Decreto semplificazione: Monti non ha nulla da invidiare a Berlusconi

di
ipsef

USB – Avanti tutta verso la privatizzazione della scuola: quiz invalsi, organici, il "giallo"

USB – Avanti tutta verso la privatizzazione della scuola: quiz invalsi, organici, il "giallo"

Quiz Invalsi
Il governo Monti conferma di seguire pedissequamente la politica di privatizzazione dei beni comuni del governo Berlusconi. La scuola non fa eccezione. Nel Decreto semplificazioni, con semplice tratto di penna, le prove INVALSI diventano parte dell’attività ordinaria. Perché tanto zelo? Perché questi quiz sono ritenuti strategici? Lo denunciamo da tempo: i test servono per creare un sistema di differenziazione delle scuole e dei docenti.
Come scrivono Giorgio Vittadini (esponente di punta di Comunione e Liberazione), Andrea Ichino e Daniele Checchi, componenti della commissione incaricata dalla Gelmini di elaborare “Un sistema di misurazione degli apprendimenti per la valutazione delle scuole: finalità e aspetti metodologici”,
bisogna creare un sistema «che premia le singole scuole (o circoscrizioni scolastiche) con un budget correlato al ranking della scuola (permettendo così anche l’intervento del decisore politico, che può scegliere di premiare di più le scuole in situazioni difficili), lasciando poi alla singola scuola (o circoscrizione) di scegliere liberamente come premiare i singoli insegnanti (o gruppi degli stessi)». Sulla base di questo documento e della bozza Brunetta (quella famosa del 25-50-25 che prevedeva un 25% fisso di docenti fannulloni), la Gelmini diede vita alla fallimentare sperimentazione di valutazione del “merito”.
Quando ci siamo opposti ai test INVALSI l’anno scorso, chiedendo che i collegi dei docenti dibattessero e decidessero se volevano o meno che questa pratica omologante e anti-didattica entrasse nelle scuole, ministero e dirigenti scolastici hanno risposto con note deliranti e atti illegali. Alla fine però, hanno dovuto ammettere che avevamo ragione.
Poi sono venute le letterine tra governo, Unione Europea e BCE. Ma come, l’Italia rischia di cadere nel baratro, e si parla di INVALSI?
Il mercato dell’istruzione fa gola. La creazione del “ranking” delle scuole e l’abolizione del valore legale del titolo di studio permetteranno un’operazione simile a quella già fatta con ALITALIA e in procinto di attuazione con Trenitalia: la bad company al pubblico, la crema al privato.
Valutare i docenti con l’INVALSI permetterà, inoltre, un maggiore controllo sulla didattica di ognuno e un clima di servilismo verso il dirigente e tutti contro tutti per cercare di non essere tra i cattivi. In questi ultimi anni, molti docenti impauriti hanno rinunciato alla propria “libertà d’insegnamento”, giuridicamente ancora garantita, impiegando settimane o mesi del proprio tempo di insegnamento ad “addestrare” gli alunni al superamento dei quiz. Ecco come il potere aggira la legge e ci impone contenuti e metodi didattici.

Organici
Leggendo gli articoli “sull’organico funzionale”, ad una prima lettura sembrerebbe cogliere finalmente un’attenzione alle esigenze vere delle singole scuole, anziché il mero calcolo “ragionieristico” del contingente di personale sulla base del parametri delle norme Gelmini. Ma subito salta all’occhio che queste esigenze delle scuole non devono intaccare gli obiettivi di taglio e che l’organico assume la caratteristica di funzionalità solo se l’esigenza di un dato insegnante si protrae per almeno un triennio, sostegno compreso. Ciò significa che se ho un aumento di alunni disabili, posso contare solo su eventuali adeguamenti in organico di fatto. Insomma, non viene assolutamente affrontato lo stato di sofferenza attuale delle scuole ed il riferimento alla gratuità di qualsiasi intervento del governo chiarisce che non avremo nessun aiuto in termini di adeguamento degli organici.
Si fa poi riferimento agli “organici di rete” per affrontare integrazione e disagio. Scatta però l’allarme quando ricordiamo che solo la scorsa estate le note ministeriali in tema di organici suggerivano ai dirigenti di costituire reti di scuole per condividere parte del personale e affrontare così le carenze dovute ai tagli. Come se una scuola con un solo collaboratore scolastico per turno di servizio potesse migliorare le proprie condizioni condividendolo con un altro istituto. L’esperienza ci dice che anche l’organico di rete si tradurrebbe in minor servizio, aumento dei carichi di lavoro e negazione di diritti per il personale.

Il giallo
Nella prima stesura venivano fissati i numeri per gli organici docenti e ATA. Chiaramente si riferivano alla situazione post tagli, ma almeno si poteva sperare che non si procedesse oltre. Nell’ultima versione licenziata dal Consiglio dei Ministri il limite numerico sparisce; segno inequivocabile che il governo si appresta a mettersi a tavola per sbranare altri pezzi di scuola pubblica e non vuole si fissino limiti al suo appetito.
Sono poi spariti i 10.000 posti promessi nella prima versione; posti che non avrebbero dovuto comportare costi: al governo ci sarà qualcuno in grado di moltiplicare pani e pesci oppure questi 10.000 ce li saremmo dovuti pagare, magari tramite ulteriori riduzioni di salario. Sta di fatto che i 10.000 sono spariti il che significa solo che per propinarci altre riduzioni di stipendio modello Grecia dovranno inventare altre ricette.
Budget delle scuole
Nel decreto vi sono poi riferimenti a variazione nella gestione dei fondi delle scuole. Attendiamo maggiori precisazioni prima di dare un giudizio definitivo, ma è bene mantenere la massima vigilanza per evitare progetti che mirino ad accrescere i poteri di discrezionalità finanziaria attribuiti ai dirigenti scolastici.

Necessità? Urgenza?
Un’ultima riflessione merita il ricorso allo strumento del decreto legge, strumento che la Costituzione indica per i casi di necessità ed urgenza (calamità naturali, ad esempio). Usare questo strumento è un atto molto grave che mira a saltare di netto la discussione parlamentare su una materia di interesse generale e vitale per il paese quale si configura l’istruzione pubblica. I nostri tecnici e professori al governo pare abbiano dimenticato quanto appreso negli esami di diritto pubblico e così anche il Presidente della Repubblica che deve vigilare sulla correttezza costituzionale dei provvedimenti legislativi. La normativa sulla scuola pubblica non può essere relegata a provvedimenti frutto di mezze giornate di riunione del Consiglio dei Ministri perchè variazioni in tema d’istruzione si traducono nel medio e lungo periodo in cambiamenti sociali e culturali costitutivi del volto di ogni nazione.
ABBIAMO 60 GIORNI PRIMA CHE IL PARLAMENTO CONVERTA IN LEGGE IL DECRETO: DOBBIAMO FERMARLI
Avviamo da subito discussioni nelle scuole e prepariamo la mobilitazione

Vai all’articolato relativo alla scuola del decreto semplificazioni

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