Decidere la scuola del futuro; il dibattito che non appassiona la società. Lettera

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Inviato da Paolo Accardi – Dal prossimo anno scolastico verranno assunti quasi 80 mila insegnanti, nei prossimi anni ne andranno in pensione molti di più; un ricambio generazionale di grandi dimensioni coinvolgerà la scuola italiana.

In un paese normale ci saremmo aspettati un grande dibattito su cosa insegnare alle nuove generazioni. Invece, a quanto pare, la scuola sembra appassionare i giornali e la politica soltanto sul rientro a settembre, sulle modalità del concorso e sul numero dei docenti da assumere.

Pensiamo alla scuola elementare, tutti parlano di coding, con il quale bambini e ragazzi sviluppano il pensiero computazionale, l’attitudine a risolvere problemi più o meno complessi. Non imparano solo a programmare ma programmano per apprendere. Eppure non è prevista l’assunzione di nessun docente di informatica.

E’ risaputo che avere la possibilità di imparare una lingua straniera come l’inglese fin dalla più tenera età, aiuta ad assimilare i concetti in maniera immediata e naturale, soprattutto se accompagnati da insegnanti madrelingua, significa dare a un bambino strumenti utili per il suo futuro. Ma in Italia si continuerà a far insegnare l’inglese alle maestre dopo un corso di appena 150 ore.

La scuola media è ritenuta il “buco nero della scuola italiana”, lo dice la fondazione Agnelli, lo dicono tutte le ricerche; gli alunni hanno degli ottimi riscontri alle elementari nei test invalsi (sulla cui utilità non mi esprimo in questa sede), ma le competenze crollano nel secondo anno delle scuole superiori. A soli 10 anni i bambini passano dalle due o tre maestre, ad avere dieci professori che insegnano, oltre alle tradizionali materie come italiano, matematica e inglese, altrettante discipline, tra le quali non ci facciamo mancare l’indispensabile educazione tecnica.

Gli alunni entrano in un vortice dal quale ne escono storditi, tranne alcune lodevoli eccezioni, il metodo è tradizionale: lezioni frontali e compiti; le discipline, che secondo la riforma della scuola media, parliamo del 1962 (sic!), dovevano fungere da attività laboratoriali, sono ormai diventate delle materie teoriche come le altre.

C’è stato un dibattito per capire cosa fare della scuola media? Niente.
Perché ad esempio non pensare a due cicli, come avviene in quasi tutti i sistemi educativi più sviluppati, 7 anni di primarie e 5 anni di superiori, fra l’altro questo aiuterebbe l’ingresso dei giovani nei percorsi universitari un anno prima, e non come sta accadendo adesso riducendo le superiori di un anno senza alcuna logica didattica.

Alle scuole superiori i ragazzi arrivano senza alcun orientamento se non quello dei genitori, oppure dei professori che dividono gli alunni in: bravo = licei, medio = tecnici, scarso = professionale.

Anche per le superiori non è stata fatta alcuna discussione sulle discipline, addirittura qualche anno fa la Gelmini ha introdotto “cittadinanza e Costituzione” ma nello stesso tempo ha tolto i docenti di Diritto che avrebbero dovuto insegnarla. L’informatica, che in tutti i paesi è diventata una materia trasversale come l’italiano e la matematica, è presente solo in pochi indirizzi specifici.

In questi anni di “dimensionamento scolastico” da parte degli enti locali, si sono formati Istituti superiori che sono stati accorpati per pure finalità economiche e politiche, al cui interno troviamo licei, tecnici e professionali con unico Collegio docenti. Stiamo affidando la “riforma” dei corsi di studio non ai pedagogisti, intellettuali, professori universitari, e così via, ma ai sindaci (o peggio ai loro delegati ).

Una proposta da valutare potrebbe essere quella di trasformare le scuole superiori in “campus”, al cui interno ci sono i vari indirizzi e/o corsi di studio, e così si evita quel mercato all’ingrosso che è diventato l’orientamento, con gli istituti che si fanno la guerra per avere qualche iscritto in più dalle scuola medie.

Non ci sono dubbi, è stata l’ennesima occasione persa per capire quale scuola vogliamo per il futuro, il vero dibattito non doveva concentrarsi sul numero di docenti, sulla quota di precari e sulle modalità degli esami; o quantomeno questa poteva essere la fase successiva, ma prima era necessario aprire un grande dibattito per decidere i nuclei fondanti su cui costruire la scuola del futuro.

Docente in discipline giuridiche ed economiche.

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