplicitare e forse nemmeno a costruire al meglio il proprio pensiero, ad onta di uno studio che pure c’è stato? E quante altre volte si è rimasti al contrario affascinati dal linguaggio forbito, privo di pause, e arricchito di figure retoriche azzeccate e di sinonimi illuminanti in un’altra interrogazione e dunque anche sconsolati dalla grande distanza che corre tra chi sa parlare bene e chi stenta a farsi capire?

In poche parole… Spesso si sente dire proprio così. Proprio nell’incipit di una risposta o di un intervento: in poche parole, in parole povere. Ma se poche e povere sono le parole, poca e povera sarà la qualità dell’interlocuzione, assai dimesso sarà il piacere del discorrere. E siamo sicuri che la mancanza di parole non rappresenti spesso la base della violenza verbale e talvolta anche di quella fisica che scaturiscono all’interno di una discussione tra amici, tra compagni di scuola e tra compagni di vita?

“Quanto e in che modo, oggi, la scuola riesce a contrastare il progressivo immiserimento del linguaggio che è sotto gli occhi di tutti, per cui un lessico generico e vago indebolisce e spesso sbaraglia quello più pertinente?”, si domanda nel suo articolo diventato virale Stefano Picciano, che è docente di Lettere presso l’Istituto Comprensivo 1 di Riccione. Picciano, 42 anni, è anche musicologo, è ricercatore in Storia della musica, è autore di vari libri, scrive sul quotidiano Il Foglio. Soprattutto, è animato da una grande passione per l’educazione: “Il tema della scuola e dell’educazione – ammette – mi ha sempre appassionato e in particolare quello della parola”.

Ma “quanto l’insegnamento può osteggiare quella reiterata, altezzosa prevalenza di un parlare neghittoso e corrivo, capace di appiattire drasticamente la dimensione comunicativa? L’inesorabile divario tra le parole che vengono pronunciate e il pensiero ad esse sotteso – scrive Picciano nell’articolo citato – rende la comunicazione approssimativa ed incerta e persino lo studio della grammatica – a cui nella scuola è dedicato uno spazio piuttosto ampio – sembra rimanere talora indifferente al problema, per via della consuetudine a relegare la riflessione metalinguistica ad un ambito separato da quello del parlare e dello scrivere. Già lo rilevava, un secolo fa, Bruno Migliorini, constatando che “i metodi grammaticali che ancor oggi imperano nelle scuole non servono affatto ad approfondire la conoscenza della lingua negli alunni, ma solo ad annoiarli terribilmente”, e aggiungeva: “se invece che imbottire di regole più o meno artificiose e astratte la testa degli scolari, si fortificasse con adatti esercizi la loro capacità di espressione, tutta la loro educazione ne avrebbe grande vantaggio”.

Picciano richiama l’analisi di Umberto Galimberti, laddove scrive: “Se hai poche parole non puoi avere tanti pensieri, perché i pensieri sono proporzionali alle parole che possiedi: io non posso pensare qualcosa di cui non ho la parola. Quando ho poche parole, penso poco”. E ancora: “Con l’impoverimento del linguaggio, che crescerà sempre di più, perdiamo anche i pensieri perché nessuno può pensare una cosa a cui non corrisponda una parola. Non dobbiamo pensare che la parola sia un mezzo per esprimere un pensiero: la parola è la condizione del pensiero (…). Quindi ai giovani che si affacciano alla vita direi: non perdete le parole, perché se perdete le parole, perdete i pensieri!”. A sostegno della sua analisi, che apre tanti interrogativi, Picciano richiama tanti autori – da Calvino a Migliorini, Borges, Wittgenstein, Le Breton e altri. “Il concetto non giunge ad avere un’esistenza individuale e indipendente fino a che non abbia trovato una ben distinta realizzazione linguistica” – il rimando è stavolta a Edward Sapir, che aggiungeva: “Appena abbiamo la parola noi sentiamo istintivamente, con qualcosa di simile al sollievo, che possiamo maneggiare il concetto. Ma fino a che non possediamo il simbolo noi non abbiamo la sensazione di avere la chiave necessaria all’immediata comprensione e conoscenza del concetto”. C’è inoltre un richiamo a Ludwig Wittgenstein – “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” – e un altro allo Zibaldone di Leopardi: “Un’idea senza parola o modo di esprimerla, ci sfugge, o ci erra nel pensiero come indefinita o mal nota a noi medesimi che l’abbiamo concepita. Colla parola prende corpo, e quasi forma visibile, e sensibile, e circoscritta”, in quanto “noi pensiamo parlando”.

Ma che cosa vuol dire avere un numero limitato di parole nel proprio bagaglio culturale? Può esistere il pensiero senza il linguaggio? La mancanza di parole può generare violenza? E i sinonimi? Si può usare a cuor leggero un sinonimo – il primo che la memoria restituisce alla consapevolezza dell’istante – pretendendo per esempio che l’aggettivo grande produca la stessa efficacia narrativa dell’aggettivo vasto, di ampio o di esteso? E com’è nato il lavoro di Picciano sulle parole? Quanto è importante imparare a osservare le cose esterne e l’interiorità? Quanto sono essenziali, in quest’ambito, la lentezza e il silenzio? A dimostrazione di quanto possa rivelarsi decisivo il ruolo della scuola nella costruzione di un buon bagaglio culturale in ambito linguistico, Picciano propone l’idea che la programmazione didattica preveda in maniera strutturale un’ora settimanale dedicata esclusivamente alla parola.

Professor Stefano Picciano, è così? E come la immagina sul piano pratico quest’ora settimanale dedicata al lessico?

“È opportuno che almeno un’ora settimanale, all’interno della programmazione scolastica, sia dedicata unicamente allo studio del lessico, alla scoperta di nuove parole, in modo da lavorare sui sinonimi e accompagnare gli studenti a scoprire che ogni parola è unica e descrive ciò che nessuna altra parola può descrivere. Che cosa facciamo in quell’ora? Utilizziamo un quaderno per il lessico e ci dedichiamo per un’ora allo studio delle parole. Andiamo a scoprire che ogni parola è unica e descrive aspetti diversi rispetto alle altre della medesima area semantica. Un giorno, leggendo l’Iliade, un personaggio veniva definito illustre e allora ci siamo chiesti: che differenza c’è con rinomato, insigne, famoso, celebre, eminente? Il lavoro può procedere per gruppi di sinonimi oppure approfondire singole parole: ad esempio sincera è la persona che non ha una maschera – poiché anticamente le maschere degli attori erano di cera – che è senza cera, cioè mostra il suo vero volto; oppure umile è colui che mantiene un legame con l’humus, la terra, la realtà”.

È sempre importante, talvolta decisivo, trovare la parola giusta.

“Secondo me è importante invitare gli studenti a utilizzare le parole che via via imparano attraverso la scrittura di testi che magari riguardino loro stessi, altrimenti si può domandare loro quali siano le parole che durante il lavoro li hanno colpiti di più. Si può anche creare un archivio di parole prima sconosciute, magari un cartellone o un contenitore da cui estrarre le nuove parole studiate. Però, a prescindere dalle modalità pratiche, la cosa importante è che gli studenti acquistino l’attitudine, al momento di scrivere o di parlare, a individuare la parola: proprio quella che descrive ciò che essi sentono, ciò che intendono dire. Come scriveva Ungaretti: Io ho da dire questo; come posso dirlo con il numero minore di parole, anzi con quell’unica parola che lo dica nel modo più completo possibile?”.

Come nasce questa sua pratica didattica?

“È nato tutto da una situazione apparentemente banale. Un giorno uno studente, mentre cercava di esporre ciò che aveva studiato, ha detto: Prof, non so come dire. Questa frase è stata come un invito, per me, a interrogarmi su quale fosse la difficoltà che i giovani hanno nel cogliere con esattezza le parole. Ciò ha introdotto la grande questione del rapporto che c’è tra il pensiero e le parole: il pensiero, mentre genera la parola, al contempo viene da essa chiarito, descritto, precisato. Allora capiamo che in gioco non c’è solo l’attitudine comunicativa, ma – ancora più importante – la capacità stessa di pensare. Solo quando il soggetto afferra la parola raggiunge la chiarezza di un pensiero che diversamente resta nebuloso. Quindi la questione è trovare la parola che descrive quello che si ha dentro e che spesso si percepisce in maniera confusa e approssimativa”.

Che cosa succede quando invece la parola c’è?

“Trovare la parola esatta conduce il soggetto a illuminare, per così dire, quello che vagamente percepisce: i sentimenti, le sensazioni, gli stati d’animo. Quando io posso dare il nome a ciò che provo, la mia interiorità diventa più chiara per me stesso. È all’atto di tramutarsi in parola che la nostra esperienza si chiarisce innanzitutto a noi stessi. E infatti Ludwig Wittgenstein diceva che i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo. Ma anche un grande autore come Martin Heidegger sottolineava il rapporto tra le cose e le parole ricordando: nessuna cosa è là dove la parola manca”.

I ragazzi hanno meno parole. E questo è un problema.

“Avere le parole è necessario per poter comunicare con gli altri, ma molto di più per pensare, cioè per potere approfondire la propria esperienza e avere coscienza di sé. Uno dei grandi compiti della scuola è dare ai giovani le condizioni per maturare questa coscienza di sé. Il lavoro sulle parole può incentrarsi dapprima sulla realtà che c’è fuori di noi e poi giungere a studiare le parole che descrivono la nostra interiorità. In entrambi i casi, la questione è imparare a osservare: se si impara a descrivere la realtà esterna poi è più facile imparare a guardare la propria interiorità. La scuola, per questo, dovrebbe incentrare molto di più la sua azione educativa sull’osservazione: bisogna imparare a guardare il cielo, un paesaggio, un’opera d’arte. A volte provocatoriamente dico che bisogna portare i ragazzi in giardino a osservare le cose. È quella che mi piace definire la pedagogia dell’istante: quando abbiamo la disponibilità a osservare qualcosa e ci soffermiamo su di essa con adeguata lentezza, allora quella cosa d’un tratto s’illumina e iniziamo a vedere tantissimi aspetti che prima non avevamo colto. Simone Weil ha scritto: più il pensiero è attento, più la realtà si riempie di essere. Bisogna imparare a cogliere la presenza delle cose, la densità dell’istante, ad essere davvero – per dirlo con un verso di Mario Luzi – presente in questo attimo del mondo. Allora potremo meglio porre l’attenzione anche sulla dimensione interiore: i sentimenti, i pensieri, le emozioni. Ai ragazzi dico sempre che le cose che non si toccano, le cose astratte, sono le cose più importanti della vita: è fondamentale che ogni ragazzo impari a guardare dentro di sé. Come è noto, infatti, molti problemi giovanili nella società sono dovuti al fatto che i ragazzi non sanno più dare un nome a ciò che sentono, non sanno guardare dentro di sé, non sanno comprendere sé stessi. Colui che possiede molte parole sa descrivere meglio la realtà esterna e quindi sa descrivere meglio sé stesso”.

La mancanza di parole può condurre alla violenza?

“Certo, per questo è importante avere a disposizione le parole che descrivano l’interiorità: il problema nasce quando il ragazzo non ha le parole per dare un nome a ciò che sente. La scuola deve fornire le parole perché ogni studente sappia descrivere ciò che percepisce, facendogli capire che ogni parola è unica e descrive ciò che nessun’altra parola può descrivere: a volte mi diverto a dire che i sinonimi non esistono”.

Non esistono?

“È come se noi dicessimo ai pittori di lavorare solo con i colori fondamentali, quando invece sappiamo che il lavoro del pittore si fonda sulle sfumature: lo stesso vale per le parole: il mare può essere grande, va bene, ma potrebbe essere vasto, immenso, sconfinato. Che differenza c’è? È importante cogliere la differenza tra questi sinonimi. Un eroe omerico può esser coraggioso ma anche intrepido, audace, temerario, valoroso o impavido. Si tratta di favorire negli studenti la percezione dell’unicità di ogni vocabolo e invitarli all’atteggiamento di chi, parlando o scrivendo, cerca la parola giusta, quella che si avvicina di più alla verità. La scelta di una parola che scriviamo o pronunciamo è sempre un tentativo di approssimazione ad una verità intuita”.

Le parole nascono dalla lettura, ma il tempo dedicato alla lettura è sempre più stato sostituito dal tempo dedicato alle tecnologie e ai social.

“L’unico modo per riportare gli studenti alla lettura è far fare loro l’esperienza di una bellezza: l’ambiente scolastico deve essere il luogo in cui essi ricevono qualcosa di bello che gli viene proposto, non un luogo in cui prevalga il dovere di svolgere determinati compiti. Bisogna far loro vedere che un testo di tremila anni fa può oggi parlare di noi o che una poesia di Leopardi può descrivere la loro esperienza. Questa è l’unica strada. Lo studente dev’essere condotto a sperimentare la bellezza. Il compito dell’insegnante è essere lui appassionato per primo, entrare in classe con il desiderio di riscoprire le cose che spiega. Solo così un ragazzo potrà appassionarsi alla letteratura o alla poesia. Per questo credo che sia necessario rallentare”.

Si corre, con i programmi.

“Siamo immersi nella mentalità produttiva dove ciò che conta sembrano essere le valutazioni, i test, le verifiche. Invece bisogna dare agli studenti ciò che conta davvero tornando ad alcune competenze fondamentali, per esempio la capacità di osservare, di ascoltare, la disponibilità di immergersi in ciò che si ha davanti: leggere e rileggere una poesia, tornare sulle più belle pagine della letteratura, chiedere ai ragazzi di commentarle, accorgersi che quando leggo una poesia per la decima volta è diversa da quando l’ho letta per la prima volta, dare del tempo per stare davanti a un’opera d’arte. E, soprattutto, la capacità di fare silenzio di fronte alle cose: il silenzio è la condizione fondamentale per conoscere sé stessi e la realtà”.

Riferendosi a una sua esperienza didattica in classe, lei nel suo articolo ha riportato la frase di un suo alunno, che l’aveva colpito particolarmente: Quando gli facciamo una domanda, il professore risponde, ma dà una risposta alla quale dobbiamo rispondere anche noi.

Grazie – gli ho poi risposto – ora ho capito meglio il mio mestiere. La questione è che l’insegnante non deve dare innanzitutto delle risposte, ma il suo compito principale è quello di provocare l’individualità del ragazzo, di renderlo protagonista, di destare in lui le giuste domande. I ragazzi non sono dei vasi da riempire ma sono dei fuochi da accendere. L’insegnante deve suscitare in loro il desiderio di conoscere, deve destare in loro la nostalgia della conoscenza. Così loro diventeranno veri protagonisti del loro cammino: educare, del resto, significa proprio fare in modo che la personalità dell’allievo maturi, cresca, emerga. Per questo mi ha colpito quando quel ragazzo ha scritto nel tema: quando gli facciamo una domanda il professore risponde, ma dà una risposta alla quale dobbiamo rispondere anche noi”.

E loro? Hanno voglia di rispondere?

“Bisogna suscitare l’interesse, che scatta quando il ragazzo si accorge che ciò che gli viene proposto c’entra con lui, non è appena una cosa da imparare e poi ripetere all’interrogazione, ma c’entra con la sua vita. Il primo compito dell’insegnante è far diventare i ragazzi protagonisti della conoscenza, farli andare a casa non appena con delle risposte ma con una nostalgia, un desiderio di conoscenza”.

Utopia! si potrebbe ribattere.

“Infatti in un’epoca in cui la scuola si incentra sui progetti e sulle competenze pratiche, io credo che sarebbe opportuno rifondare la scuola sulla dimensione estetica e sul pensiero critico. Molti si chiedono a cosa servano la filosofia, il latino, il greco antico e l’arte. La domanda tradisce una presa di posizione a favore di una mentalità materialistica che non coincide con il bene per i ragazzi, perché si indirizza su saperi pratici che, in realtà, lasciano insoddisfatto il loro vero e più profondo bisogno, che è quello di crescere in quanto persone. Noi dobbiamo chiederci che cosa serve davvero ai giovani, alla loro vita. Delle competenze, certo. Ma ancora più importante è lo sviluppo del pensiero critico, la capacità di giudicare, l’acquisizione dei valori fondamentali dell’uomo, la maturazione del senso estetico. La scuola non deve occuparsi di ciò che gli studenti da grandi faranno, ma di ciò che essi saranno. Per questo bisogna privilegiare ciò che serve veramente alla crescita della persona: nella letteratura, nella musica, nell’arte, i grandi valori che strutturano l’essere umano sono già insiti. La scuola deve tornare a incentrarsi sulla cultura e sull’eredità che la nostra tradizione ci consegna: lì dentro ci sono i tesori che concorrono all’educazione dell’uomo”.

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