Decreto Sostegni bis, Uil Irc: ennesimo flop per gli insegnanti di religione. Pronti alla mobilitazione

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Uil Irc – La politica tradisce le attese dei lavoratori della scuola, come ben sottolinea Pino Turi – A fronte di un quadro così desolante, non possiamo che far emergere la nostra più grande insoddisfazione dopo mesi di intenso dibattito sulla scuola. Ancora una volta, con questo provvedimento, la scuola è stata sostanzialmente lasciata da parte.

Il DL Sostegni-bis tratta vari argomenti tra cui misure urgenti per la scuola (art. 58) e misure straordinarie per la tempestiva nomina dei docenti di posto comune e di sostegno e semplificazione delle procedure concorsuali del personale docente (art. 59), eppure tutti gli emendamenti riguardanti gli insegnanti di religione, presentati dalle diverse parti politiche che hanno raccolto le rivendicazioni della totalità dei sindacati, sono stati dichiarati inammissibili in partenza, malgrado il provvedimento sia a invarianza di spesa. L’ immissione in ruolo degli IdR precari storici non comporta costi aggiuntivi per lo Stato, -perché questo dato continua a non essere preso in considerazione dalla Ragioneria di Stato?- Si chiede il Responsabile Nazionale della Uil Scuola Irc, Giuseppe Favilla.

L’obiettivo di diminuire il numero dei precari in cattedra a settembre non sarà raggiunto: arriveremo a settembre con un numero altissimo di precari e, nello specifico, di precari di religione.
Le aspettative di stabilizzazione dei precari verso questo Governo per cui si nutrivano buone speranze, sono
state deluse. Ancora una volga gli IdR sono esclusi. Nel mentre si teme sempre l’iniquo art.1bis ancora in vigore, se esso non verrà modificato l’unica speranza è che arrivi il 31 dicembre, giorno di scadenza della copertura finanziaria approvata e necessaria per bandire un concorso, senza che nulla accada.

L’Onorevole Flora Frate, sempre attenta alle rivendicazioni dei precari di religione ha fatto sapere che il suo ddl (C1606, presentato il 18 febbraio 2019 e consegnato alla Commissione Lavoro) è stato calendarizzato per settembre 2021.

Il precariato degli IdR è sempre più preoccupante e rivela una grande ingiustizia anche perché le misure introdotte dallo Stato per fronteggiare il precariato, dovute in parte ai continui richiami dell’UE, hanno coinvolto gli altri docenti precari, ma mai gli IdR.

Viene proposto un concorso straordinario per titoli e prova orale non selettiva, riservato esclusivamente a coloro che siano in possesso dei titoli di studio previsti dall’Intesa, dell’idoneità diocesana e di almeno 3 anni di servizio su IRC.

Un punto fondamentale riguarda la graduatoria dei vincitori che, secondo la proposta, sarà a scorrimento progressivo fino a totale esaurimento. Altro punto importante riguarda il 70% dell’organico di ruolo sarebbe gradatamente aumentato al’39;80% e poi al 90%. Le ragioni per cui fu fissato il contingente del 70% oggi non esistono più e la cosiddetta campagna “delle lavagnette” condotta recentemente dalla Uil scuola Irc ha mostrato come esso non permetta di rispondere alle giuste richieste dei precari idr che hanno dedicato la loro vita lavorativa alla professione.

Mentre sindacati e politici appartenenti a diversi schieramenti non si arrendono nella lotta per la rivendicazione di un diritto fondamentale, quello di una dignità lavorativa, c’è chi, pur con una rappresentanza democratica quasi trascurabile, non perde l’occasione per gettare discredito su una intera categoria di lavoratori, insinuando dubbi di legittimità su una disciplina garantita dalla costituzione e ancora oggi scelta da un’altissima percentuale di cittadini italiani.

Riguardo al recente, ma antico dibattito, no sull’abolizione dell’ora di religione e/o sulla sua sostituzione con una disciplina non confessionale, spesso viene ignorata la necessità pedagogica di un’identità che si strutturi a partire da una proposta precisa, che è quella particolare della realtà che si vive. Dimenticando che una riflessione seria debba necessariamente partire da basi pedagogiche e antropologiche consolidate che abbiano come primo obiettivo la formazione della persona nella sua totalità, si elude completamente il piano educativo e ci si concentra su aspetti assolutamente secondari che contengono pregiudizi di stampo ideologico.

A portare nuovamente alla ribalta l’argomento ha contribuito il dibattito acceso sul precariato degli insegnanti di religione che ha ormai raggiunto proporzioni insostenibili. Uno degli argomenti usato dai detrattori dell’insegnamento della religione cattolica riguarda la validità dei titoli degli insegnanti di religione. Vale forse la pena ricordare -sottolineare Favilla- che gli
insegnanti non vengono scelti dalle curie perché cantano nel coro della chiesa, ma perché gli istituti universitari pontifici si occupano della loro formazione. Non esistendo in passato una facoltà teologica italiana, lo stato italiano ha delegato allo stato vaticano la formazione universitaria degli insegnanti di religione, i Vescovi formano e dichiarano idonei gli insegnanti (rilasciando un decreto di idoneità all’insegnamento di rc) secondo accordi ben precisi con lo stato. Fino all’84 non era necessario alcun titolo specifico accademico per poter insegnare. La revisione concordataria nella riformulazione organica degli studi ha sanato la questione e dal 2009 c’è stata l’evoluzione con le lauree magistrali. Essendo deputati alla
formazione i Vescovi scelgono gli insegnanti, ma per accedere ai ruolo dello Stato, tali insegnanti sono sottoposti a concorso secondo legge dello Stato. Tale legge non viene più applicata da 17 anni (perché lo Stato si è reso inadempiente?) quindi questi insegnanti che, lo ricordiamo, hanno seguito un percorso universitario e non sono lì per le doti canore, si ritrovano con una vita professionale caratterizzata da precariato endemico. Il legame tra arte musica letteratura e religione cattolica è uno dei principali motivi della confessionalità della disciplina che non riguarda affatto l’aspetto di proselitismo. Nessun insegnante di geografia e/o filosofia ha competenze teologiche, chiunque abbia una solida formazione umanistica riesce perfettamente a distinguere gli ambiti. Nessun insegnamento offre strumenti allo studente per indagare una dimensione innegabile della persona umana: la ricerca del senso, che non è, ripetiamolo ancora, un catechismo, ma una competenza di indagine di sé e del mondo (che può portare ai risultati che la libertà vorrà suggerire allo studente stesso).

Agli insegnanti di religione sono stati negati diritti concessi agli insegnanti di altre discipline, la materia stessa viene guardata più con la lente del pregiudizio che non volgendo uno sguardo serio e obiettivo teso a migliorarne alcuni aspetti. Spesso ci si muove con grosso timore e sospetto anche riguardo agli ambiti di esclusiva competenza statale, pensiamo, ad esempio, al tema del reclutamento degli insegnanti nei ruoli dello stato o della valutazione o dell’organizzazione delle attività alternative. Perché non concentrarsi su queste serie problematiche che riguardano direttamente la vita del cittadino, anziché tornare
continuamente a interrogarsi sull’opportunità di una realtà che, ad oggi, non solo è un dato di fatto, ma è anche una opportunità che viene scelta e confermata da una percentuale della popolazione scolastica che si avvicina moltissimo alla sua totalità?

La recente dichiarazione di inammissibilità della totalità di emendamenti riguardanti i precari di religione cattolica è stata l’ennesima occasione persa e l’ennesima dimostrazione della discriminazione operata nei confronti di questi precari della scuola.

“Oltre ad una palese cecità del ministro si svela tutta l’incapacità di governo sulle questioni scolastiche, semplici da risolvere, ma che evidenziano ideologie troppo variegate con poca propensione al dialogo! Siamo pronti insieme a tutta quanta la UIL Scuola alla mobilitazione per rivendicare i giusti diritti dei docenti di religione”, conclude Favilla.

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