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Dall’autismo alla dislessia, all’iperattività: approccio attraverso il profilo. Come organizzare una equipe di supporto ai docenti. INTERVISTA a Giovanni Mento

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Etichetta o funzionamento? Cosa cambia a livello educativo con un approccio diverso alle neurodiversità. Ne abbiamo parlato con il Professor Giovanni Mento psicologo e docente presso l’Università di Padova, coordinatore del gruppo di ricerca NeuroDev.

Professor Mento, generalmente tendiamo a trattare i disturbi del neurosviluppo in base alla classificazione piuttosto che al vero funzionamento cognitivo dell’alunno. Cosa cambia in un approccio basato sul funzionamento cognitivo?

Per iniziare farei una breve introduzione su cosa sono i disturbi del neurosviluppo, ovvero un’ampia casistica di situazioni diverse che riguardano l’età evolutiva. Ci tengo molto a precisare che non si trattano di malattie o patologie come spesso ancora vengono considerate, ma sono delle condizioni di neurosviluppo atipico, cioè sono praticamente dei modi di essere che hanno una chiara origine neurobiologica, riconosciuta anche dal punto di vista delle basi genetiche, di cui non si sa ancora bene quali siano i meccanismi coinvolti, però di fatto siamo nell’ambito di quello che è una condizione piuttosto che un evento o una situazione patologica.

Normalmente quando vengono segnalate delle difficoltà, dalla famiglia o dalla scuola, si procede verso il percorso diagnostico che viene di solito fatto da due figure professionali, che sono il neuropsichiatra infantile o lo psicologo, e quello che si cerca di fare, nella maggior parte di questi casi, è vedere se sono soddisfatti i cosiddetti criteri diagnostici per arrivare a quella che è la diagnosi categoriale o di primo livello, che fondamentalmente è la famosa etichetta. Quindi attraverso questo percorso si arriva ad identificare la diagnosi, come ad esempio il disturbo dello spettro dell’autismo piuttosto che il deficit dell’attenzione e iperattività, oppure un disturbo specifico dell’apprendimento e così via.

È però importante, collegandomi alla domanda, precisare una cosa, ovvero che il percorso diagnostico innanzitutto si basa prevalentemente su criteri di tipo clinico, non ci sono dei marcatori o degli aspetti oggettivamente rilevabili che permettono di fare diagnosi, la letteratura ci sta sempre più dicendo che per quanto ancora si continui a cercare l’elemento che possa permettere di fare diagnosi in maniera sicura, come può accadere in altri contesti, questo ancora non esiste, tutto è rimandato all’esperienza di chi fa il percorso diagnostico. Al di là di questo è fondamentale ricordare che la diagnosi deve sempre essere il punto di partenza e mai il punto di arrivo del percorso diagnostico, questo è un primo aspetto fondamentale, perché arrivare a porre un’etichetta di per sé è un percorso estremamente incompleto seppur necessario per permettere alle famiglie di accedere agli strumenti tutelativi di legge, quindi legge 170/10 nel caso dei disturbi dell’apprendimento e legge 104/92 nel caso della disabilità, e in questi casi è importante avere un’etichetta anche per lo scambio di informazioni tra professionisti.

Il secondo passaggio fondamentale che si dovrebbe fare, e che purtroppo non sempre viene fatto, è quello di andare a caratterizzare il profilo, capire, al di là del nome che abbiamo dato alla diagnosi, di quale sia la bambina o il bambino che abbiamo davanti, bisogna quindi procedere con una diagnosi di secondo livello o funzionale, in cui si vanno a guardare tutti gli aspetti che hanno a che fare con il profilo della capacità di regolazione delle emozioni, il livello di capacità di interazione dal punto di vista sociale, il profilo cognitivo neuro-psicologico, il profilo intellettivo, quindi bisogna sempre tener conto che siccome tutti noi siamo estremamente diversi, pur appartenendo, per semplificare, alla stessa categoria, ad esempio pur avendo la stessa diagnosi di autismo, due bambini non saranno mai uguali tra di loro e proprio questo è il motivo per cui dobbiamo approfondire e capire bene come funzionano. Questo è il passaggio fondamentale per permetterci di aiutarli, se non si fa questo passaggio stiamo facendo un percorso che rischia di fare, purtroppo, più danni che altro.

Questo tipo di approccio, che lei ha appena descritto, ci permette di non restare imbrigliati all’interno della diagnosi. Quali sono i vantaggi e le difficoltà di operare secondo questa modalità?

I vantaggi di operare attraverso una caratterizzazione del profilo vuol dire avere un’idea abbastanza chiara di quali sono le caratteristiche di funzionamento di quella persona in vari contesti, quindi capire quali sono i punti di forza e i punti di debolezza che, al netto della diagnosi, caratterizzano il modo di stare nel mondo della relazione e il modo di rispondere alle richieste ambientali dei bambini.

Ad esempio nel caso del mondo scolastico, quindi parliamo della sfera dell’apprendimento, quello che è fondamentale capire è che a parità di una diagnosi di un disturbo dell’apprendimento, quale può essere la dislessia, i profili sottostanti possono essere estremamente diversi tra di loro, quindi possiamo avere dei bambini che pur avendo una chiara difficoltà o disturbo di lettura, nel senso di una lettura molto lenta o una lettura inaccurata, o entrambi i casi, quello che può accadere è che in un caso possiamo avere una difficoltà anche sul versante dell’attenzione, difficoltà a mantenere il controllo dell’attenzione nel tempo, una fragilità di altre caratteristiche di memorie di lavoro, o anche aspetti legati a meccanismi di regolazione attentiva o regolazione emotiva.

Questo vuol dire che andare a capire attraverso gli strumenti che i professionisti hanno a disposizione qual è il profilo ci permette di collocare il bambino all’interno del suo mondo dandogli molte più opportunità rispetto a quante non gliene si possa dare semplicemente identificandolo all’interno di una categoria e permettendogli di accedere agli strumenti dispensativi e compensativi che sono fondamentali, ma in assenza di un profilo funzione, ovvero di un ulteriore livello di approfondimento, rimangono degli strumenti decisamente molto limitati.

Si parla spesso di un eccesso di medicalizzazione della scuola e dei docenti che anziché insegnare si ritrovano a fare gli “psicologi”. A tal proposito, come supportare i docenti nella scelta dei percorsi educativi più idonei all’alunno, nel rispetto del proprio ruolo?

In effetti la relazione che c’è da una parte tra il mondo dei professionisti clinici, cioè coloro che hanno in carico per la diagnosi, per l’intervento e la riabilitazione bambini che hanno una diagnosi di disturbo del neurosviluppo, compreso la loro comunità fatta dalla famiglia e da tutti coloro che gravitano intorno al mondo del bambino, e dall’altra parte la comunità scolastica è un’interazione piuttosto delicata che delle volte rischia di diventare esplosiva nel momento in cui siamo in presenza di una chiara diagnosi, un certificazione, un’esigenza reale, e dall’altra parte delle volte può capitare di avere una scuola che, non per mancanza di competenze ma per opportunità, risorse di strumenti e di personale, non sempre è in grado di accogliere le necessità di questa persona.

Da questo punto di vista, e qui torno al discorso di prima, la diagnosi puramente nosografica, ovvero quella che si trova nelle relazioni e nelle certificazioni, di per sé non mette la scuola e gli insegnanti nelle condizioni di capire quali strategie pedagogiche, educative e relazionali sviluppare in assenza di un profilo funzionale che mi possa far capire fondamentalmente di che cosa quel bambino ha bisogno e su quali elementi io possa agire.

Faccio un esempio molto banale, se siamo in presenza di una situazione in cui il bambino oltre ad avere un disturbo dell’apprendimento ha anche una grande fragilità dell’attenzione, quindi una capacità di distrarsi molto alta, è importante che da quel punto di vista la scuola metta in atto il più possibile delle situazioni, degli accorgimenti, per evitare una situazione dal punto di vista sensoriale estremamente distraente, perché questo è un qualcosa che non facilita l’apprendimento del bambino.

Cosa diversa è se invece abbiamo soltanto un problema limitato alla sfera dell’apprendimento della letto-scrittura in assenza di altre caratteristiche legate alla fragilità attentiva, in quel caso ci si deve relazionare in maniera diversa. Rimane centrale il fatto che bisogna instaurare un rapporto molto costruttivo, molto stretto tra il mondo della sfera clinica e quello della sfera scolastica che devono interagire per il bene della persona. Bisognerebbe trovare, cosa che tra l’altro è già previsto dalla normativa vigente, dei tavoli di confronto proprio per le situazioni individuali in cui si va a vedere in particolare le caratteristiche di funzionamento di quella persona per proporgli il meglio che si possa fare.

Un’ultima domanda. Per evitare il paradosso che abbiamo analizzato nella precedente domanda, come andrebbe strutturata un’equipe di supporto per i docenti all’interno della scuola?

Da questo punto di vista credo che sarebbe molto importante poter accedere a quelle che sono le risorse legate alla formazione in ambito di psicologia scolastica. Ci sono attualmente dei percorsi formativi specifici, dei master ed anche altre opportunità formative, proprio per permettere di formare professionisti che possano operare all’interno del mondo della scuola.

Questo non vuol dire fare le diagnosi dentro la classe oppure fare gli interventi dentro la classe, ma vuol dire creare il collante, il legame, tra il corpo docente e il sistema socio-sanitario, sia pubblico che privato, che ha in carico il bambino con particolare difficoltà, sia nel caso dei disturbi del neurosviluppo che della disabilità fisica, ma è ancora più importante che si crei una sinergia tra queste figure soprattutto nel momento in cui abbiamo bisogno di strutturare un momento di incontro tra quelle che sono le necessità del bambino, da una parte, e quelle che sono le esigenze del corpo docente legato al mondo dell’organizzazione della didattica.

Mi preme ribadire che, a mio avviso, sia centrale il ruolo di una figura che possa interagire all’interno della scuola, quindi che sia una persona strutturata al suo interno, che abbia delle competenze per poter mettere in relazione le necessità del mondo scolastico con le competenze per comprendere quello che è il reale bisogno, le reali esigenze, dal punto di vista del funzionamento del bambino, altrimenti quello che delle volte si rischia è che si verifichi un momento di difficile interazione, di difficile integrazione.

Si rischia, appunto, che queste situazioni in cui il bambino si trova ad avere davanti a sé una diagnosi funzionale, una certificazione, le sue caratteristiche, il suo mondo di problemi che si porta appresso, con spesso alle spalle delle famiglie un po’ problematiche e poco funzionali, con problemi legati all’autostima e tutto quello che dal punto di vista emotivo ne consegue dal trovarsi in una situazione di difficoltà dell’apprendimento, rischino di rimanere irrisolte perché manca, appunto, un tavolo di mediazione. Da questo punto di vista la figura di uno psicologo scolastico è fondamentale affinché possa operare in tal senso.

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