Dedicato a quelli che “la scuola dovrebbe…”. Lettera

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Inviato da Elena Garroni – Caro Gramellini (e ospiti), cara Elly Schlein, cari tutti politici e coloro che dopo la conferma di un altro femminicidio, quello di Giulia, si stanno riempiendo la bocca di “la scuola dovrebbe, nella scuola bisognerebbe, la scuola non fa ecc.ecc.” vi dico la mia, sicura di farmi portavoce di tanti miei colleghi, che sto sentendo in queste ore e di cui farò mie alcune parole che mi hanno scritto.

Sono una docente di scuola media (secondaria I grado oggi) da 25 anni e posso affermare con una certa sicurezza che nella scuola non c’è bisogno dell’ennesimo decreto per stabilire l’ennesimo progetto con ore dedicate all’educazione affettiva e al rispetto, per mettersi a posto la coscienza.

Ho sentito dire, nella trasmissione In altre parole – La7, che la scuola tratta i propri alunni come barattoli da riempire, che si occupa solo di istruire e non di educare. È vero, a volte, capita: e, in questo caso, ci si dovrebbe interrogare su chi siano i responsabili della distruzione lenta e costante del sistema scolastico e di una malata e improvvisata selezione del personale. Capita, però, molto spesso, e direi quasi miracolosamente, che ci siano tanti miei colleghi che con l’esempio, le discussioni, il confronto, le azioni quotidiani, educhino e accompagnino con serietà i ragazzi nel loro intricato percorso di crescita. Ci viene richiesto di ricoprire tanti ruoli, sessuologi, psicologi, assistenti sociali, somministratori di terapie, dietisti, educatori, consulenti di coppia; ci troviamo a fare imparare a leggere l’ora, a lavarsi i denti e la faccia e ad allacciarsi le scarpe a ragazzi di 11/12 anni. Un lavoro costante, sotterraneo, sconosciuto e non riconosciuto. Le ore che abbiamo a disposizione sono sempre quelle, sempre più risicate, durante le quali, dovremmo, di tanto in tanto, insegnare un po’ di storia e geografia o di matematica e trasmettere un po’ di amore per la lettura, la scrittura, l’arte, la scienza… cosa che, probabilmente, non guasterebbe.

Come spesso avviene, però, la scuola è lasciata sola, come don Chisciotte, a combattere contro i mulini a vento. Con poche armi efficaci. Compagne fedeli le continue critiche che si scrivono e si ascoltano quotidianamente. La scuola è una piccola goccia sperduta e non considerata in un oceano di ipocrisia e superficialità, in cui il gioco più facile è quello di delegare ad altri e scaricare responsabilità. In un oceano in cui l’apparenza e la velocità la fanno da padroni, in cui parole quali dignità, correttezza, promesse mantenute sono fuori moda, in cui i punti di riferimento solidi fluttuano e i modelli vincenti e attraenti sono leader politici che urlano nefandezze, tiktoker di dubbia moralità, finti reality, “cantautori” che usano parole di violenza contro le donne, adulti che si comportano da quindicenni, vip che snocciolano battute sessiste. L’elenco potrebbe durare ancora per molto, ma mi fermo qui: anche voi vivete in questo mondo.

Vi scrivo da docente che ha sempre amato e ama la propria professione, i ragazzi, lo stare dentro e fuori dall’aula insieme a loro. Ma in questi ultimi anni mi sento, e, come me, tanti miei colleghi motivati e consapevoli, abbandonata e spossata.
Bisognerebbe viverci, dentro una scuola, tutti i giorni, per tanti anni, con occhi attenti, onesti e sinceri e bisognerebbe parlare con i ragazzi che tentano di sopravvivere in questa confusa vita frenetica.

Ho il cuore spezzato per Giulia, l’ennesimo fallimento non solo della scuola che, anche se in modo maldestro, almeno ci prova, ma di tutta la società civile che propone modelli violenti e aggressivi, di politiche sociali inefficaci o, addirittura, inesistenti, di scelte politiche sbagliate, di continui tagli alla spesa sociale, di forze dell’ordine e magistratura non collaborative quando le donne denunciano. E anche qui si potrebbe proseguire con un altro lungo elenco, che conoscete meglio di me.
È necessario agire, insieme, oggi, perché “(non) C’è ancora domani”.

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