Declino dell’italiano a scuola. Come si appassionano i bambini alla lingua e al suo funzionamento? Lettera

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Nella lettera dei 600 avente come oggetto “Saper leggere e scrivere: una proposta contro il declino dell’italiano a scuola” s’attribuisce la responsabilità sostanziale di questo stato di cose alla scuola primaria ed alle Indicazioni Nazionali (relative all’arco formativo che va dai 3 ai 14 anni – e che hanno tra gli ispiratori Edgar Morin, Mauro Ceruti, nomi che, per quanto riguarda le problematiche della complessità non possono essere certo accusati di disinformazione e cultura sessantottina).

Entrando nel merito, è forse il caso di ricordare che siamo di fronte ad una serie di cambiamenti sociologici, antropologici, economici dalle conseguenze inimmaginabili di cui gli “illustri” firmatari non si curano, limitandosi a denunciare le carenze linguistiche dei loro studenti e attribuendone la responsabilità alla mancata attenzione, da parte dei docenti, al tema della correttezza ortografica e grammaticale. Non è possibile analizzare, in questa sede le nuove condizioni linguistiche e comunicative nelle quali I nostri ragazzi sono immersi: formati televisivi, rete, “messaggini”…, profonde trasformazioni delle famiglie, presenze, nella società e nella scuola, di lingue e visioni del mondo anche profondamente differenti.

Chiediamoci, invece, cos’è una lingua e come s’impara ad amarla (perché questo dovrebbe essere il compito della scuola primaria e non primaria).

Come s’impara a farne lo strumento principe della nostra identità, quello che consente di riconoscerci e di conoscere il mondo in cui siamo immersi, di entrare in quell’universo di segni che consente agli uomini la grande “magia” di saper evocare le cose anche in loro assenza?

Cominciamo col dire che di regole alla base del funzionamento della lingua ce ne sono tante: fonetiche, grammaticali, morfologiche, sintattiche, semantiche, testuali, narratologiche, pragmatiche…ma, nel documento, tutto questo scompare.

Comunque, come si appassionano i bambini allo studio della lingua, ai suoi meccanismi di funzionamento? Presentando una lingua già decisa da qualcuno che ti precede sempre o appassionandoli alla scoperta linguistica, al gioco linguistico (vedi l’insegnamento di Umberto Eco), all’individuazione di ricorrenze che ti fanno scoprire le risposte che il corpo sociale ha dato a certi problemi? Certo, la lingua è fatta di regole, che rappresentano parte della nostra eredità culturale ma a queste ci si può avvicinare con desiderio, curiosità, disponibilità a sbagliare.

La scuola primaria dovrebbe rappresentare un’esperienza “con la rete”, un momento in cui è possibile sbagliare e provare a capire le ragioni dei propri errori, senza paura di punizioni, ma con il desiderio di addentrarci sempre più profondamente in questo mondo di regolarità, invenzioni, scopi, contesti…

Come si trasmette l’amore e il gusto per la manipolazione e la riflessione sulla lingua?

Come la si può far diventare “un oggetto di valore” come lo chiamerebbe Greimas, per cui vale la pena mettere in moto le nostre ipotesi interpretative e le nostre migliori risorse?

Quegli alunni di cui ci si lamenta sono proprio quelli che hanno passato la loro esperienza nella scuola riempiendo pagine di classificazioni grammaticali, leggendo le poche pagine del libro di lettura e dell’antologia. Sono proprio quegli stessi che non hanno fatto altro che grammatica, una grammatica scollegata dalla propria vita, una grammatica che t’ignora come essere capace di formulare giudizi, una grammatica che non ti chiede di essere amata e desiderata, ma di essere obbedita.

Dice Francesco Sabatini, (presidente onorario dell’Accademia della Crusca!), nella sua lettera sul “ritorno alla grammatica”: “…tutto dipende da come si conduce questo studio.
Insegnare “grammatica” … risulta per lo più gravoso e, diciamolo, spesso infruttuoso…”e raccomanda di “Non correre avanti verso le analisi della struttura della lingua che vanno avviate in termini approssimativi non con criteri predeterminati, principi e metodi, tipici degli studi posteriori”.

Non basta quindi l’ipersemplificazione di un ritorno al bel tempo che fu, di un mai abbandonato studio della grammatica. Forse che tutti gli studi di linguistica, semiologia, sintattica, semantica, pragmatica, narratologia…sono passati invano?

Iole Ottazzi, dirigente scolastica scolastica in pensione, insegnante di sc. Elem. e Media (lettere)

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